Sant’Onofrio a Rossano, la festa dei pastori e il peso delle assenze
Ogni assenza pesa e mostra quanto conti il contributo di chi custodisce la tradizione

Siamo arrivati da poco. Anche se la festa è piccola, le energie investite per organizzarla sono tante. La strada sterrata che scende a picco nella valle è in ottime condizioni, si vede che hanno lavorato molto per renderla agevole. È sicuramente meglio della strada asfaltata che abbiamo percorso quando il navigatore ci ha depistato facendoci perdere più di un’ora. Nemmeno Google conosce la strada per arrivare qui. Per fortuna Enzo non era ancora partito. Ci siamo incontrati alla rotonda e lo abbiamo seguito.
Appena scesi dall’auto, veniamo accolti dal suono delle zampogne in lontananza. «Sembra la suonata di Laino», dice Enzo. Quelli di Rogliano non sono ancora arrivati. Intorno c’è un gran da fare. Sul palchetto di assi ingrigite dal sole si stanno preparando le offerte da mettere all’incanto. Sotto di esso brucano tre caprette e un agnellino. Questa è la festa del santo dei pastori, lo dice anche il manifesto che quest’anno è affisso pure nel centro storico di Rossano. La prima volta che sono stato qui, sembrava meno conosciuta. Oggi, invece, è stato organizzato anche un trekking per raggiungere la festa. Ho portato i bambini, vorrei che conoscessero queste feste da piccoli. Non sono certo cose che si vedono tutti i giorni. Visitiamo la piccola chiesa di campagna e incontriamo la statua del santo. In chiesa non c’è il maio. Per rispetto, dice Enzo. La signora che se ne prendeva cura è deceduta e gli organizzatori hanno deciso di non chiedere ad altri per rispettare il lutto. Per l’anno prossimo si vedrà. Peccato. L’albero di taralli appoggiato accanto alla statua mi aveva colpito molto l’altra volta. Uscendo, incontro Pino. Dice che è venuto solo per salutare il santo ma non ha portato gli strumenti. Non si tratterrà, anche lui è in lutto.

I biglietti della riffa sono andati a ruba. La signora è stata braccata da una folla che sventolava banconote di piccolo taglio. Anch’io ero in fila per comprare qualche biglietto. Per sostenere la festa. Mia figlia non è contenta che io abbia comprato i biglietti e anch’io sono un po’ preoccupato. L’incanto è cominciato e le puntate salgono rapidamente. «La qualità si paga», commenta rivolgendosi a un suo compagno un signore accanto a me. È vestito con abiti tecnici da montagna, è arrivato dalla città col trekking. Una festa di pastori in una comunità che ha ricevuto il titolo di città suona come un piccolo paradosso. Eppure siamo fra i monti e questo è il santo dei pastori. Il banditore presenta gli articoli, spiegando da chi sono stati offerti. Nome e cognome non bastano per far capire chi ha mandato un prodotto all’incanto: il soprannome e la genealogia sembrano spiegarsi meglio da queste parti. I presenti scherzano fra loro e col banditore. Egli ricambia gli scherzi dalla sua posizione rialzata. Sono in mezzo al pubblico e scatto qualche foto. La vedova di un certo Ottavio ha mandato del formaggio all’incanto. Le offerte si susseguono veloci. In un attimo si arriva a ottanta euro. Il banditore si prepara a confermare l’offerta ma accanto a me qualcuno offre cento.

Aggiudicato. «Cento euro ppe l’amure d’Ottavio!», esclama mentre si avvicina al palco per ritirare il suo premio. In molti commentano: «Cu ‘a salute».
Tre bambini giocano con un sacco adagiato sul palco. Quando si avvicinano, il sacco si muove e loro indietreggiano spaventati. Qualcuno ha offerto un gallo. Quando i banditori lo mostrano al pubblico, tutti ne commentano la bellezza. Si scherza ancora mentre si prosegue con le offerte. Ora è il turno del caciocavallo offerto da Giuseppe. Oggi non è potuto venire ma immagino che sarebbe voluto essere qui. Era una delle colonne portanti della festa e anche suo padre era un animatore storico di questo evento. L’assenza della sua chitarra e delle sue canzoni si fa sentire quest’anno. Giuseppe, dice il banditore, ha mandato il caciocavallo in memoria di suo padre e ha chiesto un prezzo di partenza basso. La prima offerta, però, decuplica la base d’asta. Si susseguono rialzi vertiginosi e serratissimi. Il caciocavallo viene assegnato per un’offerta che è oltre tre volte più alta della media degli altri prodotti messi all’incanto. Più che per la qualità del prodotto, si punta per mostrare affetto e per sostenere la festa.

Dopo l’incanto c’è la riffa. In palio ci sono due capretti e un agnellino. Noi abbiamo acquistato i biglietti del blocchetto contrassegnato con la lettera G, concorriamo per una capretta con un bellissimo manto rossiccio. I pensieri si inseguono. Se vincessi? Mio figlio dice che sarebbe bellissimo. Mia figlia, invece, condivide le mie preoccupazioni. Abito in un condominio, dove lo metto? E poi come lo porto a casa? D’altra parte, non capita tutti i giorni di vincere un capretto alla riffa. Vincere sarebbe bellissimo. Questi pensieri mi turbinano in testa mentre una bambina sul palco infila la mano nel sacchetto coi numeri. Mio figlio controlla i biglietti speranzoso. Mia figlia ripete: «Non voglio!». Fremiamo tutti. La bambina estrae la mano dal sacchetto e passa il numero all’organizzatore, che lo legge ad alta voce. Numero ottantotto. Dietro di noi qualcuno esulta. La processione è breve, giusto un giro intorno alla piccola chiesetta.



Ci si ferma spesso, però. In molti vogliono avere l’occasione di portare il santo per qualche passo. Due signore si uniscono al gruppo dei portantini, poi è il turno degli organizzatori e di alcuni ragazzi. Gli zampognari di Laino si alternano con quelli di Rogliano. Sono stati chiamati principalmente per accompagnare il santo. Tornati sul piazzale, la statua viene adagiata su un tavolo davanti al sagrato. Gli zampognari si alternano coperti dagli spari dei fuochi d’artificio. Sorrido mentre Antonio suona ‘a Nuziata con la sua pipita. Ricordo di averlo registrato mentre suonava lo stesso brano più di venti anni fa. I fedeli accarezzano la statua e si segnano. Anch’io prendo i miei strumenti. Alcuni partecipanti al trekking si fermano a osservarci molto incuriositi. Qualcuno prova la grande chitarra battente contadina che Enzo ha portato con sé. È costruita con materiali poveri ma ha un suono maestoso. Anche se pochi, abbiamo tanti strumenti: un organetto, una zampogna a chiave lucana, una delle Serre, le pipite e la chitarra. Io ho portato una conflentana e una surdulina talmente piccola da stare in una tasca. Voglio farla provare a Enzo. Lui conosce questi strumenti piccoli meglio di me. Si impara sempre con Enzo. Mentre suoniamo, il gruppo del trekking si raccoglie intorno al santo per una foto.
In un attimo siamo rimasti in pochi. Ci sediamo all’unico banchetto di quest’anno, quello degli organizzatori. Enzo mi spiega una sonata con la chitarra. Mi racconta di quando l’ha imparata da un suonatore del suo paese. Usava una tecnica che solo lui conosceva. «Vediamo se me la prendi», sembra gli abbia detto. Enzo sa osservare bene e adesso anche lui conosce quella sonata. Offriamo un canto al tavolo e ci danno pane e formaggio. Gli unici rimasti sono il piccolo gruppo degli organizzatori, Enzo e la mia famiglia. Le assenze incidono sulla festa quest’anno. Adesso ci sarebbero stati tanti tavoli. Giuseppe avrebbe suonato la sua battente e si sarebbe stati a banchettare tutto il pomeriggio. Mi sarebbe piaciuto salutarlo. Avrei voluto far sentire la sua voce potente a mia moglie. Ci si sarebbe scambiati cibo e suoni nella reciprocità tipica di queste situazioni. Ma oggi non è così. Siamo rimasti solo io ed Enzo a suonare.
I miei figli giocano sul palco e reclamano la mia attenzione. Vogliono che faccia delle offerte, hanno messo all’incanto i loro giocattoli. Al tavolo sorridono tutti. Si gioca al rialzo. «Il maio sarebbe dovuto anche andare all’incanto», dice Enzo, «l’anno prossimo dobbiamo capire come fare». Solo tre anni fa questa festa era molto diversa. Non c’erano manifesti in giro e non c’era il trekking, ma c’era molta più musica. I pastori preparavano da mangiare e una grande folla si fermava per il pranzo. Suonare e restare a banchettare non sembrava affatto un atto di resistenza. Stupisce come l’assenza di pochi individui possa generare trasformazioni così profonde. Spesso si tende a concepire le feste popolari come eventi collettivi per eccellenza, eppure il contributo individuale incide in modo significativo. Qui è più che evidente. Il ruolo storico di Nilo Avena nella vitalità della festa di Sant’Onofrio è celebrato da una lapide marmorea affissa sul fianco della chiesa. Nilo si è preso cura della chiesetta e ha contribuito a organizzare la festa per molti anni. Gli organizzatori hanno raccolto il testimone al meglio, con grande devozione. Eppure, le poche assenze di quest’anno si fanno sentire. Il maio non siede accanto al santo in chiesa e i suoi taralli non vengono condivisi con i partecipanti.

L’organetto di Pino è rimasto a casa in lutto. Giuseppe manda i suoi prodotti all’incanto da lontano e non allieta la giornata con i suoi canti. I bambini sono stanchi e ci aspettano ancora tre ore di viaggio per tornare a casa. Salutiamo e ringraziamo per l’ospitalità. Ci regalano un piccolo mazzetto di figurine di Sant’Onofrio da portare a casa e ci arrampichiamo su per la strada pietrosa che ci riporterà in cima alla montagna. Con Enzo abbiamo parlato di musica tradizionale. Anche lui è un etnomusicologo, anche se ha a lungo operato al di fuori del mondo accademico. Ha condotto ricerche per oltre cinquant’anni e si sta chiedendo come dare continuità al lavoro di una vita. Nonostante la ricchezza del patrimonio musicale della Calabria e il ruolo di collante sociale che la musica tradizionale ricopre, la ricerca etnomusicologica si è sviluppata solo in parte all’interno delle istituzioni accademiche calabresi. Io l’ho studiata da fuori regione e poi dall’estero, prima di rientrare. Mentre la macchina arranca in salita, ripenso ai suonatori incontrati tre anni fa e ai banchetti sontuosi e spero che il tono più dimesso della festa odierna sia solo temporaneo. Mi auguro che l’anno prossimo ci si potrà trattenere più a lungo a suonare in compagnia. Penso al mio futuro. All’incertezza di poter rimanere in Calabria a fare il mio lavoro. Ripenso alla riffa e a quel bellissimo capretto rosso. Forse è meglio non aver vinto. Non ho trovato ancora una collocazione per me in questa regione e avrei dovuto preoccuparmi anche di sistemare un capretto.
*Christian Ferlaino è etnomusicologo, musicista e docente dell’Università della Calabria rientrato con il prestigioso programma europeo Marie Skłodowska Curie Fellowship.