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l’inchiesta

Mitra per saldare i debiti e pistole al bambino di 6 anni: l’arsenale del clan Alvaro tra i boschi dell’Aspromonte

Una riserva di fuoco gestita con disinvoltura, usata per fare affari e ostentata senza farsi troppi problemi. «Hanno sparato? si sono sparati due caricatori»

Pubblicato il: 02/08/2026 – 19:06
di Mariateresa Ripolo
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REGGIO CALABRIA I fucili d’assalto usati come moneta di scambio per cancellare vecchi debiti, i nascondigli sicuri tra i boschi dell’Aspromonte e quell’ossessione per il piombo da far scaricare persino a un bambino di appena sei anni. Sono i dettagli che emergono dalle carte della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, nell’inchiesta che ha smantellato gli ingranaggi e gli affari della cosca Alvaro di Sinopoli, dove un capitolo è dedicato all’arsenale nella disponibilità del gruppo: una riserva di fuoco gestita con disinvoltura, usata per fare affari e ostentata senza farsi troppi problemi.

Un mitra per pagare i debiti

Tutto comincia nel pomeriggio del 18 novembre 2023. Le microspie e le telecamere piazzate dagli investigatori nei pressi della casa di Giuseppe Cannizzaro registrano un viavai strano. Arriva Giuseppe Luppino a bordo della sua Fiat Panda e stringe tra le mani un involucro allungato, avvolto in una busta azzurra. A tradire l’illiceità di quella consegna non è solo la forma del pacco, ma l’immediata mobilitazione dei presenti per coprire la scena: Giuseppe Cannizzaro si dirige verso il garage, mentre il fratello Antonio si piazza all’esterno a fare da vedetta, controllando ogni angolo della strada per intercettare l’eventuale arrivo delle forze dell’ordine. A quel punto entra in gioco Danilo Luppino, che afferra la busta e la porta via, facendola sparire in un luogo sicuro.
A chiarire cosa ci fosse davvero in quel plico ci pensano le intercettazioni registrate poche ore dopo. Conversando con Francesco Alvaro, è lo stesso Giuseppe Cannizzaro a dirlo senza troppi giri di parole: «Un mitra…». Nella conversazione l’indagato svela pure il motivo di quella consegna: il fucile d’assalto era solo un anticipo per rientrare da un debito. Con tanto di ultimatum fissato per l’inizio della settimana e un’ipotesi di risarcimento: «Altrimenti dobbiamo vedere come fare.. la prossima lunedì come non viene con quegli altri..sapete che facciamo..vi torno questa e mi date la panda…E iniziatemi a dare quello e lunedì mi date la metà.. pigliate.. mi ha detto…. e io me la sono presa ciccio!».

La mappa delle armi in Aspromonte

Ma la disponibilità di fuoco della rete non si fermava ai fucili. La notte di San Silvestro del 2023, i microfoni dell’Antimafia intercettano un altro dialogo chiave. Giuseppe Cannizzaro parla con un conoscente e racconta di avere due pistole calibro 9 nascoste tra la vegetazione dell’Aspromonte. L’idea iniziale era quella di fare un salto in montagna e recuperarle per la festa: «Ne ho due… una calibro 9… non ho fatto niente posa tutte cose… esci da qua, non ho preso niente, non sono salito in aspromonte e niente… Ne ho un’altra, ne ho un’altra ma mi rincresce ti giuro che mi rincresce, proprio nauseato… La volevo, ti giuro che la volevo per passarmi il tempo…».
A frenarlo, almeno in un primo momento, è la paura dei controlli a Sinopoli, dove la presenza della polizia si è fatta soffocante per via delle ricerche di un uomo in fuga: «Devono arrivare questi figli di puttana, con sto fatto che c’è questo alla gamba hai capito? e arrivano… Ah per la cazza se non c’era questo alla gamba».

I botti di Capodanno e la pistola al bambino

L’esitazione però dura poco. Il pomeriggio del primo gennaio 2024 le ambientali registrano l’azione: Cannizzaro in montagna c’è salito davvero, ha recuperato le due pistole e le ha portate a casa per inaugurare il nuovo anno a colpi di proiettile.
È la parte più inquietante dell’indagine, perché a imbracciare le armi e a svuotare i caricatori non ci sono solo gli adulti, ma anche un bambino di appena 6 anni. Nel raccontare la scena a un conoscente, Cannizzaro si vanta di come il fratello e il piccolo abbiano fatto fuoco a turno. «Hanno sparato? sì, sono sono sparati due caricatori». 
Dialoghi e filmati che per la Dda di Reggio Calabria non lasciano spazio a dubbi: attorno al gruppo muoveva un vero e proprio circuito clandestino di armi, usate con disinvoltura per stringere accordi, coprire debiti e persino per “svaghi” di famiglia.

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