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Mappa Criminale

’Ndrangheta e altre mafie al Nord, la delibera del Csm che fa discutere e il dibattito che si allarga

Il duro intervento della procuratrice Musti ha riaperto il nodo della “geografia giudiziaria”, richiamando una presenza ormai strutturata della criminalità nei distretti economici più ricchi

Pubblicato il: 19/06/2026 – 7:00
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’Ndrangheta e altre mafie al Nord, la delibera del Csm che fa discutere e il dibattito che si allarga

COSENZA La Calabria, insieme a Sicilia, Campania e Puglia, c’è e nessuno lo mette in discussione. Semmai il dibattito nasce da tutto il resto.
Come è ormai noto la delibera approvata dal Consiglio superiore della magistratura l’11 giugno scorso ha individuato undici procure distrettuali operanti in aree caratterizzate da alta densità di criminalità organizzata di tipo mafioso: Bari, Caltanissetta, Catania, Catanzaro, Lecce, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma e Salerno. Un elenco che riconosce il peso storico e attuale dei territori dove le mafie continuano a esercitare una pressione diretta sul tessuto sociale e istituzionale. Tra queste figurano Catanzaro e Reggio Calabria, due procure che da sole rappresentano il 18,2% degli uffici inseriti nell’elenco nazionale, una percentuale enorme per una regione che conta poco più del 3% della popolazione italiana.
I criteri adottati dal Csm sono chiari: radicamento storico delle organizzazioni criminali, capacità di controllo del territorio, complessità delle indagini antimafia e livello di esposizione professionale richiesto ai magistrati. Nessuno, dunque, mette in discussione la presenza della Calabria in questa mappa. La domanda che da giorni alimenta il confronto è un’altra: può esistere oggi una geografia delle aree a più alta densità mafiosa che non comprenda Milano, Torino o Bologna?

Le mafie non sono più dove le cercavamo

È la questione posta da Libera subito dopo la pubblicazione della delibera. L’associazione ha osservato che «la geografia delle mafie è cambiata» e che gli strumenti di osservazione dovrebbero evolversi di conseguenza. Una posizione che non contesta il ruolo delle procure meridionali, ma evidenzia come negli ultimi decenni le organizzazioni criminali abbiano assunto forme sempre più articolate e diffuse. Oggi le mafie non si manifestano soltanto attraverso intimidazioni e violenza. Operano attraverso infiltrazioni economiche, riciclaggio, condizionamento del tessuto imprenditoriale, relazioni opache e investimenti nei settori più redditizi dell’economia. Libera ha richiamato interdittive antimafia, segnalazioni di operazioni sospette, beni confiscati e sentenze definitive che hanno certificato la presenza stabile delle organizzazioni criminali in territori come Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana.
«Riconoscere la mafia solo dove fa più rumore significa non riconoscerla dove è pericolosa e fa più danni», ha sintetizzato l’associazione.

Da Aemilia a Millennium: il Nord raccontato dalle inchieste

In effetti le principali inchieste di ‘ndrangheta,degli ultimi anni (limitandoci soltanto a questo fenomeno) raccontano una storia difficile da ignorare. Aemilia, nel 2015, rappresenta ancora oggi uno spartiacque. Con oltre 160 arresti e il successivo maxiprocesso, ha accertato il radicamento stabile della cosca Grande Aracri di Cutro in Emilia-Romagna, soprattutto nelle province di Reggio Emilia, Modena, Parma e Piacenza. Non più semplice riciclaggio, ma presenza strutturata nel territorio.
Da quella inchiesta sono nati ulteriori filoni, come Grimilde e Perseverance, che hanno confermato la capacità delle cosche di mantenere influenza economica e relazionale anche dopo i primi durissimi colpi investigativi. Nel 2023 l’inchiesta Hydra della Dda di Milano ha portato alla luce quello che gli investigatori hanno definito un possibile “sistema mafioso lombardo“, caratterizzato da rapporti e convergenze tra esponenti di ‘ndrangheta, camorra e Cosa nostra. E non va dimenticata l’operazione Millennium, coordinata dalla Dda di Reggio Calabria nel 2025. Novantasette misure cautelari e una rete di traffici internazionali che collegava direttamente le cosche reggine alle principali aree economiche del Nord, dalla Lombardia al Piemonte, passando per Veneto ed Emilia-Romagna. È proprio questa successione di indagini che ha progressivamente modificato la percezione del fenomeno mafioso: il Nord non è più soltanto il luogo in cui arrivano i soldi delle cosche, ma uno dei territori nei quali quei soldi vengono trasformati in potere economico.

Il «nessun dorma» della procuratrice Lucia Musti

In questo quadro assume un significato particolare il duro intervento delle ultime ore della procuratrice generale di Piemonte e Valle d’Aosta, Lucia Musti, che ha commentato la delibera del Csm sulla individuazione delle aree ad alta densità mafiosa. La magistrata, pur senza contestarne formalmente il contenuto, ha osservato come la concentrazione quasi esclusiva di tali aree nel Mezzogiorno, con l’aggiunta di Roma, rischi di non restituire pienamente il quadro emerso negli ultimi anni dall’attività delle Direzioni distrettuali antimafia nel Centro-Nord.
Non è la prima volta che Musti interviene su questo terreno. Già nei mesi scorsi, da procuratrice generale del Piemonte e della Valle d’Aosta, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno giudiziario, aveva tracciato una lettura netta del radicamento mafioso nel Nord-Ovest, destinata a far discutere. In quell’occasione sintetizzò così il fenomeno: «In Piemonte sono gli imprenditori a cercare i boss». Una frase che ribalta la narrazione tradizionale della mafia come forza esclusivamente coercitiva.
È proprio su questo punto che si innesta anche l’intervento più recente. Nel comunicato diffuso dopo la delibera del Csm, Musti, nel recente vittima di intimidazioni (con l’invio di lettere minatorie) dopo aver utilizzato l’espressione «distretto di mafia» riferita all’Emilia-Romagna, afferma infatti che «l’effetto collaterale di questa delibera non è certamente nella lettura che dà la società civile (penso a Libera e non solo) che rafforza ulteriormente la sua azione di affiancamento e sostegno a magistratura e forze dell’ordine ma alla società non civile, composta da cittadini che sono indifferenti, che sottovalutano ma, ancor peggio, di tutti coloro (anche e soprattutto autoctoni) i quali hanno scelto di “fare cartello” con le mafie, imprenditori e colletti bianchi, e che, scientemente e coscientemente, interagiscono e fanno affari con la ndrangheta nella assoluta convergenza dei fini ultimi che rispondono alla logica del guadagno».


Una lettura che la magistrata rende ancora più esplicita nel passaggio successivo, quando chiarisce che «elemento ancor più grave è che questo fenomeno è il frutto non di costrizione, ma di libera scelta». Non dunque un rapporto imposto dalla violenza mafiosa, ma una relazione che si sviluppa dentro una convenienza economica reciproca. Nel suo intervento, Musti ha richiamato inoltre il lavoro delle procure di Torino, Milano, Bologna, Venezia e Trento, impegnate nel contrasto alle infiltrazioni mafiose nei settori strategici dell’economia del Nord: edilizia, turismo, logistica, servizi, recupero crediti e gestione dei rifiuti. Un contesto nel quale, secondo la magistrata, le ’ndrine calabresi hanno trovato spazio stabile di radicamento e investimento.
Il punto più delicato del ragionamento riguarda però il rischio di sottovalutazione del fenomeno. «Il pericolo non è la società civile – ha osservato Musti – ma quella società non civile fatta di cittadini indifferenti o che fanno affari con la criminalità organizzata».  Nel comunicato, la procuratrice generale insiste poi sulla necessità di non abbassare la soglia di attenzione, ricordando il lavoro delle istituzioni e delle forze dell’ordine e la presenza ormai “conclamata” di insediamenti mafiosi anche nei distretti del Centro-Nord. È in questo contesto che si inserisce la chiusura, diventata ormai cifra del suo linguaggio pubblico: «Nessun dorma». Una formula che non è soltanto un appello, ma la sintesi di una diagnosi consolidata.

Una domanda che resta aperta

La delibera del Csm, le critiche di Libera e l’intervento di Lucia Musti non raccontano tre verità alternative. Raccontano tre livelli dello stesso fenomeno. Da un lato, la centralità ancora indiscutibile del Mezzogiorno giudiziario, con la Calabria tra i principali fronti antimafia del Paese. Dall’altro, un Nord che non appare più come periferia del fenomeno, ma come spazio strutturale di insediamento economico e relazionale delle mafie. La domanda, alla fine, resta la stessa. La geografia delle procure fotografa ancora la geografia delle mafie? O rischia di fotografare, con precisione istituzionale, un Paese in cui la criminalità organizzata ha già cambiato pelle, ma non ancora mappa? (f.v.)

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