I-Can, la ’ndrangheta vista dalla sua dimensione globale: sei anni di cooperazione internazionale
Dal 2020 il progetto ha costruito una rete internazionale contro la criminalità calabrese. Gli ultimi vertici hanno acceso i riflettori su Germania, America Latina, criptovalute e IA
Non è soltanto una rete per dare la caccia ai latitanti. Il progetto I-CAN (Interpol Cooperation Against ’Ndrangheta) è diventato negli anni uno degli strumenti attraverso cui le forze di polizia provano a leggere la ’ndrangheta per quella che è oggi: un’organizzazione nata in Calabria ma capace di muovere uomini, cocaina, capitali e relazioni criminali attraverso più continenti.
Nato nel 2020 dall’iniziativa del Dipartimento della Pubblica Sicurezza italiano e di Interpol, il progetto è stato costruito proprio sulla necessità di colmare una delle storiche vulnerabilità del contrasto alla criminalità organizzata: la distanza tra la conoscenza del fenomeno maturata in Italia e quella disponibile nelle polizie straniere. La struttura italiana mette insieme le principali forze investigative e dialoga con le unità dei Paesi partner, con l’obiettivo non soltanto di condividere informazioni, ma di trasformarle in attività operative, localizzazione dei latitanti e aggressione dei patrimoni.
Dalla Calabria al mondo
È proprio la dimensione geografica a spiegare perché I-CAN continui a essere attuale anche quando non coincide con una singola operazione di cronaca. Nel giugno scorso una delegazione del BKA, la polizia federale tedesca, è stata a Roma e in Calabria insieme all’unità italiana I-CAN e a funzionari di Interpol. Il confronto ha riguardato narcotraffico, riciclaggio, comunicazioni criptate e utilizzo dell’intelligenza artificiale. Poi la delegazione ha raggiunto Reggio Calabria e Catanzaro, fino al sorvolo del Santuario della Madonna di Polsi: non una semplice tappa simbolica, ma un modo per collegare la conoscenza della matrice calabrese dell’organizzazione alla sua proiezione internazionale.
Il bilancio fornito al termine di quell’incontro fotografa 180 soggetti collegati alla ’ndrangheta arrestati in 32 Paesi dall’avvio del progetto, 77 dei quali dal 2025. Particolarmente significativo il dato tedesco: le investigazioni e le operazioni congiunte tra Italia e Germania hanno consentito di localizzare e arrestare 16 ’ndranghetisti in Germania. Il dato conferma quanto il Paese sia diventato un terreno centrale della proiezione europea delle cosche e, allo stesso tempo, quanto la cooperazione bilaterale possa trasformare informazioni disperse in risultati investigativi.
L’America Latina come laboratorio criminale
Qualche settimana prima il workshop I-CAN di Buenos Aires aveva restituito un’altra fotografia ancora più interessante. Investigatori italiani e 35 detective provenienti da dodici Paesi americani hanno lavorato sulle possibili connessioni operative e logistiche tra la ’ndrangheta e circa 30 organizzazioni criminali attive nel continente. Tra queste figurano realtà come il brasiliano Primeiro Comando da Capital, il venezuelano Tren de Aragua e il messicano Cartel de Jalisco Nueva Generación. Qui emerge forse il dato più significativo per comprendere l’evoluzione del fenomeno: la ’ndrangheta non viene più osservata soltanto come acquirente di cocaina, ma come intermediario e soggetto di collegamento tra reti criminali differenti. Nel 2025, secondo i dati presentati a Buenos Aires, quattro esponenti della ’ndrangheta sono stati arrestati nelle Americhe, tre in Colombia e uno in Costa Rica. Dal 2020, gli arresti nel continente americano erano 21, di cui 18 riguardanti latitanti.
Il workshop ha inoltre spostato il confronto su terreni che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati laterali rispetto alla tradizionale indagine antimafia: dark web, criptovalute, comunicazioni criptate e intelligenza artificiale. Non perché queste tecnologie rappresentino necessariamente il cuore dell’organizzazione, ma perché possono diventare strumenti attraverso cui narcotraffico e riciclaggio si adattano a un’economia criminale sempre più digitale. È una delle ragioni per cui I-CAN insiste sulla formazione degli investigatori oltre che sulla condivisione delle informazioni.
Il vero salto: dalla caccia al latitante alla mappatura delle reti
Il dato sugli arresti resta quello più immediatamente misurabile, ma non esaurisce il significato del progetto. Nella seconda fase, prevista per il periodo 2025-2027, Interpol indica tre direttrici: costruire conoscenza sulla ’ndrangheta, rendere le informazioni accessibili alle polizie interessate e trasformarle in azione investigativa. L’obiettivo è anche mappare le reti criminali e rafforzare le indagini finanziarie.
La banca dati analitica di Interpol collegata al progetto contiene oggi oltre 75mila entità legate alla ’ndrangheta, un numero che aiuta a capire la differenza tra una tradizionale cooperazione tra polizie e un sistema strutturato di intelligence criminale.
La ’ndrangheta continua ad avere il proprio baricentro storico in Calabria, ma il contrasto non può più essere pensato soltanto a partire dalla Calabria. La sfida è seguire all’estero ciò che nasce o viene coordinato qui: le persone, le relazioni, i capitali e soprattutto le rotte della droga. (f.v.)
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