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Traffico di droga, l’asse Cosenza-Reggio Calabria si rafforza. «Vedi se la vogliono, hanno un sacco di cose»

Dalle confessioni dei pentitti alle intercettazioni dell’ultima inchiesta: il Reggino è canale di approvvigionamento dei clan dell’area urbana di Cosenza

Pubblicato il: 04/08/2026 – 6:47
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COSENZA L’asse della droga che lega Cosenza-Reggio Calabria è noto. Dalla Piana di Gioia Tauro e dalla Locride fino al capoluogo bruzio, il canale privilegiato di approvvigionamento corre lungo l’A2, come ricostruito attraverso alcune inchieste. Un flusso costante di sostanze stupefacenti che attraversa la regione collegando il Sud reggino al Nord della Calabria. Nelle cronache giudiziarie, l’asse Cosenza-Reggio Calabria emerge in modo chiaro come una delle direttrici fondamentali per il traffico e lo spaccio di droga nell’intera regione. I dettagli emersi dalle varie operazioni antimafia condotte dalle Direzioni Distrettuali Antimafia di Catanzaro e Reggio Calabria delineano una precisa divisione dei ruoli tra la provincia reggina e l’area urbana cosentina.

Il Reggino, la “centrale” di approvvigionamento

La provincia reggina – con poli strategici quali la Piana di Gioia Tauro, Rosarno e la Locride – rappresenta la vera e propria sorgente dello stupefacente. È in quest’area che le cosche della ’ndrangheta mantengono l’egemonia nell’importazione su vasta scala, in particolare di cocaina ad elevata purezza. La conferma arriva direttamente dalla bocca di un pentito cosentino, ex vertice del clan degli “Zingari“: Celestino Abbruzzese. L’eroina, nel territorio bruzio, era un affare in mano solo alla cosca di etnia rom, come conferma il collaboratore di giustizia. «Quando è stata portata a Cosenza prima a spacciarla erano i fratelli “crapari”, poi gli “Italiani” dissero che avremo potuto spacciarla noi mentre la cocaiana dovevamo prenderla solo da loro». Questo monopolio sarebbe durato 17anni anni, «dal 2001 al 2018» precisa il pentito. Che poi riferisce in merito ai canali di approvvigionamento. «Capitava di prendere del “materiale” (droga, ndr) dal clan Pesce di Rosarno e da Cassano allo Ionio» e nella Sibaritide diventata feudo dei cugini degli Abbruzzese. Il capitolo reggino viene approfondito. «Ci rifornivamo a Rosarno, dai Pesce, dal 2001 fino al 2005. Quando andavo nel reggino – prosegue il pentito – parlavo con un tale Francesco e un tale Giovanni, il primo era soprannominato “Ciccio” e ricordo che poi è stato ucciso». Celestino Abbruzzese riferisce ulteriroi particolari inerenti il luogo dove sarebbe avvenuto l’acquisto delle partite di stupefacenti. «Uscivo allo svincolo autostradale di Rosarno, giravo a destra e percorrevo circa 4-5 km, ricordo che vicino c’era un supermercato e in quelle case adiacenti un bar. Chiamavo i ragazzi dei Pesce dal bar oppure andavo direttamente a casa di Giovanni, percorrendo una strada imboccata» qualche metro prima del punto di ristoro. I ragazzi erano più giovani di me». E i pagamenti? «Ero io a portare i soldi a Giovanni e Ciccio, ricordo che abbiamo pagato la droga anche con delle auto: una volta con una Audi A3, altre volte con una moto Suzuki e una Golf».
Per i clan dell’area urbana di Cosenza, dunque, la provincia di Reggio costituisce uno dei canali primari e ritenuto tra i più sicuri per garantire forniture continue e volumi elevati di sostanza da immettere sui mercati locali.

La conferma dell’asse nella recente operazione

Sono state le recenti indagini coordinate dalla Dda di Reggio Calabria guidata dal procuratore Giuseppe Borrelli – condotte dal Nucleo Investigativo del Comando provinciale dei carabinieri, dalla squadra mobile, dal Sisco e dalla sezione operativa della compagnia carabinieri di Reggio Calabria – a rivelare nuovi dettagli sul rapporto tra soggetti gravitanti nell’orbita criminale reggina e cosentina. Un legame, neanche a dirlo, fondato dal business della droga.
Tra il 16 ed il 18 settembre 2023 il sodalizio reggino – come emerge dalle carte dell’inchiesta – sarebbe avvenuta una nuova fornitura di eroina «con soggetti di origine cosentina», a cui veniva consegnata «anche una quantità prova definita “pronta”». Dell’esito di quella trattativa con i soggetti di Cosenza, la sera del 16 settembre, due interlocutori discutono dell’affare. «Dovevano venire quelli di Cosenza e non abbiamo fatto niente “noi la prendiamo a dodici”, ha detto… E che la volevano a dieci?». La discussione è sui costi della partita. Passano i giorni, le intercettazioni aiutano gli investigatori a cristallizzare la vicenda. «No, sono dovuto andare io fuori, sono dovuto andare per questa, dovevano venire quelli di Cosenza», sottolinea un interlocutore che poi aggiunge che «la trattativa non era andata a buon fine, e non abbiamo fatto niente». I soggetti di Cosenza gli avevano comunicato di avere dei contatti con alcuni fornitori che cedevano eroina a 12mila euro al chilogrammo. «Vedi se la vogliono a Cosenza, hanno un sacco di cose (…) e poi se, se ne prendono sette, otto, dieci chili che il prezzo è conveniente». (f.benincasa@corrierecal.it)

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