’Ndrangheta, i soldi dalla Svizzera per gli affari della rete con Cosa nostra e camorra. Il pentito: «Era la gallina dalle uova d’oro»
I rapporti tra Vestiti, Sorrentino e un imprenditore svizzero: somme per l’usura, investimenti nell’abbigliamento, una palazzina in territorio elvetico e la Porsche 997 Turbo S

LAMEZIA TERME Tavoli di mafia, gerarchie criminali e coalizioni tra gruppi. Ma non solo. Nel racconto del collaboratore William Alfonso Cerbo c’è anche un’altra faccia della presunta rete “Hydra” ricostruita dai pm della Dda di Milano: quella dei soldi, intesi come capitali, investimenti, ma anche usura, società, beni di lusso e rapporti con un imprenditore svizzero che, secondo il pentito, avrebbe avuto un ruolo di finanziatore negli affari di Giancarlo Vestiti e Antonio Sorrentino. È uno dei passaggi più interessanti del verbale reso da Cerbo davanti ai pm della Dda di Milano Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane.
Il circuito economico
Già perché il catanese, dopo avere ricostruito la nascita della coalizione criminale e il ruolo dei gruppi che ne avrebbero fatto parte, apre una finestra sul circuito economico che, secondo la sua versione, avrebbe alimentato una parte degli affari della presunta associazione al centro del maxi processo milanese. Il nome del soggetto svizzero non viene indicato nei passaggi valorizzati dal verbale, ma il ruolo che Cerbo gli attribuisce è molto chiaro. Secondo il collaboratore, Vestiti e Sorrentino avrebbero avuto un rapporto con «un imprenditore svizzero» che avrebbe consegnato loro somme di denaro poi utilizzate anche per commettere usura. Nel racconto del pentito, l’imprenditore non sarebbe stato un semplice conoscente o un soggetto esterno, ma una figura interna agli equilibri economici del gruppo, un finanziatore capace di mettere a disposizione capitali e opportunità di investimento.
Il “socio finanziatore”
Lo dice Cerbo quando i pm gli chiedono quale fosse il tornaconto di quel soggetto. Perché, osserva la Procura, non poteva trattarsi di un «benefattore». Il collaboratore risponde che «erano in società» e lo definisce «il loro socio finanziatore». Un’espressione che fotografa la natura del rapporto: non denaro regalato, ma capitali destinati a produrre altro denaro. «Avendo capitali immensi…», dice Cerbo. Poi aggiunge che quei soldi sarebbero rientrati al soggetto svizzero con un guadagno. «Certo, è il loro socio», spiega il collaboratore. E subito dopo riferisce la frase che rende il passaggio particolarmente significativo: «Abbiamo perso la mia gallina dalle uova d’oro».
La “gallina dalle uova d’oro”
La «gallina dalle uova d’oro», nel racconto di Cerbo, sarebbe proprio l’imprenditore svizzero. Il finanziatore. Il soggetto che avrebbe messo a disposizione capitali e che, dopo essere stato lambito da un’indagine dell’autorità giudiziaria romana, si sarebbe «ombrato», tirandosi indietro o comunque diventando più prudente. Cerbo attribuisce questo malumore ad Antonio Sorrentino. Secondo il collaboratore, Sorrentino si sarebbe lamentato perché, «per colpa di Vestiti» e della sua «mafiosità», ostentata e fatta sapere a tutti, l’indagine avrebbe finito per toccare anche quel personaggio svizzero, sia pure «di traverso». Una circostanza che avrebbe messo in difficoltà il rapporto economico.
Il credito da 700mila euro
Il pentito riferisce anche un dettaglio molto preciso: Sorrentino avrebbe vantato nei confronti di quell’imprenditore un credito di circa 700mila euro. «Da questo qua ci devo andare io», avrebbe detto, secondo Cerbo, spiegando che doveva muoversi personalmente perché quel soggetto gli avrebbe dovuto dare quella somma. È la fotografia di una rete di crediti, rapporti e interessi che, dopo l’intervento giudiziario, avrebbe generato una corsa a recuperare denaro e posizioni. Cerbo parla infatti di una sorta di competizione tra Vestiti e Sorrentino per accaparrarsi i crediti rimasti in giro. Un dettaglio che illumina il lato meno visibile della presunta coalizione: non soltanto intimidazione e reputazione criminale, ma anche gestione dei flussi economici.
Usura, merci e denaro da moltiplicare
Il denaro, secondo Cerbo, sarebbe stato impiegato in più direzioni. «Usura, stoccaggio importante di merci», dice il collaboratore. E poi sintetizza: «Facevano soldi, con quei soldi facevano soldi». Una formula quasi elementare, ma efficace, per descrivere il meccanismo che il pentito attribuisce al gruppo: capitali che alimentano affari, affari che producono nuovi capitali, denaro che rientra e viene rimesso in circolo. Nel verbale compaiono anche investimenti che avrebbero avuto una veste apparentemente lecita. Cerbo parla di attività nel settore dell’abbigliamento, con un logo creato ad hoc. Un marchio che, secondo quanto riportato dal collaboratore, richiamava il mondo della moda e degli affari regolari. Ma nel suo racconto il confine tra lecito e illecito appare sfumato: Sorrentino avrebbe parlato dell’imprenditore svizzero come socio nelle attività «lecite ed illecite».
La palazzina e la Porsche
C’è poi il capitolo immobiliare. Cerbo riferisce di un investimento in territorio elvetico riguardante un’intera palazzina. Anche questo è un passaggio rilevante, perché sposta il racconto oltre i confini italiani e colloca una parte degli interessi economici della rete in Svizzera, in un contesto fatto di capitali, immobili e disponibilità finanziarie. E infine c’è il dettaglio della Porsche. Secondo il verbale, Vestiti avrebbe parlato a Cerbo di una Porsche 997 Turbo S nella sua disponibilità, ma riconducibile al soggetto svizzero. Un bene di lusso che, nel racconto del pentito, diventa un altro indizio del rapporto tra disponibilità materiale, intestazioni e legami economici. Il quadro che emerge è quello di una presunta mafia economica capace di muoversi tra mondi diversi: i rapporti criminali raccontati negli altri passaggi del verbale, la forza del nome e delle appartenenze, ma anche la ricerca di capitali, gli investimenti, il credito, l’usura, le merci, le società e i beni di lusso. (g.curcio@corrierecal.it)
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