A San Luca, oltre lo stigma
Anna Sergi sceglie di vivere il paese dell’Aspromonte dall’interno, parlando con i suoi abitanti e sottraendoli alla rappresentazione stereotipata di terra di mafia e arretratezza
Una donna sola, empatica, colta, esuberante, in vacanza a San Luca d’Aspromonte. Un paese senza il mare, con montagne rinselvatichite alle spalle, strade dissestate e tanto non-finito-calabro. Un paese da anni senza un’amministrazione comunale democraticamente eletta. Per l’opinione pubblica, il paese simbolo della ‘ndrangheta.
La donna veste gli abiti colorati della cittadina cosmopolita qual è. Cammina disinvolta fra le viuzze del paese. Sorride, scherza, conversa amabilmente con chiunque incontri, soprattutto altre donne e ragazzi. Si chiama Anna Sergi, calabrese di nascita, professoressa ordinaria di sociologia del diritto e della devianza all’Università di Bologna. Una dei tanti giovani che hanno lasciato la Calabria e, fuori da essa, hanno raggiunto il gradino più alto della docenza universitaria. Autrice di una quantità di articoli scientifici, di studi e di libri importanti che hanno ad oggetto la criminologia e la sociologia delle mafie. Ha inoltre una notevole esperienza di insegnamento e ricerca in università estere. E allora, vi chiederete, come è venuto in mente ad una ricercatrice impegnata e cosmopolita di approdare a San Luca, icona mondiale della ‘ndrangheta?
In realtà Anna (la chiamo per nome non perché la conosca personalmente ma perché simpatizzo per il suo gesto) aveva già presentato, in giugno, al festival “Trame”, insieme al giornalista Francesco Donnici, un “Manifesto con San Luca”, che vorrebbe far uscire il paese dal binario morto sul quale lo ha messo lo stigma della ‘ndrangheta, dell’arretratezza, dell’immobilismo. Per farla finita con la narrazione riduttivistica di un’intera comunità. Operazione da compiere però insieme ai sanluchesi stessi e non sulle loro teste. Proprio in questi giorni Anna pubblica sui social, da San Luca, dei brevi video-report, dai quali conosciamo in tempo reale le sue esperienze laggiù, le visite ai luoghi, le chiacchierate con le persone, le sensazioni, le emozioni sul mondo reale che le si apre davanti. Ed è già chiaro che non intende aderire in alcun modo agli stereotipi circolanti su San Luca e sull’Aspromonte.
La gente di San Luca – la tanta gente umile, mite, per bene che ci vive –, è abituata ad essere o diffamata o strumentalizzata, senza altra alternativa a queste due opzioni. Dal primo punto di vista qualcuno ricorderà il diluvio di lettere ingiuriose proveniente da ogni dove che, all’epoca dei sequestri di persona, sommerse il Comune di San Luca. Lettere in parte pubblicate da Diego Minuti e Filippo Veltri in un libro del 1990. Sotto il secondo profilo sono ancora vive le sceneggiate provocatorie del giornalista ed opinionista Klaus Davi che si candidò a sindaco di San Luca nel 2019, senza successo ovviamente. Anna, in questo, è stata chiara sin dall’inizio: non vengo con pregiudizi, non devo candidarmi a nulla, non mi serve visibilità mediatica: sono qui per vivere un’esperienza, per capire e per studiare. E, da quel che si intuisce dai suoi report, è lì per conoscere dalla viva voce dei sanluchesi ciò che essi pensano veramente, quel che desiderano, come vedono la vita, il mondo, il futuro.
È forse la prima volta che una donna con un ruolo importante si assume un simile onere, si mette in gioco di persona come fa Anna. Quasi tutti quelli prima di lei sono andati a San Luca per sparare titoli enfatici sui loro giornali, per ergersi ad eroi della legalità, per vandalizzare una storia che ancora gronda del sangue dei miti. “Miti” in un doppio senso: “umili”, come la gran parte dei sanluchesi, ma anche come “racconti fondativi di una comunità”. Soprattutto all’epoca dei sequestri e, più tardi, dopo la strage di Duisburg in Germania, del 2007, quando una faida fra due famiglie di San Luca fece sei morti ammazzati in un sol colpo. Nelle loro cronache è sempre stato ignorato “il molto altro” che San Luca rappresenta ed offre: la tradizione letteraria di Corrado Alvaro (1895/1956), uno dei massimi narratori europei del ‘900, che rese immortali i protagonisti di una mondo che andava scomparendo, ma che era pur sempre una civiltà; la natura, così forte e identitaria, che rende il paese una delle capitali del Parco Nazionale dell’Aspromonte; l’antropologia e la cultura popolare, che hanno nell’antica festa della Madonna di Polsi la loro carne viva; le vicende della chiesa locale, a partire dalla figura dall’ex vescovo mons. Giancarlo Bregantini, che, a parte il suo grande carisma, fu capace di realizzare vere occasioni di lavoro per gli ex detenuti; lo scioglimento per mafia della Fondazione Alvaro e la successiva sentenza di annullamento da parte del TAR; sino alla recente assoluzione da ogni ipotesi di collusione con la ‘ndrangheta, dell’ex priore di Polsi, don Pino Strangio, dopo anni di gogna giudiziaria e mediatica.
Dunque, per usare espressioni della stessa Anna, contro ogni rappresentazione mediatica, a San Luca si può vivere tranquilli ed essere felici, la gente è accogliente, curiosa, gentile, racconta, chiede, si relaziona, vive serena nonostante tutto. Ma il punto non è – dice Anna in un recente video – quanto ci si senta tranquilli, ma chi decide, invece, dove passa il confine fra quel che si può e quel che non si può fare. Il problema è semmai quanto si sia liberi di essere ciò che si è, senza venire additati come traditori della tradizione dei luoghi.
Mi viene in mente che nell’approccio adottato sinora, un po’ da tutti, istituzioni, studiosi, giornalisti, pianificatori, economisti – salvo pochi autori fra cui Vito Teti e narratori che hanno raccontato l’Aspromonte, è mancato lo sguardo che fu proprio di mons. Bregantini: consentire alla gente di San Luca e degli altri paesi toccati da quel marchio infamante (Platì, Africo, Ciminà etc.) di risollevarsi da soli, di liberarsi, di slegarsi, di scegliere, di non sentirsi giudicati sempre e comunque attraverso la lente dell’alterità, della devianza. Una sorta di maieutica socratica che passi però da quella cosa ormai nebulosa che Pasolini chiamava “civiltà contadina”. Che non è, come si crede di solito, il pretendere che prevalgano una economia ed un pensiero arretrati a discapito della modernità, ma qualcosa di completamente diverso. Intendo una vera e propria Weltanschauung, come direbbero i tedeschi, un modo, cioè, di concepire la vita e il mondo, che è rimasto profondamente radicato in queste terre meridiane e liminari. E, si badi bene, checché se ne pensi: basta conoscere la letteratura dei La Cava, dei Montalto, dei Seminara, degli Strati, dei Perri, dello stesso Alvaro sino ad arrivare agli autori dei giorni nostri, per capire che la ‘ndrangheta non ha nulla a che fare con la civiltà contadina di San Luca e dell’Aspromonte, ma che essa è, invece, un modo frainteso di concepire proprio la modernità. Forse, alle donne, agli uomini, ai vecchi, ai giovani di San Luca sta a cuore uno sguardo più incarnato in quella diversità negata, un modo di essere riavvicinati anche a sé stessi che sia franco e partecipe, senza sconti ma anche senza supponenza. Esattamente come è il modo di Anna.
