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l’inchiesta

‘Ndrangheta, 79 arresti a Reggio Calabria: il procuratore Borrelli: «Esiste una confederazione delle cosche»

Nel corso di una conferenza stampa in Procura sono stati illustrati i dettagli dell’operazione, tra doti, riti e nuovi equilibri criminali

Pubblicato il: 14/07/2026 – 14:20
di Paola Suraci
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‘Ndrangheta, 79 arresti a Reggio Calabria: il procuratore Borrelli: «Esiste una confederazione delle cosche»

REGGIO CALABRIA Una dote come regalo di laurea. È bastato questo dettaglio, uscito dalle intercettazioni, per far capire agli investigatori che qualcosa, nella ‘ndrangheta reggina, sta tornando indietro nel tempo. Riti di affiliazione, conferimento di cariche, ortodossia mafiosa: pratiche che sembravano in parte archiviate riemergono oggi in un’inchiesta da 79 misure cautelari, eseguite all’alba da oltre 500 uomini della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri nel cuore di Reggio Calabria. Ma il dato dei riti, per quanto suggestivo, è solo la superficie di qualcosa di più strutturale. E lo spiega bene il procuratore capo Giuseppe Borrelli, durante la conferenza stampa in Procura con l’aggiunto Walter Ignazitto, il capo della Squadra Mobile Gianfranco Minissale e il colonello dei carabinieri Roberto Spina. Perché a raccontare la vera novità di questa indagine è il modo in cui le cosche storiche del centro cittadino — De Stefano, Tegano, Condello, Lo Giudice — vengono descritte dagli inquirenti: non più clan distinti, ognuno con la propria autonomia e i propri confini, ma tessere di un’unica federazione. Una struttura che il procuratore aggiunto Walter Ignazitto ha definito, in conferenza stampa, ormai priva di reali cesure interne: oggi, ha spiegato, si fa fatica persino a parlare di singole cosche, perché le famiglie agiscono nell’ambito di un comune disegno organizzativo, condividendo affari, uomini e decisioni. Se una gerarchia esiste ancora, non è quella tra un clan e l’altro del centro città, ma quella che vede tutte le famiglie della federazione subordinate al gruppo dirigente di Archi — l’unico soggetto, in questa ricostruzione, in grado di esprimere una vera primazia. È un’evoluzione che conferma quanto già emerso nel procedimento “Epicentro” e che le indagini di oggi arricchiscono di un ulteriore tassello: la mappatura di articolazioni periferiche — a Ortì, Aretina, Oliveto e Croce Valanidi — anch’esse federate al centro e rispondenti, in ultima istanza, alle stesse logiche di comando unitario. Una ‘ndrangheta, insomma, che non abbandona i suoi riti più antichi ma li piega dentro una cornice di potere sempre più centralizzata. Le accuse mosse a vario titolo agli indagati — fatto salvo il principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva — vanno dall’associazione mafiosa al traffico e allo spaccio di stupefacenti, dall’estorsione alla detenzione e al porto di armi, comprese armi da guerra, fino al riciclaggio, alla rapina e al trasferimento fraudolento di valori.
Le indagini, coordinate dalla Dda guidata dal procuratore Giuseppe Borrelli, sono state condotte dal Nucleo Investigativo del Comando provinciale dei Carabinieri, dalla Squadra Mobile, dal Sisco e dalla Sezione operativa della Compagnia Carabinieri di Reggio Calabria. Sarebbero state documentate, nel corso delle indagini, anche riunioni riservate in cui, tra gli indagati, sarebbero stati ridefiniti gli equilibri tra le famiglie, le posizioni di comando, la spartizione dei proventi illeciti e i rapporti — talvolta conflittuali — con altre consorterie criminali.

La confederazione delle cosche e la nuova mappa del controllo

L’inchiesta si inserisce nel solco tracciato dal precedente filone “Epicentro”, di cui conferma e sviluppa gli esiti. “Le indagini hanno confermato l’esistenza di una confederazione tra le organizzazioni ‘ndranghetiste che operano nei vari quartieri di Reggio Calabria”, ha spiegato il procuratore Borrelli. Questa regia unitaria non si limitava al governo del centro storico: ha permesso agli inquirenti di ricostruire anche l’espansione delle cosche verso zone periferiche della città, finora rimaste più in ombra ma di fatto saldamente presidiate — Oliveto, Aretina e Croce Valanidi. “Dalle indagini sono emerse anche riunioni di ‘ndrangheta in cui venivano ridefiniti e ristabiliti gli equilibri tra le famiglie che controllano il centro, spartendo i proventi illeciti, pianificando i tradizionali riti di affiliazione, conferendo ‘doti’ criminali e gestendo i rapporti con le altre consorterie del territorio”, ha aggiunto Borrelli.

Il ritorno alle vecchie liturgie

Rispetto alle indagini del passato più recente, gli investigatori segnalano una novità che riguarda proprio il “come”: un fenomeno che sembrava in parte ridimensionato — quello dei riti e delle regole di ortodossia ‘ndranghetista — torna a manifestarsi con evidenza. Riti di affiliazione, conferimento di doti: le intercettazioni avrebbero restituito anche episodi che, più di ogni ricostruzione teorica, danno il senso di questo ritorno al passato. Uno su tutti, citato in conferenza: la richiesta di uno degli indagati, rivolta a un esponente di vertice, di ottenere — come regalo di laurea per il figlio — una “dote”.

Estorsioni: chi tace e chi denuncia

Sul fronte delle estorsioni, gli inquirenti descrivono una situazione a due velocità. Da un lato ci sono imprenditori sottoposti a richieste estorsive che non hanno sporto denuncia; dall’altro, casi in cui l’attività investigativa è stata resa possibile proprio dal contributo di chi ha scelto di denunciare — un dato che la Procura ha definito di buon auspicio. Il procuratore aggiunto Ignazzitto ha ammesso che in una fase di indagini precedente si era percepito un possibile allentamento del fenomeno, con alcuni esponenti di vertice delle famiglie che avrebbero dichiarato, intercettati, di non voler più praticare estorsioni per timore di essere denunciati. Le nuove risultanze smentiscono però quell’impressione: le estorsioni proseguono, secondo un criterio tariffario commisurato alla dimensione dell’azienda bersaglio, anche se il narcotraffico resta il core business economico delle famiglie della Piana.

Sindacati e comparto ferroviario

Un capitolo a parte riguarda il settore degli appalti per la manutenzione e la pulizia di treni e impianti industriali del polo ferroviario reggino, ritenuto un ambito di interesse strategico per la consorteria. Il condizionamento si sarebbe manifestato attraverso l’ingerenza nei rapporti con le imprese affidatarie del servizio — fino, secondo l’accusa, a una vera e propria gestione del servizio di manutenzione e pulizia affidata a un esponente dell’organizzazione, che avrebbe controllato sia le assunzioni del personale sia lo svolgimento concreto dei rapporti di lavoro. Un condizionamento reso possibile anche attraverso l’infiltrazione nelle dinamiche sindacali, funzionali — secondo la ricostruzione — a garantire l’influenza criminale sul comparto e utilità economiche alle ‘ndrine. Non è la prima volta che le indagini della Dda reggina fanno emergere tentativi di infiltrazione nelle organizzazioni sindacali: è la seconda volta in un lasso di tempo relativamente breve, ha sottolineato Borrelli, definendolo un aspetto “particolarmente allarmante”.

Arghillà, la delega e le tensioni interne

Le indagini hanno acquisito elementi sulla componente di vertice del gruppo criminale egemone nel quartiere di Arghillà, divenuto — secondo la ricostruzione — il “braccio armato” delle cosche, alle dipendenze delle famiglie di Archi, che sarebbero intervenute anche per dirimere frizioni interne nate da condotte predatorie compiute senza il necessario avallo delle ‘ndrine storiche. Un aspetto già oggetto di sentenza passata in giudicato — che attesta l’esistenza a Arghillà di un’articolazione ‘ndranghetista sostanzialmente diversa da quella uscita dal processo Olimpia — trova qui un ulteriore sviluppo: le cosche del centro avrebbero scelto di delegare il controllo di quel territorio, ma i recenti arresti avrebbero lasciato un vuoto di rappresentanza locale, generando tensioni e spingendo alla ricerca di nuovi referenti in grado di arginare anche la crescita dei reati contro il patrimonio nella zona. Sul fronte del narcotraffico sono state documentate due distinte associazioni dedite al traffico e allo spaccio al dettaglio di cocaina, eroina e marijuana: una con base logistica nel quartiere di Santa Caterina ma proiezioni sull’intero territorio regionale, diretta da un pregiudicato già condannato come esponente di vertice della cosca Tegano; l’altra operante principalmente ad Arghillà, il cui promotore — già condannato per associazione mafiosa — avrebbe continuato a impartire direttive ai sodali anche durante la detenzione in carcere.

Le armi e il ruolo dei collaboratori di giustizia

Oltre alle intercettazioni, un ruolo significativo nell’inchiesta è stato giocato dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, che avrebbero trovato riscontro nelle attività tecniche. Quanto alle armi — tra cui fucili a canne mozze e fucili a pompa, oltre ad armamento da guerra — gli inquirenti leggono la loro ingente disponibilità come indizio della volontà delle famiglie di costituire veri e propri arsenali, funzionali ad accrescere il proprio peso al tavolo delle trattative interne. Sono stati inoltre sequestrati beni riconducibili agli indagati e disposto il sequestro preventivo di sei società ritenute nella disponibilità dei sodalizi.

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