Un manoscritto, una vigna, un vino. La memoria del Balbino di Altomonte
La storia del Balbino racconta una tradizione enologica che merita oggi di essere riscoperta e valorizzata
ALTOMONTE I recenti eventi di Vinitaly in Calabria hanno offerto l’occasione per un viaggio alla scoperta dei vini del Mediterraneo, attraverso suggestive cornici ricche di storia, cultura e tradizioni. Ma, come spesso accade, nel raccontare il presente si rischia di dimenticare le origini e gli apprezzamenti che, già nell’antichità, venivano riservati ad alcuni vini calabresi. Tra questi merita di essere ricordato il vino Balbino di Altomonte, una produzione che, secondo la tradizione e le testimonianze tramandate, affonda le proprie radici nella storia più antica della Calabria. Lo scrittore romano Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), nella sua Naturalis Historia, precisamente nel libro XIV, capitolo VI, dedicato ai Vini generosi, parla di Balbia, riferendosi a un territorio noto per la produzione di un vino particolarmente pregiato. Al vino Balbino fanno riferimento anche Ippia Reggino e Ateneo, importanti autori del mondo antico. È una memoria che attraversa i secoli e che la tradizione locale collega all’attuale Altomonte. Il nome del paese, nel corso della storia, sarebbe mutato, passando dall’antica Balbia a Brahalla e infine ad Altomonte. Secondo la tradizione tramandata, Plinio si riferiva proprio ai territori dell’area dell’attuale Altomonte e delle zone limitrofe, caratterizzati da terreni naturalmente rossastri e da vigneti bassi, nei quali l’uva veniva raccolta quasi in ginocchio.


Il manoscritto lasciato da mio nonno
È proprio qui che la storia antica si intreccia con una vicenda familiare che ho avuto la fortuna di conoscere attraverso un manoscritto lasciato da mio nonno. Mio nonno era un uomo di fiducia dei Giacobini e, attraverso le sue annotazioni, seguiva e documentava diverse fasi del lavoro legato alla coltivazione dei vigneti, alla preparazione dei vini e alla produzione dei liquori. Sfogliando quelle pagine, conservate con amore insieme ad alcuni oggetti legati a quella storia, ho avuto la sensazione di entrare direttamente in un mondo ormai lontano, nel quale il vino non era soltanto un prodotto, ma il risultato di un rapporto quotidiano e quasi artigianale con la terra. Ed è proprio attraverso quelle pagine che ho deciso di raccontare questa storia, cercando, come si suol dire, di “dare a Cesare quello che è di Cesare”.
Francesco Giacobini e il ritorno del Balbino
Alla fine dell’Ottocento, quando il paese era ormai lontano dall’antica Balbia, il Cavaliere Ufficiale della Corona d’Italia Francesco Giacobini (1849-1907) volle far rivivere ad Altomonte la fama degli antichi vini Balbini raccontati dalle fonti classiche. Si dedicò così alla coltivazione dei propri vigneti, utilizzando soprattutto manodopera locale, e fondò una vera e propria casa di produzione di vini di lusso, che avrebbe ottenuto importanti riconoscimenti in Italia e all’estero. Il progetto del Cavaliere Giacobini aveva dunque un significato che andava oltre la semplice produzione commerciale: riportare nel territorio un vino che la tradizione collegava a un passato glorioso. Era il tentativo di far rivivere quella che le fonti antiche descrivevano come una produzione di pregio. Ateneo, parlando del vino, lo definì con parole rimaste nella memoria della tradizione: “Generosum et admodum austerum, et semper se ipso melius nascitur.” Un vino dunque generoso, austero e capace, secondo quella testimonianza, di migliorarsi continuamente.
Il lavoro nella vigna raccontato da mio nonno
Tra le pagine del manoscritto lasciato da mio nonno, una delle più interessanti è quella dedicata alle modalità di coltivazione della vite. Al di là della terminologia e delle pratiche proprie dell’epoca, quelle righe raccontano un metodo di lavoro preciso e meticoloso. La vigna veniva osservata, curata e accompagnata durante tutte le fasi della vegetazione. È una pagina che, a distanza di oltre un secolo, restituisce il valore della competenza agricola di allora e l’attenzione riservata alla qualità del prodotto.
Le medaglie d’oro e il successo del Balbino
Il lavoro di Francesco Giacobini trovò presto un importante riconoscimento. Nel 1889 arrivò la prima medaglia d’oro conferita dal Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio, allora guidato da Luigi Miceli nel governo Crispi, proprio per il vino Balbino. A quella prima affermazione ne seguirono numerose altre. Secondo la documentazione e la memoria tramandata dalla famiglia, furono ottenuti otto diplomi di medaglia d’oro in diverse esposizioni nazionali e straniere, oltre a ventidue medaglie d’argento e moltissimi attestati. Numeri che raccontano il successo raggiunto da una produzione nata ad Altomonte e capace di confrontarsi con realtà enologiche ben più conosciute. Il Balbino, insomma, non era soltanto un vino locale, aveva conquistato l’attenzione delle esposizioni e dei mercati del tempo. Ma la produzione Giacobini non si limitava al Balbino. Tra i prodotti ricordati nel manoscritto troviamo Marsala Vecchio, Malvasia, Greco di Gerace, vino Tokay, Moscato Giacobini, Vermouth Barolo, Amaro di Calabria, Crema di caffè e numerosi altri vini, liquori e distillati. Il manoscritto restituisce quindi l’immagine di un’attività articolata, capace di produrre e commercializzare un’ampia gamma di prodotti. Anche la presenza di fornitori esterni testimonia una rete commerciale già ben organizzata. Tra questi viene ricordata la Martini Soda e C. di Torino, dalla quale venivano acquistati, tra gli altri prodotti, estratti di anisetta, olio di rhum e bitter.
La fine di un’epoca
Francesco Giacobini morì nel 1907, all’età di 58 anni. A raccogliere la sua eredità imprenditoriale fu Cirò Luigi Giacobini, che continuò l’attività fino all’inizio della Prima guerra mondiale. Fu proprio il conflitto a segnare la fine di quella esperienza produttiva. L’azienda cessò progressivamente la propria attività e la proprietà venne meno a causa delle vicende legate alla guerra. Con la fine dell’impresa sembrò così interrompersi anche quella lunga storia che, attraverso il Balbino, collegava l’Altomonte dell’Ottocento all’antica Balbia ricordata dagli scrittori classici.
Una storia che Altomonte non dovrebbe dimenticare
Oggi diverse aziende agricole e vitivinicole cercano di produrre nuovamente il vino che contribuì a rendere famoso il nome di Altomonte. Sono tentativi importanti, perché dimostrano che il Balbino continua a suscitare interesse e che esiste il desiderio di recuperare una parte della tradizione enologica del territorio. Ma ricostruire un vino storico non significa soltanto riproporne il nome. Significa conoscere la storia, studiare i documenti, confrontare le testimonianze antiche con quelle moderne e, soprattutto, capire quali fossero realmente le uve, le tecniche di coltivazione e i procedimenti utilizzati. I tentativi di oggi possono essere più o meno riusciti, ma difficilmente potranno essere paragonati, senza un’approfondita ricerca documentale, all’originale prodotto dalla casa Giacobini. Ed è proprio per questo che il manoscritto lasciato da mio nonno assume oggi un valore particolare. Non è soltanto un vecchio quaderno di appunti. È una testimonianza di uomini, vigne, ricette, lavoro e passione. È una piccola tessera di quella grande storia che ha attraversato Altomonte per secoli.
Dalle pagine di un nonno a una memoria collettiva
Mentre oggi la Calabria si presenta al pubblico del vino attraverso eventi come Vinitaly, raccontando la ricchezza dei suoi vitigni e la forza del suo territorio, sarebbe importante ricordare anche queste storie. Perché il patrimonio vitivinicolo calabrese non è fatto soltanto di nuove etichette e di produzioni contemporanee.È fatto anche di memorie antiche, documenti, manoscritti e persone che hanno dedicato la propria vita alla terra. Il Balbino di Altomonte rappresenta, in questo senso, un pezzo di storia che merita di essere studiato e raccontato. Dall’antica Balbia citata da Plinio il Vecchio alle vigne coltivate da Francesco Giacobini, dalle medaglie conquistate nelle esposizioni alle ricette annotate nel manoscritto di mio nonno, esiste un filo che attraversa i secoli. Un filo che oggi rischia di spezzarsi se non viene raccolto, verificato e tramandato. Ed è proprio da quelle pagine lasciate da mio nonno che nasce il desiderio di restituire ad Altomonte una parte della sua memoria perché, quando si parla di vino e di storia, dare a Cesare quello che è di Cesare significa anche dare ad Altomonte ciò che appartiene alla sua terra, alla sua cultura e alla sua identità. (redazione@corrierecal.it)
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