Le «parole erranti» di Alvaro, Strati e Repaci
A settembre tre giornate dedicate agli scrittori che hanno affidato alla pagina letteraria il viaggio degli uomini, la memoria dei luoghi e le inquietudini del Novecento
La Calabria entra nella letteratura italiana quando smette di essere soltanto un luogo. È nelle pagine di Corrado Alvaro, Saverio Strati e Leonida Repaci che una condizione complessa diventa una domanda sull’uomo e sulla sua dignità, sulla giustizia e sulle disuguaglianze, sul bisogno di partire e sul peso delle radici. E da questa domanda sono nate pagine capaci di misurarsi con le grandi questioni della letteratura italiana.
È questa eredità, fatta di opere e di esperienze umane, torna al centro di « Parole erranti. Voci e visioni dalla Calabria », la rassegna promossa dal Corriere della Calabria, in programma a Lamezia Terme, il 25, 26 e 27 settembre 2026. Tre giornate di incontri nelle quali scrittori, studiosi e giornalisti rifletteranno su una letteratura che ha trovato nella partenza, nella distanza e nella memoria le sue domande più ostinate.
Alvaro, Strati e Repaci sono infatti tre modi diversi di fare i conti con il rapporto difficile tra gli uomini e i luoghi da cui provengono, tra la necessità di partire e il desiderio di non recidere il filo delle origini.
In Alvaro quel rapporto passa attraverso la ferita dell’Aspromonte, che è insieme una condizione di marginalità e di ingiustizia, ma anche il luogo in cui resistono il senso ostinato della dignità, il desiderio di riscatto e la fatica di chi cerca un posto nella storia.
Con Strati la letteratura guarda alle vite degli uomini e delle donne comuni, il lavoro, la fatica quotidiana, le partenze e i ritorni di chi attraversa le trasformazioni del Novecento.
Con Repaci la Calabria entra nella dimensione ampia del romanzo, dove le vicende si misurano con quelle di una comunità e con i passaggi decisivi della storia del Paese.
Forse è proprio questa la ragione per cui quelle pagine continuano a muoversi nel tempo perché raccontano una terra senza rinchiudersi nei suoi confini, e perché nelle storie di chi parte, di chi resta e di chi ritorna riconoscono una delle esperienze più profonde del Novecento.
A Palazzo Nicotera quelle parole torneranno a incontrarsi, non come reliquie di un passato, ma come strumenti per comprendere il presente. Perché le parole, quando sono vere, non smettono mai di viaggiare. E qualche volta, dopo un lungo cammino, tornano a casa. (redazione@corrierecal.it)
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