Sfruttamento, lavoratori in nero e senza diritti. L’altro volto del turismo in Calabria
C’è chi è costretto a lavorare per pochi euro al mese, chi a fare orari disumani senza rispettare il contratto. I (tanti) blitz degli ultimi giorni e l’allarme: «Il turismo pesa sulle spalle di chi l…
Se da una parte crescono i turisti in Calabria, dall’altra dietro i grandi numeri di un’economia in crescita si cela il volto nascosto del turismo, fatto di lavoro nero, precariato, abusivismo e sfruttamento. Giovani (e non solo) stagionali che nel cercare lavoro, spesso si adeguano a quello che il “mercato” offre: retribuzioni basse e, spesso, senza alcuna regolarizzazione, con orari di lavoro che sfiorano la disumanità. Soprattutto, senza diritti e tutele previste dalla legge, a volte “raggirata” tramite «contratti farlocchi», come part-time fittizi a fronte di orari full, che sfruttano l’inesperienza di chi è alle prime armi con il lavoro o di chi a malapena parla italiano. A pagarne non sono soltanto i lavoratori, ma anche le tante imprese presenti in Calabria a norma, ma penalizzate dalla concorrenza sleale di chi guadagna sulla pelle delle persone.
La Calabria tra le regioni con la più alta incidenza
Che il fenomeno sia strutturale lo confermano i dati ufficiali e le operazioni sul campo. Secondo le ultime rilevazioni Istat, la Calabria registra l’incidenza più alta in Italia per economia non osservata e lavoro irregolare, dove il peso del sommerso sfiora il 19% del valore aggiunto regionale a fronte di una media nazionale dell’11% con il settore della ricettività tra i più colpiti. Le forze dell’ordine, dalla Guardia di Finanza ai Carabinieri, nelle ultime settimane stanno passando al setaccio strutture ricettive, villaggi e lidi, rilasciando quotidianamente un “bollettino” tra sanzioni, lavoratori in nero e carenza di autorizzazioni che portano allo stop dell’attività. Solo due giorni fa le Fiamme gialle hanno trovato 10 lavoratori in nero sulla costa ionica cosentina, mentre nel Vibonese il bilancio di metà anno è tragico: su 16 imprese controllate e 98 lavoratori, in 30 sono stati trovati privi di contratto, altri 13 con contratto irregolare. In pratica, quasi la metà di quelli controllati operavano in nero, privi di tutele e diritti. A pagarne, le soprattutto, le conseguenze sono camerieri, bagnini, dipendenti di strutture ricettive, vittime per lo più di un lavoro “stagionale” e precario.
C’è chi si “ribella” allo sfruttamento
Un modello lavorativo a cui, però, in molti oggi provano a ribellarsi. Spinti dalle nuove generazioni e dai social, che diventano “megafono” delle proteste. Su TikTok è di recente andato virale il trend, che ha coinvolto anche la Calabria, che consisteva nella pubblicazione delle “folli” (e illegali) richieste di lavoro a basso prezzo, con orari disumani e fuori legge. Segnalazioni che puntualmente arrivano anche all’Osservatorio sullo sfruttamento in Calabria, pagina social lanciata intorno al 2022 dopo la storia di Beauty David, la giovane nigeriana aggredita a Soverato dopo aver chiesto di essere pagata. «Raccogliamo denunce da tutta la regione e non solo d’estate» spiega al Corriere della Calabria Giuseppe Ranieri, responsabile della Federazione Sociale Usb Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia, tra i promotori della pagina che converge nella campagna “Cercasi schiavo” del sindacato. «In una terra arida di opportunità come la nostra lo sfruttamento impera 12 mesi l’anno» spiega. Il turismo in Calabria è in crescita, in alcune zone anche troppo con l’overtourism, e «tutto pesa sulle spalle dei lavoratori, di chi in estate dovrebbe sospendere i propri diritti per portare avanti questa economia».
Le denunce dei lavoratori
Di storie e denunce ne arrivano tante. Chi si lamenta per la paga («800 euro al mese per 6 ore al giorno»), chi per le condizioni di lavoro (anche 13 ore al giorno per soli 15 euro giornalieri). «Un’altra estate è iniziata e nulla è cambiato, a Ricadi si torna a lavorare 7 giorni su 7, 75 giorni consecutivi senza alcun giorno libero» è un’altra denuncia anonima rilasciata sulla pagina. «Ne arrivano veramente tante e soprattutto verso fine estate» spiega ancora Ranieri. «Ad agosto iniziano ad esserci le prime magagne a livello contrattuale, perché tanto sono contratti farlocchi. In alcuni si parla di part-time, per poi lavorare full-time. Magari all’inizio ti danno il resto fuori busta, poi non te lo danno proprio. In alcuni casi i datori di lavoro hanno minacciato cuochi e camerieri». Un caso emblematico è quello di un locale nel Catanzarese, in cui un lavoratore proveniente dal Burkina Faso fu «scaricato solo perché era stato male con un’intossicazione alimentare». E si potrebbe parlare anche di «molestie, di chi offre vitto in condizioni imbarazzanti. Ci sono tante situazioni da monitorare».
Un “codice etico” per le imprese
Da qui la nascita anche di diverse proposte: dall’istituzione di un vero e proprio Osservatorio sullo sfruttamento ad un codice etico da inserire per le aziende e far rispettare, soprattutto «in prossimità della scadenza delle concessioni balneari, far sì che chiunque ottenga l’assegnazione sia obbligato a rispettare un codice che rispetti i diritti e la dignità dei lavoratori». E la lotta allo sfruttamento passa anche dall’incremento degli ispettori del lavoro, spesso non a sufficienza per il carico che l’estate porta con sé. (m.russo@corrierecal.it)
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