Mobilità passiva, la sfida più dura per la sanità calabrese: ecco come (provare a) frenare i viaggi della speranza
Nel Piano di rientro la riduzione dell’emigrazione sanitaria è una priorità strategica: tra gli strumenti, più personale, tecnologia, screening e accordi con le altre Regioni
CATANZARO «Dal governo della mobilità passiva passa una quota importante della ricostruzione del sistema sanitario calabrese». Tra i più importanti obiettivi che la Regione Calabria si pone nel Piano di rientro 2026-2028 della sanità quello di ridurre la mobilità sanitaria passiva rappresenta una delle priorità strategiche. Secondo quanto rivela il documento di programmazione triennale adottato dalla Giunta regionale, il fenomeno, che ogni anno porta decine di migliaia di cittadini a rivolgersi a strutture sanitarie di altre regioni, non è solo un problema economico, ma anche una questione sociale e organizzativa che incide sulla qualità dell’assistenza e sulla continuità delle cure.
Il contesto
Nel Piano di rientro si evidenzia che la scelta dei calabresi di curarsi fuori regione non è dovuta esclusivamente alla reputazione del sistema sanitario locale. A pesare sono soprattutto la carenza di alcuni percorsi diagnostici e assistenziali, in particolare nell’ambito degli screening oncologici, e la scarsa conoscenza dei progressi compiuti negli ultimi anni per qualificare numerosi centri ospedalieri regionali nel trattamento di patologie ad alta complessità. Alcuni dati citati nel documento: nel 2023 la mobilità passiva ha riguardato circa 50mila ricoveri ordinari e altri 25mila ricoveri in day hospital o day surgery. A questi dati si aggiunge il fenomeno della cosiddetta “mobilità apparente”, legato a circa 45mila cittadini calabresi che risultano residenti nella regione ma vivono stabilmente altrove, una componente che limita i margini di intervento diretto. Si tratta – si legge – di «un vero e proprio fenomeno sociale, soprattutto nella misura in cui genera costi importanti per le famiglie e di fatto rende meno efficace il follow-up dei pazienti». Per contrastare questa tendenza e provare ad arginare i “viaggi della speranza”, la Regione – si rileva nel Piano di rientro – intende proseguire nel rafforzamento del sistema sanitario attraverso «il potenziamento delle risorse umane, l’ulteriore qualificazione delle risorse professionali e l’innovazione tecnologica (telemedicina, robotica) a far in modo che l’assistenza erogata dagli ospedali calabresi cresca in modo rilevante». Parallelamente sarà fondamentale migliorare la comunicazione istituzionale, affinché i cittadini siano informati sulle prestazioni di elevato livello già disponibili negli ospedali calabresi e non ritengano necessario spostarsi in altre regioni per ricevere cure all’avanguardia. Un capitolo centrale riguarda il potenziamento dei percorsi diagnostici e di prevenzione. Il Piano di rientro 2026-2028 cita come esempio gli screening oncologici, la cui insufficiente diffusione ha contribuito a far sì che circa la metà delle donne calabresi scelga di affrontare in altre regioni il percorso di cura del tumore della mammella. Una situazione che, secondo la programmazione regionale, riguarda anche altre patologie complesse e che richiede un rafforzamento dell’offerta sanitaria territoriale.
Gli accordi con le altre Regioni
Tra gli strumenti individuati figura anche- ricorda la Giunta nel Piano di rientro – la stipula di accordi di mobilità sanitaria con le Regioni che accolgono il maggior numero di pazienti calabresi: Lombardia, Emilia-Romagna, Sicilia e Puglia (mentre il Lazio rappresenta un caso particolare per il ruolo svolto dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, struttura con la quale non è possibile sottoscrivere accordi di questo tipo). Le interlocuzioni con Lombardia ed Emilia-Romagna sono già state avviate e con quest’ultima è stato sottoscritto un accordo che punta non solo a una migliore gestione della mobilità sanitaria, ma anche a favorire la crescita del sistema sanitario calabrese attraverso strumenti di collaborazione e supporto. Quanto alla Lombardia «l’accordo che si sta sviluppando mira a definire strumenti specifici di supporto, da parte di Regione Lombardia, alle strutture calabresi, in modo da contribuire più efficacemente non solo al governo della mobilità, ma anche alla crescita del sistema calabrese». Nel complesso – si rimarca ancora – «gli accordi con le altre regioni dovranno mirare a garantire il rispetto dei tetti da parte del privato accreditato, sia per i ricoveri (che rappresentano nel complesso il 61% degli importi, che per l’attività ambulatoriale, il governo dei ricoveri a bassa complessità e potenzialmente inappropriati e il rispetto della omogeneità delle attese»: parallelamente la Regione intende rafforzare la propria capacità di programmazione e contrattazione con le strutture pubbliche e private, introducendo meccanismi che colleghino parte delle risorse economiche ai risultati raggiunti nel recupero della mobilità passiva. In conclusione l’obiettivo finale – riporta il Piano di rientro – è un piano di contenimento della mobilità passiva che consenta di «costruire un sistema sanitario regionale più forte, moderno e competitivo, capace di offrire ai cittadini calabresi servizi di qualità e di ridurre progressivamente la necessità di ricorrere alle cure fuori regione». (a. cant.)
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