‘Ndrangheta, massoneria e dossieraggi: l’interrogatorio che scuote l’inchiesta Equalize
La trascrzione di un interrogatorio del 1996 del pentito Romeo

MILANO “Perché se non lo sa glielo dico io, il locale di Platì era il numero uno in Calabria”. Comincia con questa netta rivendicazione di potere, resa nel maggio 1996 dal collaboratore di giustizia Annunziatino Romeo, l’interrogatorio emerso sulle pagine del Fatto Quotidiano. Il documento è stato depositato dal pm Francesco De Tommasi nel processo “Equalize”, l’inchiesta milanese sulla centrale di dossieraggi illegali che vede imputati, per tentata estorsione, esponenti della cosca Barbaro. Un legame tra passato e presente sigillato anche dalla sentenza della Corte d’Appello di Reggio Calabria del 24 giugno 2026, che ha condannato a 12 anni Rosario Barbaro.
Il verbale
Nelle trascrizioni pubblicate dal quotidiano, Romeo – che oggi in aula nega tutto – descriveva nei dettagli il suo ruolo e la cupola di Platì: “Io ero inserito nell’organizzazione facente capo a Saverio Morabito e ai fratelli Sergi di Platì che operavano a Corsico. Ero collegato con Rosario Barbaro, ero il suo factotum. Rosario Barbaro lo chiamavamo Rosi da Massara, il titolare del ristorante che c’è a Platì, ero collegato principalmente con lui, con Saverio Barbaro U Pillari, con Giuseppe Barbaro U Nigru, con Giuseppe Perre u Maistru. Loro formavano un gruppo stabile. Perché se non lo sa glielo dico io, il locale di Platì era il numero uno in Calabria”. E ancora: “La mia collaborazione si era incentrata sui reati commessi dal gruppo Sergi-Papalia e dalla cosca di Platì che si era trasferita a Corsico”.
Sulle gerarchie interne, il collaboratore spiegava che “a Platì ci sono quattro famiglie però fanno tutti capo a Rosario Barbaro”, indicando in Domenico Papalia il capo supremo: “Domenico Papalia non solo è representative della sua famiglia, è il rappresentante nazionale della ‘ndrangheta lui è il massimo uomo che ha la ‘ndrangheta in tutto il territorio nazionale, è lui il cervello”. Di conseguenza, il paese aspromontano godeva di un’autorità indiscussa: “Qualsiasi cosa lui voleva fare si rivolgeva a Platì ed era fatta senza ombra di dubbio”.
L’aspetto più inquietante svelato dal Fatto Quotidiano riguarda i legami con la massoneria: “perché godevo di una posizione molto privilegiata, essendo molto vicino a Rosario Barbaro. E loro facevano la riunione mensile ad Africo, quelli della zona nostra della Locride, però tutto quello che veniva deciso dentro lì, dopo venivano portati a Reggio Calabria, erano i rappresentanti di questa massoneria, si riunivano da Don Stilo una volta al mese e decidevano le strategie che si devono fare”.
Tra i partecipanti c’era “X”, – riporta il Fatto – fratello di un ex generale dei carabinieri: “era massone e quello era il suo obiettivo, prendere tutta la strategia in mano lui e fare di Platì l’epicentro della ‘ndrangheta in Calabria. Perché lui aveva appoggi politici, appoggi in magistratura, era una persona molto importante. Un gruppo famigliare, una ‘ndrangheta, un locale, anche se forte, come numero ed economicamente, se non ha l’appoggio in politica, può fare ben poco”. Un’alleanza strategica che garantiva alla cosca il controllo totale, permettendo di “sapere se c’erano delle indagini, se c’erano dei procedimenti aperti”.
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