’Ndrangheta, perché la delibera sulle procure continua a far discutere. «Così si ignorano decenni di indagini, processi e sentenze»
Anche il mondo dell’autotrasporto e i sindaci dell’Emilia Romagna sono sono entrati nel dibattito sul provvedimento del Csm che individua le aree ad alta densità mafiosa

A dieci giorni dalla delibera con cui il Consiglio superiore della magistratura ha individuato undici procure operanti in aree caratterizzate da alta densità mafiosa (tutte del Sud Italia), il dibattito non accenna a spegnersi. Anzi, continua ad allargarsi e a coinvolgere interlocutori diversi tra loro. Prima Libera, poi la procuratrice generale del Piemonte e della Valle d’Aosta Lucia Musti, adesso anche rappresentanti del mondo economico e produttivo. Un elemento che forse dice qualcosa di più della stessa polemica: la questione sollevata dal provvedimento del Csm intercetta infatti un tema che da anni attraversa il dibattito pubblico e giudiziario italiano, quello della geografia reale delle mafie.
La discussione non riguarda tanto i territori inseriti nell’elenco approvato dal Consiglio superiore della magistratura, quanto quelli che ne sono rimasti fuori. In particolare, molte delle osservazioni emerse negli ultimi giorni ruotano attorno a una domanda precisa: è ancora possibile descrivere le aree a più alta densità mafiosa senza includere alcuni dei principali distretti economici del Nord Italia, dove numerose inchieste hanno documentato negli anni il radicamento delle organizzazioni criminali?
È il tema che aveva posto Libera subito dopo la pubblicazione della delibera. In questo solco si inserisce il presidio dell’associazione che si è tenuto lo scorso 18 giugno a Torino (presenti anche le bandiere della Cgil) davanti ai cancelli del Palazzo di giustizia per protestare contro la scelta del Csm. «Siamo preoccupati – ha detto un referente piemontese dell’associazione – perché la delibera rischia di riportare indietro di tanti anni la narrazione sulla presenza delle mafie nel Nord».

Nel dibattito nei giorni scorsi è intervenuto anche Davide Mattiello, presidente di Articolo 21 Piemonte e responsabile del dipartimento giustizia e legalità del Pd nella regione. Per Mattiello la delibera è «anacronistica» e rischia di «tradire le intuizioni di Falcone e Dalla Chiesa e la profezia di Leonardo Sciascia, con la sua immagine della palma che saliva di 50 centimetri ogni anno».
Nelle ultime ore il confronto si è arricchito di nuovi interventi. A prendere posizione è stata Cinzia Franchini, presidente dell’associazione Ruote Libere, realtà che opera nel settore dell’autotrasporto, uno degli ambiti che più frequentemente compare nelle indagini sulle infiltrazioni in particolar modo della ‘ndrangheta nell’economia nazionale. «Le numerose prese di posizione critiche che stanno emergendo in queste ore contro la decisione del Consiglio superiore della magistratura di escludere le procure del Nord Italia dalle aree ad alta densità mafiosa evidenziano una preoccupazione diffusa e fondata», ha affermato Franchini. Una valutazione che parte proprio dall’osservazione di uno dei settori maggiormente esposti all’interesse delle organizzazioni criminali. Secondo la presidente di Ruote Libere, «il settore dell’autotrasporto è storicamente tra i più esposti all’interesse delle organizzazioni criminali». Le mafie, osserva, «hanno sempre considerato il trasporto e la logistica strumenti fondamentali per il riciclaggio di denaro illecito, per il controllo di segmenti strategici dell’economia e per la movimentazione di merci illegali». Un’affermazione che richiama un dato consolidato nelle attività investigative: la capacità delle cosche di utilizzare trasporti, logistica e servizi collegati come leve di penetrazione nell’economia legale. Ma il passaggio più significativo dell’intervento riguarda proprio il rapporto tra la delibera del Csm e il patrimonio investigativo accumulato negli ultimi anni. «In Emilia-Romagna il processo Aemilia ha rappresentato uno spartiacque storico, dimostrando il radicamento della ‘ndrangheta nel tessuto economico e sociale della nostra regione. A questo si sono aggiunti il processo Grimilde e numerose altre inchieste che hanno evidenziato la capacità delle organizzazioni mafiose di operare stabilmente nel Nord Italia. Situazioni analoghe sono emerse in Lombardia, Piemonte, Veneto e Liguria». Non si tratta di un richiamo casuale. Da tempo le principali inchieste sulla criminalità organizzata descrivono un fenomeno che non si esaurisce più nei territori di origine. Le cosche mantengono in Calabria il proprio cuore storico e decisionale, ma sviluppano quote sempre più rilevanti delle loro attività economiche nei grandi centri produttivi del Paese. È qui che si concentrano investimenti, società, filiere della logistica, edilizia, servizi e relazioni economiche che costituiscono una parte essenziale della moderna capacità di espansione della ‘ndrangheta. Per questo Franchini ritiene che considerare il fenomeno mafioso come una questione prevalentemente meridionale significhi «ignorare decenni di indagini, processi e sentenze». Una posizione che, pur provenendo da un contesto diverso, presenta evidenti punti di contatto con le osservazioni formulate nei giorni scorsi da magistrati e associazioni antimafia.
I sindaci dell’Emilia Romagna scrivono al Csm
Sul tema proprio oggi è intervenuto anche il fronte degli amministratori locali dell’Emilia-Romagna. I sindaci dei capoluoghi di regione – Matteo Lepore (Bologna), Enzo Lattuca (Cesena), Alan Fabbri (Ferrara), Gian Luca Zattini (Forlì), Massimo Mezzetti (Modena), Michele Guerra (Parma), Katia Tarasconi (Piacenza), Alessandro Barattoni (Ravenna), Marco Massari (Reggio Emilia) e Jamil Sadegholvaad (Rimini) – hanno inviato una lettera al Consiglio superiore della magistratura chiedendo di riconsiderare i criteri individuati dalla Quinta Commissione per il conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi negli uffici giudiziari. Nel documento i primi cittadini esprimono preoccupazione per una delibera che, individuando le procure delle cosiddette aree ad alta densità mafiosa come parametro di riferimento, rischierebbe di non tenere adeguatamente conto dell’evoluzione del fenomeno criminale nel Centro-Nord. I sindaci richiamano in particolare le risultanze investigative e giudiziarie che hanno documentato il radicamento delle organizzazioni mafiose in Emilia-Romagna, citando il processo “Aemilia”, che ha accertato in via definitiva la presenza strutturata della ‘ndrangheta sul territorio regionale e la sua capacità di infiltrazione nel tessuto economico e imprenditoriale. Secondo i firmatari, l’attività di contrasto alle mafie nelle regioni del Nord richiede competenze investigative e giudiziarie altamente specialistiche, maturate nell’affrontare forme di infiltrazione sempre più sofisticate e meno appariscenti. Da qui la richiesta al Csm di adottare criteri che valorizzino anche l’esperienza acquisita dai magistrati impegnati nel contrasto alla criminalità organizzata fuori dalle aree tradizionalmente considerate a maggiore presenza mafiosa.
La discussione, dunque, continua a coinvolgere voci sempre nuove. Perché la questione aperta dalla delibera del Csm non riguarda soltanto una classificazione amministrativa. Riguarda il modo in cui l’Italia continua a leggere la presenza delle mafie e in particolar modo della ‘ndrangheta, al momento l’organizzazione più potente in Europa. E riguarda una domanda che, a distanza di giorni, resta ancora senza una risposta condivisa: la geografia delle procure coincide ancora con la geografia delle organizzazioni criminali? (f.v.)
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