Il giorno in cui la mafia diventò un processo
Piero Grasso: «Non fu solo una vittoria dello Stato, ma un cambiamento nel modo di fare giustizia e di leggere Cosa Nostra»

Piero Grasso, magistrato tra i volti della lotta alla criminalità organizzata e già Procuratore nazionale antimafia, è autore del libro U Maxi – Dentro il processo a Cosa Nostra. Nel suo racconto il Maxiprocesso di Palermo è il momento in cui lo Stato «ha rischiato molto», stretto tra tensioni, resistenze e tentativi di delegittimazione. Il punto di svolta è giudiziario e investigativo, «la convergenza tra le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e i riscontri investigativi», che consente di inchiodare in aula una verità fino ad allora negata, l’esistenza di Cosa Nostra e di una Cupola. Al centro l’eredità di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che ribaltano la chiave di lettura della mafia come fenomeno «economico, sociale e politico», non solo criminale. Il prezzo da pagare è «la perdita della normalità», una vita sotto scorta e una quotidianità che si ripercuote inesorabilmente sulla famiglia.
Nel racconto del Maxiprocesso emerge uno Stato che vince, ma anche uno Stato sotto pressione. Quanto il sistema di allora ha rischiato di incrinarsi nel sostenere un processo di tale portata?
Ha rischiato molto. Oggi ricordiamo il Maxiprocesso come una grande vittoria dello Stato, ma per arrivare a quel risultato dovemmo affrontare tensioni enormi. C’erano problemi organizzativi, resistenze culturali, polemiche, tentativi di delegittimazione. Non tutti erano convinti che fosse possibile processare centinaia di mafiosi insieme e dimostrare l’esistenza di un’organizzazione unitaria. Eppure il sistema resse perché vi furono magistrati, investigatori, uomini delle istituzioni che continuarono a credere nel proprio lavoro. Quella tenuta non era scontata e rappresenta una delle eredità più importanti di quella stagione.
Nel momento in cui il Maxiprocesso dimostra in aula l’esistenza di Cosa Nostra, qual è stato il passaggio che ha reso quella Cupola giuridicamente incontestabile?
Il passaggio decisivo fu la convergenza tra le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e i riscontri investigativi raccolti negli anni precedenti. Tommaso Buscetta offrì una chiave di lettura interna di Cosa nostra, ma quella chiave da sola non sarebbe bastata. Fu il lavoro di verifica svolto dal pool antimafia e quanto avvenuto nel processo a trasformare quelle dichiarazioni in prova. Per la prima volta emerse con chiarezza una struttura unitaria, una commissione provinciale e regionale, regole comuni e una capacità decisionale centralizzata. Da quel momento la mafia non fu più soltanto una somma di cosche, ma un’organizzazione criminale riconosciuta anche sul piano giudiziario.
La presenza di Falcone e Borsellino ha avuto un impatto che va oltre l’aspetto giudiziario. Quanto hanno inciso sul modo di fare giustizia, allora e dopo quel processo?
Falcone e Borsellino, insieme al Pool antimafia che ha lavorato affinché si potesse celebrare il Maxiprocesso, hanno rivoluzionato il metodo prima ancora dei risultati. Hanno introdotto il lavoro di squadra in un contesto in cui il magistrato era spesso una figura isolata. Hanno valorizzato il coordinamento investigativo, l’analisi dei flussi finanziari, la cooperazione internazionale. Hanno insegnato che per combattere la mafia occorreva conoscerla come fenomeno economico, sociale e politico, non soltanto criminale. Oggi molte delle pratiche investigative considerate normali nascono da quella intuizione. La loro eredità più grande è forse proprio il metodo.

Qual è stato il momento in cui ha sentito che non stava più solo facendo il magistrato, ma portando sulle spalle una responsabilità personale che andava oltre?
Credo che quel momento sia arrivato molto presto. Quando entrai nell’aula bunker e vidi centinaia di imputati, decine di avvocati, una mole impressionante di prove e, soprattutto, la tensione che circondava quel processo, compresi che non si trattava di un procedimento come gli altri. Avevamo il dovere di applicare la legge con rigore e imparzialità, ma sapevamo anche che il nostro lavoro avrebbe inciso sul rapporto tra lo Stato e la mafia per gli anni a venire. Da quel momento sentii che la responsabilità non era soltanto professionale, ma anche civile.
Qual è stato il costo personale, nella sua vita quotidiana e nella sua libertà personale, che ancora oggi considera segno indelebile di quell’esperienza?
Senza dubbio la perdita della normalità. Vivo sotto scorta da oltre quarant’anni e ci sono aspetti della libertà quotidiana che non ho più potuto recuperare. Ma il peso maggiore non riguarda me. Riguarda la mia famiglia, che ha dovuto condividere limitazioni, preoccupazioni e rinunce che non aveva scelto. È questo il segno più profondo lasciato da quella stagione. Non considero però quel sacrificio come un motivo di rimpianto. Era il prezzo da pagare per difendere valori nei quali continuo a credere.
Cosa l’ha spinta oggi a tornare proprio al Maxiprocesso, la volontà di precisare aspetti rimasti in ombra o la necessità di sottrarre quel racconto alle semplificazioni?
Entrambe le cose. Col passare degli anni il Maxiprocesso è diventato un simbolo, e i simboli rischiano spesso di essere semplificati. Ho sentito il bisogno di restituire la complessità di quella vicenda, fatta non soltanto di sentenze e di grandi protagonisti, ma anche di dubbi, paure, sacrifici e lavoro quotidiano. Inoltre, rivedendo le registrazioni integrali del processo, mi sono reso conto che esistevano aspetti umani e professionali che meritavano di essere raccontati. ‘U Maxi nasce da questa esigenza: trasformare una memoria pubblica in una storia viva, comprensibile anche a chi non era ancora nato quando tutto questo accadeva.
Dopo tanti anni nelle istituzioni, perché ha scelto di dedicare la sua terza vita alla Fondazione Scintille di Futuro e a Scintille Editore?
Perché ho imparato che la repressione, da sola, non basta. Le mafie si combattono nei tribunali, ma si prevengono soprattutto attraverso la cultura, l’educazione e la partecipazione. Con la Fondazione Scintille di Futuro lavoriamo ogni anno con migliaia di studenti e docenti sui temi della legalità, della cittadinanza e della responsabilità. Con Scintille Editore proviamo a fare la stessa cosa attraverso i libri. In libreria potete trovare – o ordinare – volumi come Il rovescio della medaglia, dedicato ai rapporti tra sport e criminalità organizzata, La malattia invisibile, sulla sanità pubblica e il rischio infiltrazioni, e Ciao, lucertola di Antonio Ferrara, che parla di libertà, diritti e scelta. Sono temi diversi, ma hanno un filo comune: aiutare le persone, soprattutto i più giovani, a comprendere il mondo in cui vivono e a scegliere da che parte stare.
*direttore del Corriere della Calabria
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