Bergamini, il conto alla rovescia è iniziato: le arringhe degli avvocati di Isabella Internò prima del verdetto
Dopo la durissima requisitoria della Procura (che ha chiesto 23 anni di reclusione per l’imputata) e le richieste della famiglia del calciatore, giovedì in Corte d’Assise d’Appello tocca a Pugliese e…

COSENZA Il processo d’appello sulla morte di Denis Bergamini entra nella sua fase conclusiva. Giovedì 9 luglio, davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, sarà il turno della difesa di Isabella Internò, chiamata a svolgere le proprie conclusioni dopo la requisitoria della Procura generale e le discussioni delle parti civili tenutesi nell’ultima udienza dello scorso 26 maggio. A prendere la parola saranno gli avvocati Angelo Pugliese e Cataldo Intrieri, difensori dell’ex fidanzata del calciatore del Cosenza, condannata in primo grado a 16 anni di reclusione per omicidio volontario in concorso con ignoti. Le loro arringhe rappresentano l’ultimo passaggio sostanziale del dibattimento prima delle eventuali repliche e della decisione della Corte. La sentenza, salvo diverse determinazioni del collegio, dovrebbe però slittare dopo la pausa estiva, considerata la complessità del procedimento e la mole degli atti processuali.
23 anni per Isabella Internò: la richiesta della Procura
L’udienza del 26 maggio aveva segnato uno dei momenti più rilevanti del giudizio d’appello. La Procura di Castrovillari, rappresentata dal pubblico ministero Luca Primicerio, aveva chiesto alla Corte di rideterminare la pena inflitta in primo grado, portandola da 16 a 23 anni di reclusione, ritenendo non corretto il bilanciamento tra attenuanti e aggravanti operato nella sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Cosenza. Nel corso di una lunga requisitoria, il magistrato aveva ribadito l’impianto accusatorio già accolto in primo grado, sostenendo che Denis Bergamini non si tolse la vita, ma fu vittima di un omicidio volontario, avvenuto prima del passaggio del camion guidato da Raffaele Pisano. Secondo l’accusa, gli accertamenti medico-legali eseguiti dopo la riesumazione del corpo avrebbero escluso la tesi del suicidio, indicando invece un decesso per asfissia e sostenendo che il calciatore fosse già morto quando il mezzo pesante lo travolse sulla statale 106, la sera del 18 novembre 1989. La Procura aveva inoltre sostenuto che Isabella Internò avrebbe mantenuto per oltre trent’anni una ricostruzione dei fatti ritenuta falsa, circostanza che, secondo l’accusa, impedirebbe di riconoscerle una prevalenza delle attenuanti generiche. Nel ripercorrere le risultanze processuali, il pubblico ministero aveva richiamato anche il presunto movente passionale, le testimonianze raccolte negli anni e il ruolo attribuito all’imputata nell’organizzazione dell’agguato.
I legali della famiglia Bergamini
Dopo la requisitoria era intervenuto il collegio difensivo della famiglia Bergamini. L’avvocato Fabio Anselmo, insieme alle colleghe Alessandra Pisa e Silvia Galeone, aveva chiesto l’accoglimento dell’appello della Procura e, in subordine, la conferma della condanna di primo grado. Nelle rispettive discussioni, i legali avevano contestato punto per punto la tesi difensiva del suicidio, richiamando gli accertamenti scientifici svolti nel corso delle nuove indagini, le testimonianze ritenute decisive e le presunte anomalie che avrebbero caratterizzato le prime fasi investigative nel 1989. Le parti civili avevano insistito sulla validità della ricostruzione già accolta dalla Corte d’Assise, sostenendo che gli elementi emersi nel processo convergerebbero nell’escludere la morte volontaria del calciatore e nell’indicare un’azione omicidiaria pianificata. Nel corso delle arringhe erano stati inoltre richiamati il contenuto di alcune intercettazioni ambientali, le dichiarazioni dei testimoni Francesco Forte e Tiziana Rota e gli esiti delle consulenze medico-legali che, secondo l’accusa, avrebbero dimostrato l’asfissia di Bergamini prima del travolgimento.
Al termine di quella stessa udienza, i difensori di Isabella Internò avevano respinto con fermezza l’impostazione accusatoria, definendo il procedimento «un processo distopico» nel quale «la suggestione è stata trasformata in prova penale». Per gli avvocati Pugliese e Intrieri, la sentenza di primo grado conterrebbe «macroscopici errori in fatto e in diritto» e la vicenda continuerebbe a rappresentare «un evidente caso di suicidio».
Giovedì la difesa illustrerà nel dettaglio le ragioni dell’appello proposto contro la condanna. (f.v.)
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