Rubbettino, l’editore che “sfida” gli algoritmi dalle montagne della Calabria. «La geografia non è un limite»
La storia della casa editrice nata a Soveria Mannelli: dalla libreria aperta dal padre Rosario in un paese di tremila abitanti all’industria culturale che stampa per cento editori italiani

Dalle montagne della Calabria alla sfida contro la “bolla degli algoritmi”. È il racconto di Florindo Rubbettino, editore e imprenditore calabrese, intervistato da Alessandra Arachi sul Corriere della Sera. Una storia che parte da Soveria Mannelli, piccolo centro della provincia di Catanzaro, dove Rosario Rubbettino, padre di Florindo, aprì la sua prima libreria in un paese di circa tremila abitanti.
Una libreria nata in un luogo lontano dai grandi centri editoriali, ma destinata a diventare il primo nucleo di un’esperienza culturale e imprenditoriale capace di conquistare spazio nel panorama nazionale. Nel retrobottega di quella piccola attività prese forma anche una stamperia. Da lì sarebbe nata una realtà che oggi tiene insieme casa editrice, industria grafica, festival, museo d’impresa, parco d’arte contemporanea e hub di innovazione. «Vogliamo dimostrare che la geografia non è un limite per fare impresa, ma una risorsa», racconta Rubbettino al quotidiano milanese. La sede è rimasta a Soveria Mannelli, scelta che diventa quasi una dichiarazione d’identità: restare in Calabria, produrre cultura dalla periferia, trasformare il margine in punto di osservazione privilegiato.
La Rubbettino oggi pubblica tra i cento e i centocinquanta libri all’anno e, attraverso le Industrie Grafiche, stampa per circa cento editori italiani. Un percorso che l’imprenditore lega alla determinazione del padre Rosario, capace di far decollare l’azienda senza partire da un retroterra tecnico già consolidato, e poi al lavoro portato avanti con il fratello Marco.
Nell’intervista emerge anche il rapporto della casa editrice con il dibattito pubblico italiano. Florindo Rubbettino ricorda la pubblicazione del libro di Christopher Duggan, La mafia durante il fascismo, recensito da Leonardo Sciascia sul Corriere della Sera nel gennaio 1987. Da quella vicenda nacque l’espressione “i professionisti dell’antimafia”, destinata a entrare stabilmente nel lessico politico e giornalistico nazionale. Ma il cuore del racconto è soprattutto il ruolo dell’editore. Per Rubbettino non si tratta di inseguire le mode, ma di orientare, proporre percorsi, aprire spazi di pensiero. Da qui la critica alla società digitale e ai meccanismi degli algoritmi, che tendono a restringere l’orizzonte delle scelte culturali. La risposta, secondo l’editore calabrese, è la serendipità: la possibilità di incontrare ciò che non si stava cercando. Una visione che si lega alla storia stessa della casa editrice, nata con una forte attenzione alla saggistica, al pensiero liberale, al pluralismo delle idee e alla critica di ogni forma di potere, anche culturale. Rubbettino rivendica il contributo dato alla diffusione in Italia di autori e tradizioni di pensiero legate alla libertà, al mercato, alla società aperta, alla ricerca scientifica e alla libertà d’impresa.
Negli ultimi anni, accanto alla saggistica, la casa editrice ha aperto anche alla narrativa, con autori come Giuseppina Torregrossa, Gioacchino Criaco e Mimmo Cangemi, e con due libri candidati allo Strega. Un ampliamento che non tradisce l’identità originaria, ma la aggiorna dentro un mercato editoriale sempre più complesso. Nell’intervista c’è infine uno sguardo al rapporto tra libri, nuove generazioni e social. Rubbettino non immagina i libri come un antidoto assoluto agli smartphone, ma come un’aggiunta preziosa. Non servono, spiega, crociate contro le forme contemporanee della comunicazione: i linguaggi devono contaminarsi, perché anche i social possono diventare alleati dei libri.
Il risultato è il ritratto di una casa editrice che continua a partire da un piccolo paese della Calabria per parlare al Paese intero. Con una convinzione di fondo: la cultura può nascere anche lontano dai centri di potere, e forse proprio da lì può conservare più libertà.