Villaggio Palumbo, il futuro che la Sila aveva intuito prima degli altri
Mentre la Sila piccola investe su sport, turismo e nuove economie, il modello immaginato da Domenico Palumbo è segnato dal declino. Una contraddizione che oggi chiede risposte

La Sila Piccola crotonese non ha smesso di parlare al futuro. Lo raccontano il lago Ampollino e la nuova ciclabile, i campi sportivi in quota che ogni estate ospitano i ritiri di club professionistici e una realtà come l’Aviosuperficie Franca, collegata alle attività aeronautiche di Leonardo, che aggiunge una dimensione inattesa in questa parte del Parco nazionale della Sila. È anche per questo che la parabola di Villaggio Palumbo appare ancora più difficile da spiegare perché il suo declino si consuma in un territorio che sta dimostrando di possedere idee e capacità di reinventarsi. Un destino che sorprende ancora di più se si considera che proprio Villaggio Palumbo, mezzo secolo fa, aveva aperto la strada a una nuova idea di Sila, dinamica e capace di fare economia tutto l’anno.
Per comprenderne la storia bisogna tornare indietro nel tempo. Domenico Palumbo, imprenditore campano, apparteneva a quella categoria di uomini capaci di riconoscere il valore dei luoghi prima che il tempo ne restituisse la misura. Lo aveva già dimostrato, agli inizi degli anni Settanta, acquistando dalla famiglia Agnelli l’Isola di Dino, a Praia a Mare, che sarebbe diventata una delle mete ambite dall’élite economica, politica e sportiva del Paese. Ho conosciuto Palumbo e quella capacità di guardare oltre il presente era forse il tratto più evidente del suo modo di fare impresa. Anche la Sila rientrava nelle sue grandi intuizioni, perché Domenico Palumbo, conosciuto da molti come Don Mimì, riusciva a vedere un futuro là dove molti vedevano solo montagne, isolamento e difficoltà. Immaginò così una destinazione turistica in cui residenze, attività commerciali, ristorazione, impianti di risalita, piste da sci, una pista di bob e spazi di aggregazione fossero parte di un unico grande villaggio di montagna. Aveva, di fatto, anticipato un modello di sviluppo turistico integrato, fondato su soggiorni più lunghi, esperienze diversificate, servizi, socialità e un rapporto più stretto con il territorio.
Fu proprio questa la forza dell’intuizione. Famiglie provenienti da molte regioni del Sud scelsero quell’angolo di Sila come luogo di vacanza e, in molti casi, come una seconda casa dove tornare stagione dopo stagione. E la neve divenne il motore di un’economia che contribuì a cambiare il destino dell’intero territorio. Con la scomparsa dell’imprenditore, il motore si spense e da quel momento bastarono l’inerzia e il rassicurante mantra del «poi si vedrà» per fare il resto.
La questione riguarda il futuro. L’asfalto segnato dal degrado, le insegne corrose dalla ruggine, le attività chiuse e gli spazi vuoti oggi restituiscono l’immagine di un paese segnato dall’abbandono. La proprietà deve assumersi fino in fondo la responsabilità delle proprie scelte, perché un luogo che appartiene alla storia di un territorio non può restare prigioniero dell’incertezza e dell’incuria. Servono un progetto, una visione e tempi certi. La proposta del Comune di Cotronei di coinvolgere la Regione Calabria nell’acquisizione della stazione sciistica dimostra che il tema non è più rinviabile (QUI).
Perché il tempo può lasciare ferite, ma non può assolvere chi ha scelto di ignorarle.
*direttore Corriere della Calabria