Melito, la diga che non c’è (e non ci sarà mai). Quanti milioni spesi senza vedere un goccio d’acqua
Viaggio attraverso le tappe che hanno contrappuntato la storia della più grande incompiuta calabrese
CATANZARO Non è nemmeno una “cattedrale nel deserto”, perché il deserto c’è ma non c’è la cattedrale. E, a differenza della diga del Metramo, che almeno c’è, questa è una diga “fantasma”: semplicemente non c’è (e mai più ci sarà). La diga sul fiume Melito rappresenta una delle più importanti opere pubbliche rimaste incompiute in Calabria. Pensata negli anni Ottanta con l’obiettivo di garantire nuove risorse idriche ed energetiche a una parte significativa della regione, l’opera non è mai arrivata alla fase di completamento. Il progetto avrebbe dovuto interessare un’area montuosa del Catanzarese compresa tra i territori di Fossato Serralta, Gimigliano e Sorbo San Basile. Nel corso degli anni, però, il progetto è stato interessato da problemi tecnici, contenziosi, modifiche progettuali e diversi cambi di interlocutori istituzionali e imprenditoriali. La vicenda è tornata più volte all’attenzione pubblica anche per le risorse finanziarie investite senza che l’invaso entrasse mai effettivamente in funzione. La magistratura contabile ha inoltre quantificato in circa 260 milioni di euro il danno erariale collegato alla mancata realizzazione dell’opera e in oltre 100 milioni la somma spesa inutilmente.
Un progetto ambizioso
Le prime ipotesi per la realizzazione della diga risalgono agli anni Ottanta, nel periodo della Cassa del Mezzogiorno. L’investimento previsto era pari a circa 500 miliardi di lire, una cifra considerevole per l’epoca. Il progetto prevedeva la costruzione di uno dei più grandi invasi del Mezzogiorno: concessionario il Consorzio di bonifica Ionio Catanzarese. La diga avrebbe dovuto avere un coronamento lungo circa un chilometro e mezzo, un’altezza di 108 metri e una capacità di circa 108 milioni di metri cubi d’acqua. Le aspettative erano significative: l’opera avrebbe dovuto contribuire alla disponibilità di acqua per usi civili e agricoli e alla produzione di energia. La conclusione dei lavori era inizialmente prevista per il 1992. La gara d’appalto, dopo un iter durato diversi anni, fu aggiudicata nel 1990 a Italstrade, una delle principali imprese italiane del settore. L’importo iniziale dell’appalto era di circa 98 milioni di euro, a fronte di un costo complessivo stimato in circa 260 milioni.
I primi problemi tecnici
L’apertura del cantiere non segnò però l’inizio di un percorso lineare. Dopo alcuni anni di attività emersero problemi relativi alla tenuta della parete destra dell’invaso. Si rese quindi necessaria una variante progettuale per intervenire sulla struttura e rafforzarla. I lavori ripresero, ma nel frattempo si aprì un lungo confronto sulle competenze e sulle autorizzazioni tra le diverse amministrazioni coinvolte. La vicenda entrò così in una fase caratterizzata da rallentamenti e contenziosi, mentre il cantiere rimaneva sostanzialmente fermo per diversi anni.
Il contenzioso con l’impresa
Nel frattempo Italstrade fu acquisita da Astaldi. La nuova società avviò un contenzioso con il Consorzio di bonifica, chiedendo il pagamento delle attività già eseguite, oltre al risarcimento dei danni e del mancato guadagno. La controversia venne affidata a un arbitrato, che nel 2008 riconobbe ad Astaldi una somma di circa 35 milioni di euro. Parallelamente, il progetto era stato nuovamente inserito tra le grandi opere nazionali. Il Governo stanziò circa 262 milioni di euro e venne fissata una nuova scadenza per il completamento, individuata nel 2010. Anche questa volta, tuttavia, l’obiettivo non venne raggiunto. Nel corso delle verifiche tecniche tornarono infatti a emergere dubbi sulla sicurezza e sulla tenuta della spalla destra dell’invaso. Un ulteriore arbitrato riconobbe le ragioni dell’impresa, rilevando criticità nella configurazione dell’opera così come era stata realizzata.
Nuovi tentativi di riavvio
Il Consorzio di bonifica cercò negli anni successivi di mantenere in vita il progetto, coinvolgendo la Regione Calabria e le diverse amministrazioni che si sono succedute. I lavori vennero nuovamente affidati, questa volta alla Safab. Anche questo tentativo, però, si interruppe dopo che l’impresa fu interessata da un’interdittiva antimafia emessa dalla Prefettura di Roma. Nel 2009 il cantiere ripartì nuovamente, ma soltanto in maniera parziale e discontinua. La situazione non consentì di arrivare alla conclusione dell’opera. Il Consorzio affidò inoltre altri lavori relativi alle gallerie, con una spesa aggiuntiva di circa 24 milioni di euro, mentre proseguiva il contenzioso con Astaldi.
La conclusione della vicenda
Dopo decenni di progetti, lavori parziali e controversie, nel 2020 arrivò la decisione destinata a chiudere definitivamente quella fase. Il Ministero delle Infrastrutture comunicò al Consorzio la revoca della concessione per la realizzazione dell’invaso. A quel punto, secondo le ricostruzioni disponibili, per la diga erano già stati spesi circa 104 milioni di euro. L’epilogo è stato anche un giudizio per danno erariale davanti la Corte dei Conti, con la Procura contabile che dispose – si legge nell’ultima relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario – la citazione in giudizio di diversi soggetti chiamati a rispondere a titolo di responsabilità erariale in conseguenza della revoca totale del finanziamento concesso di circa 259 milioni di euro per la costruzione della diga sul fiume Melito. Il giudizio alla Corte dei Conti si è concluso di recente con la prescrizione, ma resta l’amara considerazione sempre della Procura contabile: «Gli accertamenti eseguiti hanno consentito di verificare che risultano effettivamente spese risorse pubbliche di poco superiori a 102 milioni di euro per un’opera solo iniziata e che è stata lasciata in stato di abbandono da numerosi anni e per la quale, dopo la revoca del finanziamento, nessun altro intervento risulterà attuabile». Insomma, dopo quasi mezzo secolo la Diga del Melito non c’è e mai ci sarà, trasformandosi nel tempo da infrastruttura strategica per lo sviluppo del territorio a esempio di opera pubblica mai completata. (a. c.)
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