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La lunga agonia

Il Grande Albergo delle Fate non sia l’ennesimo monumento al rimpianto

Protetto sulla carta e dimenticato nei fatti, il Grande Albergo delle Fate racconta una contraddizione italiana. La nuova attenzione è un primo passo, ma il tempo delle attese deve finire

Pubblicato il: 16/07/2026 – 10:57
di Paola Militano*
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Il Grande Albergo delle Fate non sia l’ennesimo monumento al rimpianto

Ci sono voluti anni di degrado e promesse rimaste sulla carta perché un luogo riconosciuto come bene di interesse nazionale tornasse finalmente a occupare uno spazio nell’agenda politica. L’incontro del vicepresidente della Regione Filippo Mancuso con il Comune di Taverna e le realtà civiche che hanno riportato il caso del Grande Albergo delle Fate al centro del dibattito pubblico interrompe una lunga e imbarazzante stagione di silenzio. E il fatto stesso che oggi si debba parlare ancora di “salvare” il Grande Albergo delle Fate dimostra quanto sia stato lungo e colpevole il tempo dell’attesa. Perché non stiamo parlando di un rudere qualunque, ma di un luogo che custodisce una pagina irripetibile della storia del turismo italiano e dell’architettura del Novecento.
Un complesso che lo Stato ha riconosciuto per il suo valore storico, architettonico e paesaggistico e che, proprio per questo, rende ancora più evidente una contraddizione tutta italiana: tutelato sulla carta e dimenticato nei fatti. Era il 1931 quando Eugenio Mancuso trasformò un’area della Sila in un progetto che guardava più al Nord Europa che al Mezzogiorno dell’epoca. Con i maestri d’ascia arrivati dal Bellunese costruì un villaggio di chalet in legno, un modello di soggiorno dove architettura e natura definivano un’idea di turismo rivoluzionaria per la Calabria. Quasi cento anni dopo, quell’idea di turismo immerso nella natura, che anticipava temi oggi al centro del dibattito sulle aree interne e sulla sostenibilità, appare ancora capace di interrogare il presente. Mentre continuiamo a discutere di spopolamento e di nuovi modelli di sviluppo nell’entroterra, uno dei più originali esperimenti di quel modello resta ancora in attesa di essere restituito alla comunità. Naturalmente, ora arrivano le responsabilità: la messa in sicurezza è necessaria, ma non sufficiente. Il punto è dimostrare che la memoria non è solo un esercizio nostalgico, ma una risorsa da cui ripartire. Che le aree interne non sono luoghi condannati al declino, ma territori capaci di rigenerarsi. A condizione che alle parole seguano finalmente i fatti.

*direttore del Corriere della Calabria


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