’Ndrangheta e Hezbollah, il nuovo asse del crimine globale. Cosa racconta il rapporto Onu
Dal rapporto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite presentato a Palermo emerge una criminalità transnazionale sempre più intrecciata con reti terroristiche e traffici globali

La fotografia scattata dall’Onu sulle mafie internazionali non descrive più organizzazioni chiuse dentro i propri territori storici, né strutture criminali rigidamente ancorate ai modelli del Novecento. Il quadro illustrato nei giorni scorsi a Palermo da Giovanni Gallo, capo della sezione dell’Unodc – l’Ufficio delle Nazioni Unite contro droga e crimine – racconta invece un sistema criminale transnazionale, fluido, pragmatico e capace di dialogare persino con gruppi terroristici internazionali.
L’occasione è stata simbolica: la presentazione del primo rapporto globale sulle mafie mondiali durante le commemorazioni della strage di Capaci. Ma il contenuto dell’analisi va ben oltre il valore memoriale. Perché il messaggio lanciato dall’Onu è netto: la criminalità organizzata contemporanea non si limita più al controllo del territorio, al traffico di droga o al riciclaggio. Oggi agisce come una rete globale capace di costruire alleanze variabili, sfruttare le fragilità geopolitiche e inserirsi nei grandi conflitti economici e strategici del pianeta.
La ’ndrangheta come modello criminale globale
Tra tutte le mafie italiane, la ’ndrangheta continua a rappresentare il paradigma più evoluto di questa trasformazione. Non soltanto per la sua forza economica, ma soprattutto per la sua capacità di combinare tradizione e innovazione. Gallo lo ha spiegato chiaramente: le organizzazioni mafiose italiane conservano ancora strutture gerarchiche, codici interni e rituali identitari. Tuttavia, nel tempo hanno acquisito una “capacità camaleontica” che consente loro di stringere alleanze di convenienza con soggetti molto diversi tra loro. La mafia – ha evidenziato l’Unodc non agisce più soltanto come organizzazione criminale autonoma, ma come piattaforma relazionale. La ’ndrangheta, in particolare, sembra aver compreso prima di altri che la globalizzazione criminale richiede flessibilità più che controllo assoluto.
Non è un caso che il modello descritto dall’Onu assomigli sempre meno alla struttura verticale delle mafie tradizionali e sempre più a una rete di servizi criminali specializzati.
Il nodo Hezbollah e la logica della convenienza
L’aspetto più delicato riguarda i rapporti tra la ’ndrangheta e alcune cellule di Hezbollah nella regione della Tripla Frontera, tra Argentina, Brasile e Paraguay. Il dato rilevante non è soltanto l’esistenza di contatti, tema già emerso in diverse indagini internazionali negli ultimi anni. Il punto centrale è il tipo di relazione che si starebbe consolidando. Secondo l’analisi dell’Unodc, non si tratterebbe di una collaborazione ideologica, ma di un’alleanza funzionale. Hezbollah garantirebbe supporto logistico, accesso a reti finanziarie opache e facilitazioni nel riciclaggio di denaro, mentre le organizzazioni criminali offrirebbero risorse economiche derivanti dal narcotraffico. È una mutazione profonda rispetto al passato. Per decenni mafia e terrorismo sono stati considerati fenomeni distinti: i primi orientati al profitto, i secondi alla destabilizzazione politica e militare. Oggi, invece, le linee di confine si fanno più sfumate. L’economia illegale globale produce convergenze operative dove conta soprattutto l’utilità reciproca.
La Tripla Frontera, da questo punto di vista, non è soltanto un luogo geografico. È il simbolo di una nuova geografia criminale: aree grigie, scarsamente controllate dagli Stati, dove traffici, finanza clandestina e reti terroristiche possono convivere.
La frammentazione del narcotraffico
Un altro elemento centrale riguarda la trasformazione del narcotraffico internazionale. L’idea della grande organizzazione che controlla l’intera filiera della cocaina – dalla coltivazione alla distribuzione europea – appare ormai superata. L’Onu parla apertamente di una “multinazionale criminale” fondata sul subappalto. Ogni segmento viene affidato a gruppi differenti: trasporto, logistica, stoccaggio, distribuzione, riciclaggio.
Questo sistema produce almeno tre conseguenze. La prima: rende le organizzazioni molto più difficili da colpire. Smantellare un singolo gruppo non interrompe più l’intera catena. La seconda: aumenta la specializzazione criminale. Esistono reti che si occupano soltanto di corrompere funzionari portuali, altre dedicate esclusivamente alla movimentazione dei container o alla gestione finanziaria. La terza: favorisce l’incontro tra mafie, gruppi terroristici e criminalità comune. In un sistema frammentato, ogni soggetto può offrire competenze specifiche senza necessariamente condividere struttura o finalità.
Gioia Tauro resta centrale, ma le rotte cambiano
Dentro questo scenario, il porto di Gioia Tauro continua a mantenere una centralità strategica. Tuttavia, il rapporto dell’Unodc segnala un progressivo spostamento delle rotte.
L’Africa occidentale e il Sahel stanno diventando hub decisivi per il traffico di cocaina verso l’Europa. Una trasformazione che non riguarda solo la criminalità, ma anche la geopolitica internazionale. Le aree instabili, attraversate da conflitti, terrorismo e debolezza istituzionale, diventano infatti perfette per il narcotraffico. Ed è qui che il legame tra mafie e gruppi armati si rafforza ulteriormente. Boko Haram, citato da Gallo parlando della Nigeria, rappresenta un esempio di come le economie illegali possano intrecciarsi con il terrorismo in territori dove lo Stato fatica a esercitare controllo.
C’è poi il tema della violenza. Per anni si è sostenuto che le mafie moderne fossero diventate “silenziose”, preferendo gli affari alle armi. Ma il rapporto Onu ridimensiona fortemente questa lettura. I numeri presentati a Palermo parlano di circa 95mila omicidi all’anno riconducibili alla criminalità organizzata globale: una cifra paragonabile alle vittime dei conflitti armati.La violenza, dunque, non è sparita. Piuttosto, si è redistribuita. Meno visibile nei Paesi occidentali, più feroce nelle aree di produzione, transito e controllo delle rotte internazionali.
Oltre la repressione
Secondo Gallo il narcotraffico si alimenta soprattutto attraverso condizioni economiche disperate: i campesinos delle regioni andine o i coltivatori di oppio del Myanmar non partecipano all’economia criminale per scelta ideologica, ma per sopravvivenza. È un punto decisivo, perché sposta il ragionamento dalla sola dimensione securitaria a quella sociale ed economica. La mafia globale prospera dove esistono povertà strutturale, istituzioni fragili, guerre, corruzione e mercati finanziari opachi. Per questo il contrasto, suggerisce implicitamente il rapporto Onu, non può limitarsi agli arresti o ai sequestri: richiede cooperazione internazionale, sviluppo economico e capacità degli Stati di presidiare le aree grigie della globalizzazione. Ed è probabilmente qui che la relazione tra mafie e terrorismo diventa più inquietante: entrambe le realtà crescono negli spazi lasciati vuoti dalla politica e dalle istituzioni. (f.v.)
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