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vignaioli indipendenti

«La Calabria del vino non ha bisogno di assomigliare ai grandi territori, ma solo di avere piena consapevolezza»

La delegata regionale di Fivi Calabria: «Il futuro non passa dall’aumentare le quantità, ma dal continuare a creare valore»

Pubblicato il: 08/08/2026 – 10:47
di Fabio Benincasa
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COSENZA Custodi della biodiversità, artigiani del gusto e ambasciatori di un territorio in forte evoluzione. I vignaioli indipendenti rappresentano il cuore pulsante della nuova narrazione enologica calabrese. Abbiamo incontrato la delegata regionale della FIVI Calabria, Raffaella Ciardullo dell’azienda Tenuta del Travale, a poche ore dall’inaugurazione di Vinitaly and the City a Reggio Calabria, per fare il punto sullo stato dell’arte del vino regionale: tra nuovi mercati, tutela del paesaggio e la voglia di far conoscere al mondo il carattere unico e genuino dei vini di Calabria.

Raffaella Ciardullo e Nicola Piluso 

In questi anni, come è cambiata la percezione dei vignaioli indipendenti in Italia? E in Calabria?

«Il cambiamento più importante è culturale. Per molto tempo il vignaiolo indipendente è stato considerato quasi una figura romantica, animata soprattutto dalla passione. Oggi, invece, è riconosciuto come un professionista che si assume una responsabilità enorme: custodire un territorio e tradurlo in un vino che ne sia un’espressione autentica. Essere vignaioli indipendenti significa seguire personalmente ogni fase del lavoro, dalla vigna alla bottiglia. Significa fare delle scelte, assumersene la responsabilità e mettere il proprio nome su ciò che si produce. È questa coerenza che oggi il consumatore riconosce e premia. In Calabria questo percorso è stato ancora più significativo. Per molti anni la nostra regione è stata osservata con superficialità, senza coglierne la straordinaria ricchezza viticola. Oggi cresce invece l’interesse verso una Calabria fatta di vitigni identitari, paesaggi integri, biodiversità e aziende che hanno scelto di valorizzare la propria identità, senza rincorrere modelli costruiti altrove. Questa credibilità ci permette anche di portare la voce dei vignaioli nei luoghi in cui si costruiscono le politiche del settore. Perché il vignaiolo indipendente non produce soltanto vino».

La sostenibilità è più una scelta etica o una necessità economica?

«Per un vignaiolo le due cose non possono essere separate. La sostenibilità non è soltanto una tecnica agronomica né un insieme di certificazioni. È un modo di concepire il proprio lavoro e il rapporto con la terra. Significa coltivare sapendo che ogni decisione produce effetti destinati a durare nel tempo. Significa preservare la fertilità dei suoli, utilizzare con intelligenza le risorse, rispettare il paesaggio e costruire aziende capaci di guardare al futuro. Ma sostenibilità significa anche garantire un futuro economico alle aziende agricole. Un vigneto che non genera reddito difficilmente continuerà ad essere coltivato. Per questo tutela ambientale e sostenibilità economica devono procedere insieme. In una regione come la Calabria questo assume un significato ancora più profondo, perché ogni azienda agricola contribuisce a mantenere vive le aree interne, contrastando l’abbandono e custodendo un patrimonio che appartiene a tutti».

In uno scenario in continua evoluzione, un elemento non cambia: il valore del territorio. Il terroir va tradotto in vini, racconti ed esperienze?

«Assolutamente sì. Ma credo che il terroir non debba essere semplicemente raccontato: debba essere vissuto. Il vino è il primo linguaggio attraverso cui un territorio si esprime, ma non è l’unico. Ci sono il paesaggio, la storia, le persone, la cucina, le tradizioni, la luce di un luogo, i suoi profumi e perfino i suoi silenzi. Il terroir non è qualcosa che si possiede. È qualcosa che si interpreta. Lo stesso vigneto, nelle mani di persone diverse, può raccontare storie diverse. Per questo il compito del vignaiolo non è soltanto produrre un grande vino, ma renderlo comprensibile. Ogni bottiglia dovrebbe permettere a chi la apre di intuire il luogo da cui proviene. Quando questo accade, il vino diventa un’esperienza culturale prima ancora che sensoriale».

I mercati diventano sempre più complessi e competitivi, il consumatore è informato e selettivo. È il momento migliore per investire nelle produzioni di qualità?

«Immagino sia l’unica strada possibile. La Calabria non potrà mai competere sui grandi volumi, e non sarebbe nemmeno coerente con la propria identità. La nostra è spesso una viticoltura di pendio, frammentata, fatta di piccoli appezzamenti e di un lavoro ancora profondamente manuale. Oggi il tema non è produrre più vino, ma creare più valore. In una fase in cui i consumi rallentano e i mercati sono sempre più complessi, la risposta non può essere rincorrere le quantità, ma rafforzare la qualità, l’identità e la redditività delle aziende. È una condizione che richiede più fatica, ma che restituisce un patrimonio di autenticità difficilmente replicabile. Per questo il nostro futuro non passa dall’espansione indiscriminata delle superfici vitate, ma dalla valorizzazione dei vigneti esistenti, soprattutto quelli delle aree collinari e interne, che rappresentano un patrimonio economico, ambientale e culturale per l’intera regione. Oggi il consumatore cerca autenticità, coerenza e trasparenza. Vuole sapere chi produce quel vino, dove nasce e quale storia racconta».

Aprire le porte delle cantine non basta. Quale possibile evoluzione per l’enoturismo?

«L’enoturismo sta entrando in una fase nuova. Le persone non cercano semplicemente una degustazione. Cercano autenticità. Vogliono capire come nasce un vino, conoscere chi lo produce, camminare tra i vigneti, ascoltare le storie di un territorio e sentirsi parte, anche solo per qualche ora, della vita di una comunità. Per questo la cantina non può più essere considerata un punto di arrivo, ma il punto di partenza per scoprire tutto ciò che la circonda. La Calabria possiede un patrimonio straordinario. In pochi chilometri convivono mare, montagne, parchi naturali, siti archeologici, borghi storici e una biodiversità unica. Il vino può diventare il filo che unisce tutte queste esperienze, trasformando una visita in un ricordo destinato a durare nel tempo. Quando il vino riesce a creare valore per un territorio, crescono insieme anche ospitalità, ristorazione, artigianato e servizi. È questo il modello di sviluppo che dobbiamo continuare a costruire».

Come immagina il futuro della Calabria del vino?

«Lo immagino con fiducia, ma anche con un forte senso di responsabilità. Credo che la Calabria del vino sia sulla strada giusta. Negli ultimi anni la qualità delle produzioni è cresciuta, la reputazione delle aziende si è rafforzata e la nostra regione è sempre più presente nelle principali guide, nei mercati internazionali e nei contesti in cui si parla del vino di qualità. In questo percorso va riconosciuta anche la sensibilità dimostrata dalla Regione Calabria. Si è sviluppato un dialogo concreto tra il mondo dei vignaioli indipendenti e le istituzioni, e questa collaborazione ha prodotto risultati importanti per tutto il comparto. Ora, però, serve continuità. Il rapporto tra politica regionale e mondo produttivo non può esaurirsi con una stagione favorevole: deve diventare un metodo di lavoro stabile. Solo così sarà possibile consolidare quanto costruito e affrontare insieme le sfide che attendono il vino calabrese. La vera sfida sarà investire nella formazione, accompagnare il ricambio generazionale e sostenere chi sceglie di rimanere o di tornare a lavorare in agricoltura. Dobbiamo creare le condizioni perché fare il vignaiolo sia una scelta economicamente sostenibile, non soltanto una scelta di passione. Abbiamo il dovere di trasmettere non solo aziende, ma competenze, cultura e una visione del territorio. Un vigneto non si eredita semplicemente: si impara a comprenderlo, rispettarlo e interpretarlo. Come Presidente di FIVI Calabria credo che il futuro passi dalla capacità di fare rete, condividere competenze e promuovere insieme l’immagine della nostra regione, pur nella ricchezza delle sue differenze. Perché un grande territorio del vino non nasce quando tutti producono gli stessi vini. Nasce quando tanti vignaioli, ciascuno con la propria identità, contribuiscono a raccontare una stessa terra. La Calabria non ha bisogno di assomigliare ad altri grandi territori del vino. Ha bisogno di essere sempre più consapevole della propria identità. È questa autenticità che oggi il mercato cerca e che noi abbiamo il dovere di custodire e valorizzare». (f.benincasa@corrierecal.it)

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