’Ndrangheta, la spedizione punitiva in Colombia ordinata da Pasquino per recuperare un milione e 180 chili di cocaina
«Mi devi far prendere l’ergastolo lì?». Sambati e Basile avevano già cercato i voli per Bogotà e fatto i tamponi. Tra le ipotesi, il sequestro del trafficante o dei suoi familiari e l’acquisizione de…

TORINO «Mi devi far prendere l’ergastolo lì?». La risposta, accompagnata da una risata, arriva pochi istanti dopo l’ordine impartito da Vincenzo Pasquino. Quale? Prepararsi a partire per la Colombia per raggiungere una fazenda e attendere poi lì le indicazioni successive. Non una vacanza, non un viaggio d’affari e neppure una trasferta improvvisata. Ma rintracciare un trafficante accusato di essersi appropriato di un milione di euro e 180 chili di cocaina. Almeno è quanto emerge dalla motivazioni del processo “Samba” celebrato con rito abbreviato. Da quanto emerso, dunque, l’obiettivo della missione (poi comunque naufragata) era portare Christian Sambati e Vito Luigi Basile fino a Bogotà. Era stato Pasquino, allora latitante in Brasile e ormai entrato ai vertici del narcotraffico internazionale, a impartire gli ordini attraverso i telefoni criptati Sky Ecc. Il piano emerge dalle chat, ma anche dai pedinamenti, dalle intercettazioni ambientali e dai preparativi concretamente compiuti dai due uomini a Torino. Una spedizione che, pur non essendo mai partita, viene considerata dal giudice indicativa della capacità dell’organizzazione di mobilitare uomini da un continente all’altro per difendere i propri interessi nel narcotraffico. Il gup di Torino Giovanna Di Maria ha condannato Pasquino a 10 anni di reclusione e Sambati a 12 anni. Basile, indicato nelle motivazioni come l’altro uomo destinato alla trasferta, non figura tra i nove imputati giudicati in questo abbreviato.
«Venerdì partite per la Colombia»
Ma andiamo con ordine. È il 20 gennaio 2021 e Vincenzo Pasquino, da un paio d’anni collaboratore di giustizia, contatta Basile. «Venerdì partite per la Colombia», gli scrive, precisando che con lui sarebbe dovuto partire Sambati. Pretende una risposta immediata e, davanti al silenzio del suo interlocutore, insiste: «È un’impresa parlare con te», «rispondi che è urgente». Quando Basile si collega, non manifesta esitazioni: «Ci sono subito», «io sono già pronto». Poi la battuta che sembra rivelare la consapevolezza della pericolosità dell’incarico: «Mi devi far prendere l’ergastolo lì?». Pasquino gli ordina di acquistare il biglietto e anticipa che gli avrebbe inviato la posizione di una fazenda da raggiungere una volta arrivato in Colombia. Contemporaneamente scrive anche a Sambati: «Amigo, vedi che domani vai a fare due biglietti per la Colombia». Alla domanda sulla destinazione risponde inizialmente in modo generico. Sambati chiede se debbano atterrare a Bogotà e per quanto tempo sia prevista la permanenza. La risposta è «una settimana».
L’agenzia di viaggi e i tamponi
Da quanto si legge nelle motivazioni di “Sambta”, gli ordini non restano confinati nelle conversazioni criptate. Già perché il 22 gennaio Basile e Sambati si incontrano a Torino e raggiungono il centro commerciale “Le Porte di Torino”. Tra le 11.17 e le 11.36 entrano nell’agenzia “Blu Vacanze” e chiedono informazioni sui voli diretti a Bogotà disponibili tra la fine di gennaio e il mese successivo. Le telecamere documentano la loro presenza, mentre le intercettazioni nell’auto di Basile consentono agli investigatori di seguire i preparativi. Il 29 gennaio entrambi si sottopongono al tampone per il Covid, all’epoca indispensabile per affrontare il viaggio internazionale. La partenza, salvo contrordini, era stata programmata per il 2 febbraio. Il viaggio non avverrà. Le motivazioni parlano del «naufragio del progetto», le cui ragioni non erano state comprese durante il monitoraggio. Soltanto l’acquisizione successiva delle chat Sky Ecc avrebbe permesso agli inquirenti di ricostruire lo scopo della trasferta.
Un milione e 180 chili di cocaina
Al centro della vicenda c’era un uomo identificato negli atti come Miguel Crespo. Secondo quanto scritto dal gup, Giuseppe Grillo e Francesco Perre avevano necessità di rintracciarlo perché accusato di avere trattenuto denaro e stupefacente riconducibili a uno degli interlocutori del gruppo. È Pasquino a riassumere la presunta perdita con una frase riportata nelle motivazioni: «A Pedro gli ha preso soldi con la pala, un milione… più 180 di merce». Il milione sarebbe stato inviato per finanziare una partita di cocaina mai consegnata. A quella somma si aggiungevano altri 180 chilogrammi di stupefacente che Crespo avrebbe ricevuto e sottratto. La trasferta affidata a Basile e Sambati, dunque, avrebbe dovuto consentire al gruppo di localizzare l’uomo e recuperare quanto perduto. Ma dalle conversazioni, secondo la ricostruzione riportata negli atti, emergeva un progetto ben più grave di una semplice richiesta di restituzione.
Il sequestro e la fazenda
I componenti del gruppo, scrive il giudice, si dicevano pronti a tutto. Tra le ipotesi prese in considerazione vi erano il sequestro di Crespo o dei suoi familiari e l’appropriazione della fazenda colombiana come forma di compensazione per il denaro e la cocaina perduti. La missione non venne mai portata a compimento e nelle motivazioni non costituisce un autonomo episodio di droga contestato agli imputati. Il gup la considera però significativa per valutare struttura, disponibilità e capacità operative dell’associazione. L’episodio, si legge nella sentenza, dimostra «le enormi potenzialità del sodalizio», l’ampiezza del suo raggio d’azione e la disponibilità di uomini capaci di muoversi sulla «scacchiera del narcotraffico» per difendere gli interessi dell’organizzazione. Dalla Calabria e dal Piemonte al Brasile, fino alla Colombia: un ordine impartito da Pasquino avrebbe potuto mettere in movimento, nel giro di pochi giorni, una squadra incaricata di recuperare milioni e cocaina dall’altra parte dell’Atlantico. (g.curcio@corrierecal.it)
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