Ddl anti-maranza, una riforma che punta solo sulla repressione
L’analisi dell’avvocato e criminologa Chiara Penna
Il DDL “anti-maranza” interviene in modo profondo sulla responsabilità penale minorile, modificando l’art. 98 c.p. e il processo penale per i minorenni. In particolare introduce una presunzione di imputabilità per i minori tra i 14 e i 18 anni e sposta sempre più sulla difesa l’onere di dimostrare l’eventuale incapacità di intendere e di volere, riducendo la centralità dell’accertamento d’ufficio e della valutazione della personalità, della maturità e del contesto di vita del ragazzo.
Si tratta di un cambio di paradigma: si restringe lo spazio della valutazione individuale, che rappresenta uno dei cardini della giustizia minorile, e si rafforza una logica che tende ad avvicinare il trattamento dei minori a quello degli adulti, con possibili ricadute anche sul ricorso alle misure cautelari e alla detenzione.
Un minore, però, banalmente, non è un adulto.
Proprio perché l’immaturità è la condizione fisiologica dell’età evolutiva, è difficile comprendere la scelta di invertire la presunzione, trattando come regola ciò che, per definizione, richiede invece un accertamento individuale.
Se davvero si ritiene che un quindicenne sia presuntivamente assimilabile a un adulto sul piano della responsabilità penale, allora la coerenza imporrebbe di considerarlo tale anche negli altri ambiti della vita.
Eppure il nostro ordinamento continua, giustamente, a negargli la piena capacità di agire proprio perché riconosce che non ha ancora raggiunto la maturità dell’adulto.
Questo perché la ricerca scientifica mostra che le capacità di autocontrollo, di valutazione delle conseguenze e di regolazione degli impulsi maturano progressivamente ben oltre l’adolescenza. Ignorare questa realtà significa rinunciare a una giustizia costruita sulle caratteristiche dell’età evolutiva.
La riforma, inutile sul piano della prevenzione, punta dunque solo sulla repressione.
È anche una risposta che rischia di colpire proprio quei ragazzi che più facilmente vengono strumentalizzati dalla criminalità organizzata, sfruttandone immaturità e vulnerabilità. Trattarli come adulti sul piano penale non significa affrontare le cause del fenomeno, ma semplificarlo.
Tutto considerato, sembra dunque solo l’ennesima forma di propaganda securitaria: non affronta le radici della criminalità minorile, ma riduce progressivamente le garanzie della giustizia, rafforzando una concezione sempre più punitiva del diritto penale e del controllo sociale.
*Avvocato e criminologa
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