’Ndrangheta, la notte del Comandante Alfa in Aspromonte: il blitz per il riscatto di Cesare Casella
Il 24 dicembre 1989 gli uomini del Gis si finsero emissari della famiglia e tesero una trappola agli esattori nella Locride. Lo scontro a fuoco, il ferimento e l’arresto di Giuseppe Strangio
REGGIO CALABRIA È la vigilia di Natale del 1989. Nel buio della Locride, due carabinieri viaggiano a bordo di un piccolo fuoristrada fingendosi emissari della famiglia Casella. Sembra un mezzo del tutto normale, ma non è così: le blindature lo hanno rinforzato ma, soprattutto, è stato modificato per nascondere al suo interno altri uomini del GIS, il Gruppo di intervento speciale. Una notte che segnerà la storia del nostro Paese. Tutto è pronto per la consegna del riscatto richiesto dai sequestratori di Cesare Casella. Quando gli uomini armati si avvicinano per ritirare il denaro, scatta l’operazione. Ne nasce un violento conflitto a fuoco. Giuseppe Strangio, figura di primo piano della banda che tiene prigioniero il giovane pavese, viene colpito alle gambe e arrestato. I complici riescono invece a fuggire, abbandonandolo sul terreno.
Comandante Alfa
Tra gli operatori del Gis impegnati nella missione c’è anche il Comandante Alfa. E quella notte rappresenta uno dei capitoli calabresi, e probabilmente meno conosciuti, della carriera del luogotenente dell’Arma originario di Castelvetrano, la cui identità è sempre rimasta segreta, fino alla sua morte avvenuta domenica 19 luglio all’età di 75 anni. Fondatore del Gis e considerato il carabiniere più decorato d’Italia, Alfa partecipò a missioni ad altissimo rischio: dalla rivolta nel carcere di Trani alla liberazione di ostaggi, fino alla protezione del magistrato antimafia Nino Di Matteo. Tra le operazioni che segnarono la sua vita ci fu anche la sfida agli uomini della ’ndrangheta che avevano trasformato l’Aspromonte nella prigione di Cesare Casella.

I 743 giorni di Cesare Casella
Cesare Casella aveva 18 anni quando venne rapito a Pavia il 18 gennaio 1988. Fu bloccato mentre stava tornando a casa e, dopo una prima fase della prigionia trascorsa al Nord, trasferito in Calabria. Per 743 giorni rimase nelle mani dell’Anonima sequestri, gran parte del tempo incatenato nelle “tane” ricavate tra le montagne dell’Aspromonte. Il suo divenne uno dei rapimenti simbolo della stagione durante la quale le cosche della ’ndrangheta trasformarono i sequestri di persona in una fonte di finanziamento criminale. Uomini prelevati nelle regioni settentrionali venivano trasferiti nella provincia reggina e nascosti in rifugi naturali o prigioni scavate nella terra, protetti dall’impenetrabilità del territorio e da una rete di complicità e silenzi. Attorno alla prigionia di Cesare si sviluppò un’estenuante trattativa. I rapitori avanzarono richieste milionarie, fornirono prove in vita e continuarono a esercitare pressioni sulla famiglia. Le ricerche condotte dal Gis sull’Aspromonte si protrassero per 44 giorni senza risultati immediati. La banda, sentendosi al sicuro, aumentò persino le proprie pretese. A rompere il muro dell’indifferenza fu soprattutto Angela Casella. La madre del giovane arrivò nella Locride, si incatenò nelle piazze e rivolse appelli alle donne e alle famiglie dei territori nei quali si riteneva fosse nascosto il figlio. Divenne per tutti “Mamma coraggio”, il volto di una sfida aperta all’omertà e alla ’ndrangheta.
L’ingresso in scena del Gis
La svolta maturò nel dicembre del 1989. La richiesta dei sequestratori era stata fissata in due miliardi di lire e l’appuntamento per la consegna del denaro venne organizzato nella zona di Bovalino. Questa volta, però, al posto degli emissari della famiglia si presentarono gli uomini del Gis. Il piano era stato preparato nei dettagli. Un distaccamento raggiunse la Calabria in incognito e in piccoli gruppi, per evitare di attirare l’attenzione. Due operatori avrebbero simulato di essere gli incaricati dei Casella, mentre gli altri avrebbero garantito la copertura. Il fuoristrada utilizzato per la consegna era stato blindato e modificato per permettere ad altri militari di nascondersi al suo interno, pronti a intervenire. I sequestratori sottoposero più volte i presunti emissari a controlli, cambi di programma e spostamenti. Cercavano di capire se la famiglia avesse predisposto una trappola. Alfa ricordò anni dopo quei giorni trascorsi nella Locride: «Passammo più di una settimana in Aspromonte a girare a vuoto, con uno dei banditi che ci lasciava dei bigliettini». Alla fine gli uomini della banda si convinsero di avere di fronte autentici rappresentanti della famiglia. La sera della vigilia si avvicinarono armati al fuoristrada per ritirare il denaro. L’azione del Gis scattò in pochi istanti. Nel conflitto a fuoco Giuseppe Strangio venne ferito e catturato. Per i sequestratori fu un colpo durissimo. Secondo la ricostruzione storica dell’Arma, proprio l’arresto di Strangio, insieme alle sue successive rivelazioni e richieste, contribuì a creare le condizioni per il rilascio dell’ostaggio.

Giuseppe Strangio e la ’ndrangheta di San Luca
Strangio non era un semplice uomo incaricato di ritirare il denaro. Originario di San Luca, era già stato condannato per un omicidio e avrebbe accumulato sentenze definitive per alcuni dei sequestri più rilevanti avvenuti tra gli anni Settanta e Ottanta, da Giovanni Piazzalunga a Carlo De Feo, fino allo stesso Cesare Casella. Le indagini condotte negli anni successivi lo avrebbero inquadrato all’interno della famiglia di ’ndrangheta dei Versaci e degli Strangio “Barbaro”, uno dei gruppi storici del territorio di San Luca. La sua cattura consentiva dunque agli investigatori di colpire uno degli uomini che avevano attraversato la stagione dei rapimenti eccellenti sull’Aspromonte. La notte del 24 dicembre non portò alla liberazione immediata di Cesare. Il giovane rimase ancora per oltre un mese nelle mani dei carcerieri. L’arresto, tuttavia, aumentò la pressione sulla banda e spezzò la sicurezza con la quale i sequestratori avevano condotto fino a quel momento la trattativa.

La liberazione a Natile di Careri
Cesare Casella tornò libero il 30 gennaio 1990, dopo 743 giorni di prigionia. Venne abbandonato nei pressi di Natile di Careri, ancora con una catena al collo. Riuscì a raggiungere un’abitazione e a chiedere aiuto. La mattina successiva, nella caserma dei Carabinieri di Pavia, poté finalmente riabbracciare sua madre. Ventisei anni dopo, nel 2016, Cesare Casella incontrò nuovamente il Comandante Alfa. Un abbraccio tra due uomini le cui vite si erano incrociate nella stagione più feroce dei sequestri calabresi. Alfa ricordava ancora quei giorni trascorsi nella Locride «al freddo, affamati e senza poterci lavare», ma anche il sostegno ricevuto dalla popolazione e il «calore dei calabresi». Il Comandante Alfa avrebbe continuato a operare nell’ombra per decenni. Dopo le missioni sul campo diventò istruttore del Gis e successivamente dell’Ucis, l’Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale. Concluse la carriera nell’Arma nel febbraio del 2016, dedicandosi poi all’attività di divulgatore e scrittore, sempre con il volto coperto dal mephisto che ne aveva accompagnato la vita operativa. Nella memoria della sua lunga carriera resta anche quella notte di Natale in Calabria: il fuoristrada blindato, gli uomini nascosti nei vani, i sequestratori che si avvicinano per ritirare il riscatto e il conflitto a fuoco nel buio della Locride. Il momento nel quale il Comandante Alfa incrociò direttamente la storia della ’ndrangheta e contribuì a spezzare uno dei sequestri più lunghi e drammatici vissuti dall’Italia. (g.curcio@corrierecal.it)
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