Aeroporto di Reggio, bilanci «non veritieri» e perdite nascoste: così il dissesto di Sogas arrivò a 12,3 milioni
La crisi sarebbe stata evidente già dal 2011, ma la società continuò a operare. Crediti sopravvalutati, fondi rischi mancanti e «campanelli d’allarme» ignorati nella sentenza
REGGIO CALABRIA La crisi finanziaria non sarebbe esplosa improvvisamente nel 2016, quando la Sogas fu sciolta e avviata alla liquidazione ma sarebbe cominciata almeno cinque anni, celata però dietro bilanci «non veritieri», crediti sopravvalutati e fondi rischi non adeguati. Un’«apparenza di bilancio» dietro la quale si nascondeva il progressivo azzeramento del capitale sociale. È questa la ricostruzione contenuta nella sentenza con cui il Tribunale di Catanzaro ha condannato alcuni ex amministratori e componenti del collegio sindacale della società che gestiva l’aeroporto dello Stretto a risarcire in solido la curatela fallimentare per 12.301.793 euro, oltre agli interessi legali. Una decisione che arriva quasi dieci anni dopo il fallimento della società, dichiarato dal Tribunale di Reggio Calabria il 24 ottobre 2016, e che ricostruisce i passaggi attraverso i quali le perdite sarebbero state rinviate, corrette contabilmente o comunque rappresentate in modo da consentire alla Sogas di continuare a operare.
«La crisi era percepibile dal 2011»
Per i giudici della sezione specializzata in materia d’impresa, presieduta da Adele Ferraro, la situazione emersa al momento del fallimento rende «inverosimile» che la crisi fosse stata imprevedibile e improvvisa. Gli elementi raccolti durante il giudizio e le conclusioni della consulenza tecnica portano, infatti, a collocare l’inizio delle difficoltà finanziarie già nel 2011. Segnali di una situazione che sarebbe stata pienamente percepibile dagli amministratori e che, in parte, era stata rilevata anche dagli organi di controllo nelle relazioni sui bilanci. La curatela, secondo il Tribunale, ha dimostrato una serie di «gravi condotte di mala gestio» ai danni della società. Gli esercizi precedenti al fallimento sarebbero stati caratterizzati da perdite operative compensate attraverso la sopravvalutazione dei crediti, senza la costituzione di fondi adeguati a coprire il rischio che quelle somme non venissero mai recuperate. Il risultato sarebbe stato una rappresentazione non corretta della reale situazione patrimoniale e finanziaria della Sogas, in violazione dei principi di prudenza che regolano la redazione dei bilanci.
I crediti che tenevano in piedi i conti
Tra le poste analizzate nel processo «c’è il credito da oltre un milione di euro vantato nei confronti del ministero dell’Interno per il riaddebito dei costi sostenuti per i servizi di sicurezza all’aeroporto tra il 2006 e il 2010» si legge. Secondo la ricostruzione accolta dal Tribunale, rispetto a quella somma sarebbe stato necessario accantonare un fondo rischi di pari importo. Nei conti figurava anche un credito di circa 700mila euro nei confronti di Alpi Eagles, compagnia aerea dichiarata fallita nel maggio del 2011, che avrebbe richiesto una svalutazione o comunque un’adeguata copertura. Viene inoltre richiamata la cancellazione dal passivo del fondo relativo ai servizi antincendio, pari a circa 452mila euro. Correggendo queste e altre voci, i consulenti hanno concluso che già con il bilancio del 2011 il patrimonio netto della società si era ridotto di oltre un terzo rispetto al capitale sociale. La Sogas, secondo la consulenza richiamata nella sentenza, avrebbe dovuto essere posta «senza indugio» in liquidazione e invece l’attività proseguì. Una scelta che, per i giudici, provocò il consolidamento delle perdite e impedì di calibrare le scelte societarie sulla reale condizione economica dell’impresa.
Dal 2013 il crollo delle perdite
La gestione aveva fatto registrare nel 2012 un risultato positivo di poco superiore ai 113mila euro. Dal 2013, però, le perdite diventarono sistematiche: oltre 2,8 milioni nel 2013, più di due milioni nel 2014 e circa 8,3 milioni nel 2015. La consulenza tecnica ha quantificato in 12.326.793 euro la riduzione del patrimonio netto riconducibile alla prosecuzione dell’attività tra il 2012 e il 2015, dopo avere sottratto i costi che la società avrebbe comunque sostenuto per la liquidazione. Da questa cifra sono stati detratti i 25mila euro versati da Giuseppina Maria Zagarella nell’ambito di un accordo transattivo con la curatela. Si arriva così ai 12.301.793 euro indicati nel dispositivo della sentenza.
I «campanelli d’allarme» per gli amministratori
Una parte importante della decisione dei giudici riguarda, poi, la posizione dei componenti dei consigli di amministrazione che non disponevano di deleghe operative. Il Tribunale chiarisce che un consigliere privo di deleghe non può essere automaticamente chiamato a rispondere di ogni decisione assunta dagli amministratori esecutivi. Deve però agire quando emergono «campanelli di allerta» che rendono riconoscibile il rischio per la società. Nel caso della Sogas, secondo i giudici, le ripetute segnalazioni del collegio sindacale, le difficoltà finanziarie e le anomalie nelle poste contabili costituivano elementi sufficienti per chiedere informazioni, pretendere la documentazione necessaria e intervenire all’interno del consiglio. Non sarebbe stato dimostrato, per le posizioni ritenute responsabili, un dissenso formalizzato né l’adozione di iniziative capaci di impedire o ridurre le conseguenze della gestione.
Ai sindaci non bastava chiedere chiarimenti
Il collegio sindacale aveva segnalato nel tempo diverse criticità e la mancata contabilizzazione di alcune fatture. Le sue raccomandazioni, annota il Tribunale, sarebbero state sistematicamente disattese dagli amministratori. Ma questo non è stato ritenuto sufficiente a escludere ogni responsabilità dei controllori. Secondo la sentenza, i sindaci non potevano limitarsi a chiedere chiarimenti al consiglio di amministrazione. Di fronte a irregolarità tanto rilevanti avrebbero dovuto pretendere l’adozione di «azioni correttive necessarie» e utilizzare in maniera più incisiva i poteri attribuiti loro dalla legge. La vigilanza, sottolineano i giudici richiamando anche le conclusioni dei consulenti, deve essere effettiva e non può esaurirsi nell’adempimento meramente burocratico degli obblighi formali. Per questa ragione il Tribunale ha attribuito ai componenti del collegio sindacale ritenuti responsabili il 20% del danno nei rapporti interni tra i condannati.
Chi è stato condannato
Il risarcimento è stato posto, in solido, a carico di Antonio Barrile, Vincenzo Calarco, Carlo Alberto Porcino, Tommaso Cotronei, Luca Maio e Domenica Catalfamo, per le rispettive posizioni negli organi amministrativi. Con loro sono stati condannati gli ex componenti del collegio sindacale Giorgio Chiaula e Domenico Pensabene, oltre ad Antonio Parente e Renato Antonelli, per i quali sono costituiti in giudizio gli eredi. La condanna solidale consente alla curatela di chiedere il pagamento dell’intera somma ai soggetti obbligati, mentre la graduazione delle responsabilità produce effetti nei rapporti interni tra gli stessi. La domanda è stata invece rigettata nei confronti di Domenico Bagnato, Giuseppe Basile, Domenico Berti, Michele Bisignano, Antonio Massimiliano Miceli, Maria Elena Mancuso Severini, Attilio Battaglia, Fabio Solano e Giancarlo Filocamo. Per Zagarella è stata dichiarata cessata la materia del contendere dopo la transazione. Alla somma principale si aggiungono oltre 576mila euro di compensi ed esborsi legali per il giudizio ordinario, la fase cautelare e il successivo reclamo, oltre agli accessori di legge e ai costi delle consulenze tecniche. (g.curcio@corrierecal.it)
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