L’inferno dei campi tra schiavitù e droghe, Omizzolo: «Così il controllo passa in mano alla criminalità»
Il sociologo analizza la strage di Amendolara e invoca una riforma strutturale: unire le banche dati e aumentare i controlli, non solo in agricoltura

La recente strage di Amendolara, nel Cosentino, dove quattro braccianti hanno perso la vita per mano dei loro caporali, ha riacceso i riflettori sulla piaga dello sfruttamento nei campi italiani. Un episodio di inaudita violenza che, tuttavia, non rappresenta un fulmine a ciel sereno per chi da anni studia e combatte questo fenomeno. Ai microfoni di Buongiorno Regione Calabria, il professor Marco Omizzolo, sociologo e docente alla Sapienza di Roma, ha analizzato l’evoluzione di quello che definisce un vero e proprio «sistema criminale». Omizzolo, noto per essersi infiltrato in passato tra i braccianti dell’Agro Pontino vivendo sotto scorta per le sue denunce, evidenzia come il caporalato non sia più un fenomeno rudimentale, ma una struttura complessa e interconnessa.
La disumanizzazione dei lavoratori e la logica dell’impunità
«Il fenomeno del caporalato, del padronato e dello sfruttamento si è evoluto. Oggi abbiamo informazioni che ci hanno consentito di comprendere la complessità e anche la natura davvero criminale e, in alcuni casi, persino mafiosa di questo sistema». Secondo i dati Eurispes citati dal sociologo, il volume d’affari legato al fenomeno criminale è impressionante: un business da 25,2 miliardi di euro.
Ciò che impressiona di più è la totale disumanizzazione del lavoratore, considerato un mero ingranaggio usa e getta: «È un business agro-mafioso di straordinario impatto, che non deriva soltanto dallo sfruttamento dei migranti e in alcuni casi anche degli italiani, ma anche da attività di sofisticazione, di truffa, di racket internazionali e di tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo. Soprattutto, come nel caso del cosentino, questo sistema prevede l’utilizzo delle persone fino a che queste non sono più utili o, anche semplicemente perché chiedono un leggero aumento della retribuzione o migliori condizioni abitative, vengono addirittura punite in uno spazio pubblico». «Ciò che è accaduto, cioè l’utilizzo del fuoco, – spiega ancora Omizzolo – non è in realtà una novità nella storia del caporalato e dello sfruttamento. Ciò che è davvero impattante è il fatto che lo abbiano fatto per l’appunto in una piazzola pubblica, sotto le telecamere, in un ambiente che poteva essere visto da tanti, secondo una logica proprio di impunità e di facilità nell’utilizzo di questo genere di tecniche e di azioni criminali che lascia davvero riflettere rispetto al livello a cui siamo arrivati».
La necessità di una svolta
Omizzolo invoca una riforma strutturale delle attività di monitoraggio e un potenziamento immediato dei controlli, che dovrebbero estendersi anche ad altri settori oltre all’agricoltura, come il tessile, la logistica e il food delivery: «Bisogna fare più controlli in tutto il territorio, peraltro non soltanto in agricoltura. Bisogna unire le banche dati. C’è un grande percorso di natura politica da fare, perché riguarda una riforma del sistema dell’attività di monitoraggio e poi di intervento. Non possiamo continuare a dichiarare il contrasto alle agromafie, allo sfruttamento e al caporalato disponendo di pochissimi ispettori del lavoro, che spesso sono anche isolati rispetto alla complessità di questo fenomeno e tecnologicamente non dotati degli strumenti adeguati. Il controllo del territorio da parte dello Stato è fondamentale, altrimenti questo passa nelle mani dei criminali e, torno a ripetere, in alcuni casi anche dei mafiosi. Credo che ci convenga intervenire, per la tenuta democratica di questo Paese».
Sono drammatiche le condizioni di vita quotidiane a cui sono costretti i braccianti. Già nel 2014, i primi studi sul campo di Omizzolo avevano svelato l’uso di sostanze dopanti tra la comunità indiana dell’Agro Pontino per sopportare turni massacranti. Oggi la situazione è persino peggiorata: «Lavorare 14 ore al giorno nella raccolta degli ortaggi e della frutta, con due pause da 10 minuti, sotto gli ordini di un caporale e l’egemonia di un padrone italiano lo puoi fare solo se assumi quelle sostanze. Oggi drammaticamente siamo addirittura all’utilizzo dell’eroina, e il fenomeno si è allargato. Sappiamo perfettamente che all’interno di questo business sono entrate le organizzazioni mafiose».
Storie di totale sottomissione che Omizzolo ha voluto raccogliere nel suo ultimo libro, Il mio nome è Balbir.
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