Il parroco quantistico: se parla di poveri è comunista, se parla di utero in affitto è fascista
Se usa termini dialettali a mo’ di battuta si grida allo scandalo
Secondo le ultime rilevazioni “sociologiche” e da bar, alcuni sacerdoti non sono più guide spirituali, ma una sorta di particelle subatomiche capaci di cambiare colore politico alla velocità della luce, a seconda del Vangelo del giorno. Il meccanismo è ormai scientificamente provato. Se domenica mattina il Don sale sul pulpito e accenna ai temi eticamente sensibili – difendendo la vita dal concepimento alla fine naturale o esprimendo perplessità sull’utero in affitto – scatta immediatamente la polarizzazione: il parroco è di destra. Gli editorialisti progressisti affilano le penne, le chat di paese si infiammano e il Don viene automaticamente iscritto a una sezione di Fratelli d’Italia, Lega o Futuro Nazionale con tanto di tessera ad honorem e ritratto di profeti del conservatorismo sul comodino. Ma la magia della fisica parrocchiale si compie la domenica successiva. Se il Don, colto da un sussulto di coerenza evangelica, decide di parlare anche di temi socialmente sensibili – come l’accoglienza dei migranti, la piaga del caporalato o gli stipendi da fame dei lavoratori – il miracolo della transustanziazione politica si avvera: il parroco è diventato di sinistra. I fedeli più conservatori tossiscono rumorosamente, qualcuno abbandona la navata centrale mormorando “non ci sono più i parroci di una volta”. Se poi usa qualche termine dialettale a mo’ di battuta si grida allo scandalo, il Don viene improvvisamente visto come un infiltrato bolscevico spedito a minare le fondamenta della civiltà occidentale. In questo perenne tiro alla fune, l’accusa più formidabile è sempre la stessa: “Il prete fa politica e non deve permettersi, deve occuparsi di spiritualità!”. Il sogno del cittadino medio è un parroco bidimensionale, una sorta di ologramma che si limita a commentare le parabole sul grano e la zizzania senza fare troppi parallelismi con la realtà, possibilmente parlando un linguaggio conciliante che non urti la suscettibilità di nessuno. Peccato che, in questo grande processo alle intenzioni, tutti abbiano dimenticato un piccolo dettaglio. Esiste un documento della Commissione episcopale per i problemi sociali e del lavoro della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) intitolato “Le Comunità cristiane educano al sociale e al politico” datato 19/03/1998. Un testo che i teorici del “prete-sta-muto” evitano accuratamente di leggere per non rischiare un cortocircuito cognitivo. In quelle pagine, infatti, i vescovi spiegano che la Chiesa non fa politica di partito, ma ha il dovere sacrosanto di educare i cristiani all’impegno sociale e politico. In pratica, il Vangelo non è un manuale di bon ton spirituale da consumare in solitudine, ma una bussola che inevitabilmente si sporca le mani con la realtà. Secondo la CEI, una comunità cristiana che funziona non si limita solo a recitare rosari, ma allena anche le persone all’impegno civile, alla responsabilità pubblica e alla ricerca del bene comune. Il documento spiega che la comunità cristiana deve offrire i criteri per giudicare la realtà. In pratica, per i vescovi, se un prete stimola la comunità a sporcarsi le mani con i problemi del mondo, sta semplicemente facendo il suo lavoro di educatore. Per l’opinione pubblica, invece, sta solo cercando di influenzare le prossime elezioni comunali. Ma la complessità, si sa, fa venire il mal di testa. È molto più comodo immaginare il parroco intrappolato in un perenne bipolarismo politico: democristiano di facciata, marxista quando apre la Caritas, reazionario quando difende la famiglia tradizionale. Nel dubbio, (perché si sa il dubbio è necessario) il Don sta valutando una soluzione drastica per la prossima omelia: parlerà solo ed esclusivamente del tempo meteorologico. Anche se, c’è da giurarci, se citerà il riscaldamento globale sarà accusato di essere un pericoloso eco-attivista di estrema sinistra, e se ringrazierà Dio per il sole estivo verrà additato come un negazionista climatico di estrema destra. In fondo, la vera colpa del Don, non è quella di essere di destra o di sinistra, ma di proclamare dall’ambone un testo intrinsecamente scomodo, urticante e costituzionalmente divisivo come il Vangelo. Un testo che non è nato per raccogliere consensi bipartisan o per lasciare tutti pacificati sulle proprie poltrone. Anzi, a ben vedere, proprio tra quelle pagine risuona quel monito micidiale che sembra scritto apposta per i talk show di oggi e per le bacheche social dei parrocchiani indignati: “Guai quando tutti parleranno bene di voi, allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti” (Lc 6,26). Insomma, se nessuno si arrabbia, il dubbio (ricordiamolo ancora una volta: il dubbio è sempre necessario) è che il prete stia sbagliando mestiere. Se invece mezza navata ti dà del compagno e l’altra mezza del reazionario, significa che la Parola ha colpito nel segno. Buona fine dell’estate a tutti e a tutte, e che lo Spirito Santo vi assista nel calcolo delle tessere di partito.
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