’Ndrangheta e usura, il prestito da 15mila euro “garantito” dal boss. «Gli assegni sono solo carta»
Nelle carte dell’inchiesta il finanziamento a un imprenditore in difficoltà: ventimila euro da restituire entro tre mesi. Per il gip la vera garanzia non erano i titoli di credito, ma il peso crimina…

LAMEZIA TERME Quindicimila euro in contanti, ventimila da restituire entro tre mesi. Cinquemila euro di interessi su una somma concessa – secondo l’accusa – fuori da ogni canale legale, con un tasso indicato nelle carte come pari al 133% sui tre mesi e al 532% su base annua. C’è anche questo nell’inchiesta “Artemis II”, considerata dagli inquirenti il diretto e coordinato prosieguo dell’ampia attività investigativa culminata nell’esecuzione del provvedimento cautelare del 7 novembre 2024, quando vennero arrestati 59 indagati.
Artemis II
Per gli inquirenti, il cuore del presunto prestito usurario ricostruito nell’ordinanza “Artemis II” non è soltanto nei numeri ma, soprattutto, nella garanzia. Non bastano gli assegni, scrive il gip Mario Santoemma. La vera garanzia, secondo l’impostazione accusatoria, sarebbe stata il nome di Domenico Cracolici, detto Mimmo, ritenuto dagli inquirenti capo della ’ndrina attiva tra Cortale, Maida, Jacurso e Maierato. Il capo d’imputazione riguarda Domenico Cracolici e Alfredo Cracolici, classe ’86, entrambi accusati di avere intermediato e negoziato, con persone non identificate, un prestito in favore di un imprenditore, gestore di un noto ristorante-albergo. L’uomo, secondo quanto riportato nell’ordinanza, versava in stato di bisogno a causa di debiti legati all’attività imprenditoriale. A fronte dei 15mila euro ricevuti, avrebbe dovuto restituirne 20mila entro tre mesi, in un’unica soluzione o a rate mensili, con uno “sconto” di 400 euro sull’importo complessivo in caso di pagamento rateizzato. A garanzia sarebbero stati consegnati due o più assegni posdatati al 30 agosto 2024.
«L’autorità criminale di Domenico Cracolici»
Non solo denaro, dunque. Per il gip il nodo cruciale è la figura di Domenico Cracolici, che avrebbe svolto la funzione di garante, «spendendo la sua autorità criminale» con i finanziatori e siglando titoli di credito come ulteriore garanzia reale. Una garanzia – si legge nelle carte – non fondata sulla sua solvibilità economica, ma sulla «autorevolezza» derivante dal ruolo criminale che gli viene attribuito sul territorio. Il reato è contestato con l’aggravante del metodo mafioso e con quella di avere agito in danno di un imprenditore in stato di bisogno.
«…tu come lo conosci a questo? Che garanzia mi dai?»
La ricostruzione passa da un incontro del 4 giugno 2024. Secondo i carabinieri, il luogo sarebbe stato individuato in una caffetteria-gelateria di Maierato, riconducibile a un soggetto legato all’ambito familiare di Cracolici Alfredo. Il summit non sarebbe stato registrato perché Domenico Cracolici avrebbe lasciato il telefono monitorato all’interno dell’auto, impedendo di fatto la captazione del colloquio. Ma i contenuti – scrive il gip – emergerebbero dai commenti immediatamente successivi fatti da Cracolici e dall’imprenditore. Cracolici spiega il ragionamento attribuito ai finanziatori: «Tu vuoi soldi per questo qua… tu come lo conosci a questo? Che garanzia mi dai?». Poi la frase che, secondo gli inquirenti, fotografa il peso reale del nome speso nell’operazione: «Gli assegni non sono niente, è solo carta davanti». E ancora: quando sarebbe stato fatto il nome di Mimmo, la risposta sarebbe stata immediata: «E allora ok!».
«(…) sai a che cosa vai incontro»
Il meccanismo, per come ricostruito nell’ordinanza, è quello del credito illegale in cui la fiducia non nasce da un contratto, ma dalla capacità di intimidazione del contesto. L’imprenditore manifesta la propria preoccupazione: «Queste persone, tu sai a che cosa vai incontro». Cracolici risponde richiamando la necessità delle garanzie: «Non puoi sbagliare… loro vogliono le garanzie». E poi aggiunge: «Non vengono perché, dato che c’ero io, non vengono, capito? Dicono tanto… paghi». Nelle conversazioni compare anche il peso economico dell’operazione. Cracolici dice ancora al ristoratore: «Tu ora devi pagare cinquemila euro d’interessi no?». «Che devo fare? […] perdo centoquarantottomila euro io», la replica. È uno dei passaggi che consente agli investigatori di collegare il prestito al tentativo dell’imprenditore di far fronte a debiti e difficoltà più ampie, in un contesto in cui l’alternativa percepita sarebbe stata perdere molto di più. Il quadro viene completato da un’altra conversazione, del 4 luglio 2024, tra Domenico Cracolici e Fabio Mungo. Cracolici, parlando ancora del ristoratore, rivendica di avergli fatto «un favore grande» perché «un altro po’ lo stavano chiudendo» e perché «l’immobile stavano sequestrando […] per quindicimila euro». Poi il riferimento agli assegni: «Se io ti faccio vedere gli assegni che io ho di […] mica ce li ho io per bellezza? Ce li ho a garanzia».
Le certezze del gip
Il gip sottolinea che le indagini non hanno consentito di accertare se e in che modo l’imprenditore abbia poi restituito il prestito. Ma, per il giudice, il quadro indiziario resta grave: «È palese la erogazione del prestito al di fuori delle vie legittime di finanziamento ed il tasso usurario richiesto e praticato». E l’aggravante mafiosa, secondo l’ordinanza, starebbe proprio nel ruolo attribuito a Cracolici: non un semplice intermediario, ma il garante capace di mettere sul tavolo il proprio peso criminale. Le accuse, naturalmente, dovranno essere vagliate nelle successive fasi del procedimento. (g.curcio@corrierecal.it)
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