Il Mediterraneo, laboratorio della sovranità europea
Il Mezzogiorno come porta d’Europa tra energia, infrastrutture e autonomia strategica
Riceviamo e pubblichiamo una nota di Massimo Mastruzzo del direttivo nazionale MET (Movimento Equità Territoriale)
I Giochi del Mediterraneo nacquero nel 1951 ad Alessandria d’Egitto, in piena Guerra fredda, con l’obiettivo di favorire amicizia, dialogo, cooperazione e solidarietà tra i Paesi affacciati sul bacino.
A più di settant’anni di distanza, quella esperienza può essere riletta come qualcosa di più di una storia dello sport. I Giochi rappresentano il simbolo di una possibilità politica: trasformare il Mediterraneo da periferia dell’Europa a uno degli spazi nei quali l’Europa costruisce la propria autonomia.
Non un’Europa contro gli Stati Uniti, dunque, e nemmeno un’Europa chiusa in se stessa. Al contrario: un’Europa capace di cooperare con Washington senza dipendere automaticamente dalle sue priorità e capace di costruire con i propri vicini interdipendenze equilibrate.
Dalla dipendenza all’interdipendenza
Per decenni la sicurezza europea si è fondata in larga misura sulla protezione garantita dagli Stati Uniti attraverso la NATO. Parallelamente, una parte rilevante delle tecnologie digitali, delle piattaforme economiche e delle catene industriali europee dipende da attori esterni all’Unione.
Questa realtà non rende negativa la cooperazione transatlantica. Ma pone una questione di autonomia.
La vera sovranità europea non consiste nel non dipendere da nessuno. Consiste nella possibilità di non dipendere da un solo soggetto e, soprattutto, di poter scegliere.
Per questo l’obiettivo non dovrebbe essere sostituire una dipendenza con un’altra, ma costruire interdipendenze nelle quali tutti i partner abbiano interesse alla stabilità e alla prosperità reciproca.
È in questa prospettiva che il Mediterraneo assume un valore strategico.

Il Mediterraneo come piattaforma europea
Il Mediterraneo è uno spazio nel quale da millenni si incontrano Europa, Africa e Asia. Città portuali, commerci, culture e tradizioni diverse hanno costruito una rete di relazioni che precede di secoli l’attuale Unione europea.
Oggi quella centralità è anche economica e strategica.
Il Mediterraneo collega il Canale di Suez allo Stretto di Gibilterra e ai grandi porti europei, nordafricani e mediorientali. Le sue rotte, i cavi sottomarini, i terminal energetici e le infrastrutture portuali sono diventati elementi essenziali della sicurezza europea.
La vulnerabilità del bacino è quindi il rovescio della sua centralità. Conflitti, crisi regionali, interruzioni delle rotte commerciali e minacce alle infrastrutture possono produrre conseguenze che arrivano direttamente nel cuore dell’economia europea.
Porti, cavi, gasdotti, reti elettriche e corridoi energetici non sono più soltanto infrastrutture economiche: sono infrastrutture strategiche.
Energia e interdipendenza
La transizione energetica offre una delle occasioni più concrete per costruire un nuovo rapporto tra le due sponde del Mediterraneo.
Il Nord Africa dispone di grandi potenzialità solari ed eoliche. L’Europa dispone di capitale, tecnologie, capacità industriale e una domanda energetica significativa.
Ma la relazione non può essere quella tradizionale tra un Nord che finanzia e consuma e un Sud che produce ed esporta.
Se il Mediterraneo deve diventare uno spazio di interdipendenza, occorre costruire filiere comuni: investimenti locali, formazione, trasferimento tecnologico, produzione industriale e occupazione.
Il punto non è quindi soltanto acquistare energia dal Nord Africa. È creare insieme valore.
Un esempio concreto è il SoutH2 Corridor, il progetto di circa 3.300 chilometri che dovrebbe collegare il Nord Africa con Italia, Austria e Germania, con una capacità potenziale di importazione superiore a 4 milioni di tonnellate di idrogeno all’anno e un largo utilizzo di infrastrutture esistenti riconvertite. Il progetto è riconosciuto dall’Unione europea come infrastruttura di interesse comune.
Il corridoio dimostra come il Mediterraneo possa diventare una porta energetica verso il cuore industriale dell’Europa. Ma dimostra anche perché la questione non possa essere ridotta al semplice trasporto di energia.
L’idrogeno richiede elettricità rinnovabile per essere prodotto, infrastrutture, investimenti e una domanda industriale reale. La sua competitività va quindi verificata considerando l’intera filiera.
La vera opportunità è trasformare questi corridoi in corridoi industriali, non soltanto energetici.
Il Mezzogiorno non è la periferia: è la porta d’Europa
È qui che il progetto mediterraneo incontra una questione che l’Europa non può più rinviare: quella del Mezzogiorno d’Italia.
Se il Mediterraneo deve diventare una piattaforma strategica europea, non è possibile che la sua principale porta d’ingresso continentale continui a presentare un divario economico così profondo rispetto al resto dell’Europa.
I dati più recenti mostrano la dimensione del problema. Nel 2024 il PIL pro capite del Mezzogiorno italiano era pari a 24.800 euro, contro 46.100 nel Nord-Ovest e 43.600 nel Nord-Est.
A livello europeo, Eurostat rileva che nel 2024 la Calabria aveva un PIL pro capite pari al 57% della media UE in termini di potere d’acquisto, mentre le altre principali regioni meridionali rimanevano sotto il 70%.
Non è soltanto una questione di equità territoriale italiana. È una questione europea.
Il Mezzogiorno è il Sud dell’Europa. La sua posizione geografica lo colloca al centro delle relazioni con il Nord Africa, nel punto di arrivo di corridoi energetici e commerciali e lungo le rotte che collegano il Mediterraneo all’Europa continentale.
Ma una porta d’ingresso non può essere soltanto un luogo di transito. Deve essere anche un luogo di produzione, trasformazione, ricerca, logistica e innovazione. Per questo un grande progetto mediterraneo europeo dovrebbe comprendere un vero piano di riequilibrio infrastrutturale e produttivo del Mezzogiorno: porti, ferrovie, reti elettriche, collegamenti digitali, energia rinnovabile, industria, ricerca e formazione. Non si tratta di chiedere all’Europa un risarcimento per il Sud.
Si tratta di mettere il Sud nelle condizioni di svolgere pienamente una funzione che interessa l’intero continente.
Un Mezzogiorno più forte significa infatti un’Europa mediterranea più forte. Una rete europea, non un direttorio. Un progetto di questo tipo non può essere affidato a pochi Stati. La Francia dispone di capacità militari e diplomatiche; l’Italia possiede una posizione geografica decisiva, porti, reti energetiche e collegamenti con il Nord Africa; la Spagna può contribuire con la propria esperienza nelle rinnovabili e con la proiezione atlantica; la Germania rappresenta uno dei principali poli industriali europei. Ma la forza sta nella complementarità. Il Mediterraneo può collegare le capacità del Sud dell’Europa alla manifattura del Centro e del Nord, trasformando infrastrutture, energia e commercio in una rete continentale.§
L’obiettivo non deve essere quindi un direttorio franco-italo-spagnolo, ma una rete europea nella quale le diverse capacità nazionali diventino reciprocamente necessarie. L’interdipendenza, quando è governata politicamente, può diventare una forma di sovranità.
Dalla celebrazione alla politica
Il Mediterraneo non è naturalmente uno spazio pacifico. È attraversato da guerre, disuguaglianze, crisi istituzionali e rivalità. Per questo non basta evocare una generica “civiltà mediterranea”. Servono politiche concrete: – protezione europea delle infrastrutture sottomarine; – investimenti comuni in porti, reti elettriche e corridoi energetici; – cooperazione industriale con i Paesi del Nord Africa; – trasferimento tecnologico e formazione; – maggiore integrazione delle capacità europee di difesa, in rapporto complementare con la NATO; – rafforzamento infrastrutturale e produttivo del Mezzogiorno; – diplomazia culturale attraverso sport, università e città portuali.
I Giochi del Mediterraneo possono rappresentare il punto di partenza simbolico di questa strategia. La loro storia dimostra che differenze linguistiche, culturali e politiche non impediscono di costruire uno spazio comune.
Ma il simbolo deve diventare struttura. Il Mediterraneo non può essere soltanto la frontiera meridionale dell’Europa, il luogo degli sbarchi o il corridoio attraverso cui transitano energia e merci. Può diventare una delle piattaforme attraverso cui l’Europa costruisce autonomia, sicurezza e capacità industriale. E il Mezzogiorno italiano deve essere parte centrale di questo progetto: non periferia da assistere, ma Sud dell’Europa da mettere nelle condizioni di competere. Un’Europa mediterranea non sarebbe un’Europa contro gli Stati Uniti. Sarebbe un’Europa capace di negoziare con Washington senza dipendere da Washington, di cooperare senza delegare automaticamente ad altri la propria sicurezza e di diversificare le proprie dipendenze.
La sovranità europea passerà anche da qui: dai porti del Mediterraneo, dai cavi sottomarini, dall’energia del Nord Africa, dalle fabbriche del continente, dalle infrastrutture del Mezzogiorno e dalle capacità industriali dei suoi territori. Ma soprattutto passerà dalla capacità di trasformare queste risorse nazionali in interdipendenza europea. I Giochi del Mediterraneo ci ricordano una cosa semplice: la cooperazione non è una dichiarazione morale. È una costruzione politica fondata su interessi condivisi, infrastrutture comuni e responsabilità reciproche. Il Mediterraneo può essere il luogo in cui l’Europa impara a costruire la propria sovranità. E il Mezzogiorno può essere la sua porta d’ingresso.
Massimo Mastruzzo
Direttivo nazionale MET Movimento Equità Territoriale
