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Amendolara, una tragedia che impone una scelta: da che parte stanno le istituzioni e le associazioni datoriali?

Sabato saremo in piazza ad Amendolara per ricordare Amin, Ullah, Safi e Waseem. Ma sarebbe un errore trasformare questa giornata in un momento di commemorazione

Pubblicato il: 03/06/2026 – 21:41
di Umberto Calabrone
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Amendolara, una tragedia che impone una scelta: da che parte stanno le istituzioni e le associazioni datoriali?

COSENZA Sabato saremo in piazza ad Amendolara per ricordare Amin, Ullah, Safi e Waseem. Ma sarebbe un errore trasformare questa giornata soltanto in un momento di commemorazione. La loro morte deve rappresentare uno spartiacque, un punto di non ritorno nella lotta contro lo sfruttamento del lavoro, il caporalato e quell’indifferenza istituzionale che troppo spesso accompagna queste vicende. In una regione come la Calabria, che continua a conquistare le cronache nazionali per fatti drammatici legati all’illegalità e alle disuguaglianze sociali, non possiamo permetterci di archiviare la tragedia di Amendolara come un semplice fatto di cronaca nera. Dietro questa vicenda emergono interrogativi profondi sul lavoro, sui diritti, sulla legalità e su un modello economico che, in alcuni casi, continua a prosperare proprio grazie allo sfruttamento delle persone più fragili. Lo sfruttamento lavorativo trova la sua manifestazione più evidente nel settore agricolo, ma sarebbe ipocrita fingere che riguardi soltanto le campagne. È una piaga che attraversa diversi comparti produttivi e che coinvolge anche realtà economiche che beneficiano di risorse pubbliche, contributi e incentivi senza che vi sia sempre un adeguato controllo sulla qualità del lavoro che producono. Le vittime erano lavoratori migranti arrivati nel nostro Paese con la speranza di costruire un futuro dignitoso. Le testimonianze e gli elementi emersi nelle prime fasi dell’inchiesta delineano un quadro che richiama condizioni di sfruttamento e marginalità. Se tali elementi dovessero trovare piena conferma, non ci troveremmo soltanto di fronte a un delitto efferato, ma anche davanti al fallimento di un sistema di controlli che avrebbe dovuto garantire legalità, sicurezza e dignità. Per questo ci aspettiamo che la magistratura faccia piena luce non solo sugli autori materiali di questo atroce crimine, ma anche sul contesto lavorativo e abitativo nel quale queste persone erano costrette a vivere. È necessario accertare eventuali responsabilità legate allo sfruttamento del lavoro, al caporalato, all’evasione contributiva, alle condizioni abitative e alla violazione delle norme che tutelano la sicurezza e la dignità dei lavoratori. Ma c’è una domanda che nessuno può più evitare, dove sono state finora le associazioni datoriali? Se davvero rappresentano le imprese sane, quelle che rispettano le regole e garantiscono lavoro regolare, questo è il momento di dimostrarlo con i fatti. Non bastano comunicati di circostanza o dichiarazioni generiche. Serve una presa di posizione chiara e coraggiosa. Serve dire che chi sfrutta i lavoratori non può essere considerato un imprenditore. Chi utilizza lavoro nero, chi ricorre al caporalato, chi viola contratti e diritti fondamentali altera il mercato, danneggia le imprese corrette e costruisce i propri profitti sulla disperazione delle persone. Per questo deve essere isolato ed escluso da ogni forma di rappresentanza. Allo stesso tempo, la Regione Calabria non può limitarsi ad annunciare la costituzione di parte civile nei confronti degli autori dell’omicidio. Se dalle indagini dovessero emergere responsabilità riconducibili allo sfruttamento lavorativo, la Regione deve costituirsi parte civile anche nei confronti delle aziende coinvolte. Perché non si può affermare di voler difendere la dignità del lavoro senza contrastare con la stessa determinazione chi quella dignità la calpesta ogni giorno. Da anni si parla di lavoro nero, sfruttamento e caporalato. Da anni vengono diffusi dati che certificano la presenza di migliaia di lavoratori irregolari. Eppure troppo spesso alle denunce non seguono interventi strutturali. Se siamo in grado di quantificare il fenomeno, allora dovremmo essere anche in grado di individuarne le cause, i luoghi e i responsabili. La Regione ha il dovere di promuovere un modello economico fondato sulla legalità e sulla qualità del lavoro. Per questo chiediamo che nelle fiere, negli eventi e nelle iniziative finanziate con risorse pubbliche trovino spazio esclusivamente aziende che dimostrino trasparenza, regolarità contributiva, rispetto dei contratti e congruità tra fatturato, produzione e livelli occupazionali. Le istituzioni non possono continuare a concedere visibilità e risorse pubbliche a chi produce ricchezza scaricando i costi sui diritti dei lavoratori. Esistono già strumenti che consentirebbero di individuare situazioni anomale e sospette. L’incrocio delle banche dati di INPS, INAIL, Agenzia delle Entrate e Ispettorato del Lavoro permetterebbe di verificare la coerenza tra attività produttiva e forza lavoro impiegata. Perché le fragole non si raccolgono da sole, il ferro non si lavora con contratti part-time fittizi e le merci non si muove senza lavoratori. Quando produzione e occupazione non coincidono, le istituzioni hanno il dovere di interrogarsi e intervenire. La verità è che il contrasto allo sfruttamento non può essere affrontato soltanto dopo una tragedia. Deve diventare una priorità politica permanente. Oggi le istituzioni sono chiamate a una scelta chiara, continuare a voltarsi dall’altra parte o dalla parte sbagliata oppure assumersi fino in fondo la responsabilità di difendere la dignità del lavoro. Sabato saremo in piazza ad Amendolara non soltanto per ricordare quattro vittime innocenti, ma per chiedere verità, giustizia e un cambiamento reale. Perché la dignità del lavoro e il rispetto della vita umana non possono essere evocati soltanto dopo una tragedia. Devono diventare il criterio con cui si misurano le politiche pubbliche, l’azione delle imprese e la credibilità delle istituzioni.

*Segretario Fiom Cgil Calabria

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