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Marijoa

Violenza e video «da rendere virali» nella Piana di Gioia Tauro

L’indagine dei carabinieri ricostruisce aggressioni filmate e condivise sui social. Il procuratore Crescenti: «Non avevano consapevolezza del disvalore delle loro azioni»

Pubblicato il: 29/04/2026 – 13:45
di Paola Suraci
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Violenza e video «da rendere virali» nella Piana di Gioia Tauro

REGGIO CALABRIA C’è una frase che vale più di mille atti giudiziari. Captata dai carabinieri nei video sequestrati, pronunciata con la stessa naturalezza con cui si commenta una partita di calcio: «Se gli dai una coltellata questo video diventa virale». Non uno sfogo. Un programma. La violenza come spettacolo, il dolore altrui come contenuto da condividere. È questa la cifra inquietante dell’operazione Marijoa, che all’alba di oggi ha portato i carabinieri della Compagnia di Gioia Tauro a eseguire un’ordinanza di misura cautelare nei confronti di cinque giovani tra i 20 e i 22 anni di Melicucco, nella Piana di Gioia Tauro. Sono complessivamente 14 le persone indagate nell’inchiesta denominata “Marijoa”. Tre di loro, Salvatore Carbone, 22 anni, di Polistena; Francesco Bono, 22 anni, di Melicucco; Francesco Oppedisano, 21 anni, di Cinquefrondi, sono finiti ai domiciliari, mentre altri due 22enni sono stati sanzionati, rispettivamente, con l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria cinque giorni e tre giorni a settimana.
I contorni dell’indagine sono stati illustrati questa mattina al Comando provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria, alla presenza del generale di Brigata Cesario Totaro, comandante provinciale, del tenente colonnello Carmine Mungiello, comandante del Gruppo Carabinieri di Gioia Tauro, del capitano Nicola De Maio, comandante della Compagnia di Gioia Tauro, del procuratore della Repubblica di Palmi Emanuele Crescenti e del sostituto procuratore Letterio De Domenico.

Marijoa, la città dei “nobili del mondo”

Il nome dell’operazione lo spiega il capitano De Maio. Marijoa è la città celeste del manga One Piece, dove chi si autoproclamanobili del mondo” tratta i più deboli come schiavi, li perseguita per il puro piacere del male, senza alcun obiettivo economico. Solo per sentirsi superiori. «Quando indagavamo», racconta De Maio, «mi veniva sempre in mente quel posto. Si sentivano superiori e per passatempo si accanivano sui più fragili, li utilizzavano, ci giocavano. Solo per il piacere del male». Un nome che racchiude, meglio di qualsiasi perizia, l’essenza di questa storia.

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Il silenzio che pesa

Il dato più doloroso non sono le violenze, già note dagli atti. È il contesto. Un paese piccolo, Melicucco, dove tutti sapevano o potevano sapere. Eppure il silenzio ha tenuto, compatto e pesante, per quasi due anni. «Non c’è stata una denuncia formale», chiarisce il procuratore Crescenti. «Sono stati alcuni familiari a bussare alla stazione dei carabinieri. Un gesto tutt’altro che scontato». Perché l’omertà, spiega, non è fatta solo di paura. «C’è il giudizio degli altri. In alcune comunità parlare con i carabinieri è ancora visto come qualcosa di negativo. Questo è il dato culturale più preoccupante».
Anche le vittime hanno faticato a parlare. Tra loro, almeno un soggetto con disabilità fisica e mentale, seguito da un amministratore di sostegno. «Alla fine l’amministratore di sostegno ha collaborato», precisa Crescenti, «ma aveva bisogno di essere supportato. È stato il lavoro paziente degli investigatori a ricostruire la sua vicenda». Nel frattempo, chi sapeva taceva. Il tappo è saltato, ma ci sono voluti quasi due anni. «Nel 2026», osserva il procuratore, «il muro dell’omertà resta difficile da abbattere».

Giovani insospettabili, violenza gratuita

Il profilo degli indagati sorprende. «Non provengono da contesti familiari degradati», dice Crescenti senza giri di parole. «Non è l’immagine dei quartieri popolari e delle famiglie disastrose. Non è questo. E ci ha interrogato molto». Nessun collegamento con la criminalità organizzata. Nessun tornaconto economico. Solo la necessità di apparire, di imporsi, di esistere attraverso la violenza. «Volevano accreditarsi come persone di rispetto, ma secondo i canoni di oggi: i social, la dimostrazione della forza, il terrore come forma di visibilità. Usavano le chat per scambiarsi i video, poi pubblicavano tutto nelle storie. Violenza gratuita, ma da mettere in mostra». E il dettaglio più agghiacciante: non se ne rendevano nemmeno conto. «Si sono mostrati sorpresi di essere indagati», racconta Crescenti. «”Non ho fatto nulla. Era uno scherzo, ci siamo divertiti”. Non hanno compreso il disvalore di quello che facevano». Una lacuna non solo giuridica. Profondamente umana.

Le armi, i minorenni, gli sviluppi

L’indagine ha coinvolto inizialmente anche la Procura per i Minorenni: alcuni degli indagati erano minorenni al momento dei primi fatti. Sul fronte delle armi, il sostituto De Domenico è netto: «Sono armi particolari, e risulta che le abbiano anche provate. Questo lascia pensare a possibili sviluppi futuri, quasi uno studio di fattibilità». Nei video si vedono pistole puntate, fucili esibiti, pose da chi vuole controllare il territorio. Sono inoltre in corso accertamenti su altre persone coinvolte nell’associazione.

“La missione più pura”

Il momento più intenso della conferenza è quando il tenente colonnello De Maio parla dei suoi ragazzi. Della stazione di Melicucco. Di come tutto è cominciato. «Questa non è un’indagine che sarebbe esistita comunque», dice con voce ferma. «È partita perché i carabinieri di Melicucco hanno ascoltato. Hanno ascoltato la famiglia di una vittima che ha trovato il coraggio di parlare. Da lì hanno rintracciato le altre vittime, individuato i responsabili, ricostruito tutto». Un lavoro silenzioso, fondato sulla fiducia. Quella che si costruisce stando sul territorio, conoscendo volti e storie, restando. (redazione@corrierecal.it)

L’intervista:

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