’Ndrangheta in Lombardia, il rito della “mangiata” raccontato dal pentito. «A capotavola il più alto in grado, tipico dei calabresi»
Nell’udienza del 16 settembre, Francesco Bellusci descrive le regole a tavola tra affiliati: la disposizione «a ferro di cavallo», il consenso per iniziare a mangiare
MILANO Prima il capotavola, occupato dal soggetto «più alto in grado». Poi gli altri disposti ai lati, «a ferro di cavallo». Nessuno comincia a mangiare finché non arriva il consenso. E nessuno si alza prima che la tavola venga «liberata». È uno dei passaggi più singolari emersi nell’udienza del 16 settembre del processo ordinario Hydra, in corso davanti al Tribunale di Milano, durante l’esame del collaboratore di giustizia Francesco Bellusci. Interrogato dalla Procura sulle ritualità della ’ndrangheta e sulle frequentazioni avute negli anni, Bellusci ha raccontato quella che definisce la «mangiata»: non semplicemente un pranzo o una cena, ma, in determinate occasioni, un momento regolato da ruoli, gesti e formule precise. Un’abitudine che, secondo il collaboratore, avrebbe sperimentato prima in libertà e successivamente anche durante la detenzione nelle carceri di Bologna e Parma.
«A capotavola il più alto in grado»
È la pm a chiedere a Bellusci se il rito della «mangiata» avesse un collegamento con l’affiliazione e con l’appartenenza alla ’ndrangheta. Il collaboratore distingue: ci si può ritrovare per una semplice mangiata, spiega, ma i terreni potevano essere utilizzati anche quando soggetti appartenenti alla ’ndrangheta dovevano riunirsi per discutere questioni interne o impartire un «ordine». A tavola, però, la disposizione seguirebbe comunque una precisa gerarchia. «Sta sempre al capotavola una persona maggiore in carico», racconta Bellusci. Il pubblico ministero traduce: il più alto in grado. Gli altri, invece, si dispongono ai lati formando quello che il collaboratore definisce un «ferro di cavallo». Non è soltanto una questione di posti. Bellusci racconta che sarebbe proprio il capotavola a dare il via al pasto. Prima di iniziare a mangiare, dice, «deve dare il consenso». La formula passa attraverso il «buon appetito», al quale gli altri possono rispondere «grazie, altrettanto». E anche la conclusione seguirebbe una regola. Prima di alzarsi da tavola sarebbe ancora il soggetto al vertice a scandire il momento, pronunciando il «buona digestione». Soltanto allora, nella descrizione del collaboratore, la tavola può considerarsi definitivamente «liberata».
Dalla casa dei Cutrì al carcere
Bellusci sostiene di avere sperimentato direttamente questa ritualità anche a casa dei Cutrì. Ed è proprio su Totò Cutrì che il pubblico ministero insiste, recuperando anche quanto il collaboratore aveva già dichiarato in un precedente interrogatorio. La pm gli rilegge un passaggio nel quale Bellusci riferiva che Cutrì gli spiegava, quasi sotto forma di battuta, le regole da rispettare: quando il capotavola pronuncia il «buon appetito» bisogna rispondere e, finché non viene liberata la tavola, non ci si può alzare. Bellusci conferma. Quelle «battute», spiega nell’udienza del 16 settembre, erano un modo per fargli comprendere progressivamente il funzionamento di quelle regole. Quando la pm gli chiede se si trattasse di un modo per «portarlo avanti» in senso mafioso, cioè di «indottrinarlo», il collaboratore risponde affermativamente.
Le stesse regole in carcere
Il racconto si sposta poi negli istituti penitenziari. Bellusci riferisce di avere ritrovato la stessa ritualità durante la detenzione a Bologna e successivamente a Parma, nelle sezioni in cui erano presenti detenuti calabresi. A Bologna indica anche chi, secondo quanto gli era stato riferito, sarebbe stato il soggetto con il grado più elevato. Racconta però che quest’ultimo avrebbe lasciato ad un altro detenuto la possibilità di sedersi a capotavola. A Parma, invece, Bellusci riferisce che il posto sarebbe stato occupato stabilmente da un altro detenuto calabrese. Anche lì, ogni volta che il gruppo mangiava insieme, secondo il collaboratore si sarebbe ripetuto lo stesso schema.
Il processo ordinario Hydra
Il racconto sulla «mangiata» è emerso dunque nell’udienza del 16 settembre 2026, durante l’esame dibattimentale di Bellusci nel troncone ordinario del processo Hydra, che proprio in queste settimane sta entrando nel vivo davanti al Tribunale di Milano. Prossima udienza fissata per il 23 settembre. (g.curcio@corrierecal.it)
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