Cosenza Calcio, obiettivo raggiunto: il mercato ha fatto tabula rasa
Più che smantellamento è il caso di parlare di annientamento della rosa dello scorso anno. Della formazione che aveva costruito ambizioni importanti restano appena sei elementi
COSENZA Federico Coppitelli, giovane tecnico del nuovo Cosenza di Eugenio Guarascio, probabilmente aveva ragione. Quello che sta accadendo in queste settimane non è uno smantellamento della rosa dello scorso anno. Sarebbe quasi offensivo, per la precisione chirurgica con cui si sta procedendo, chiamarlo semplicemente così. Forse la definizione più corretta è un’altra: annientamento.
Perché smantellare significa togliere qualche pezzo importante, magari sostituire ciò che non serve più e conservare almeno l’ossatura di una squadra. Qui, invece, l’impressione è che dell’ossatura si sia deciso di fare legna da ardere.
Non che fosse impossibile prevederlo. Anzi. Le strategie, a volerle leggere senza lenti deformanti, erano piuttosto chiare già dalla scorsa stagione. Mentre si raccontava di trattative con cordate più o meno misteriose e una parte del popolo rossoblù coltivava l’ingenua convinzione che il passaggio di proprietà fosse ormai questione di giorni, il club sembrava avere in mente tutt’altro.
La cessione del Cosenza, alla fine, non è arrivata. Ma almeno una cosa è rimasta: il progetto. Solo che non era esattamente quello che qualcuno sperava.
Non una stagione costruita per tentare il ritorno in Serie B, non una rosa da rinforzare sfruttando il patrimonio tecnico accumulato, non la conservazione di un gruppo che aveva dimostrato sul campo di poter essere competitivo. Piuttosto, un ridimensionamento accuratamente pianificato, con un obiettivo molto più concreto e meno romantico: monetizzare il più possibile attraverso la cessione dei pezzi pregiati della rosa.
Tanti. Praticamente tutti.
La strategia, del resto, ricordava quella dell’estate precedente. Anche allora il progetto societario sembrava orientato al ridimensionamento, ma qualcosa era andato storto. Fabio Lupo, arrivato in riva al Crati come direttore sportivo e rimasto appena due mesi, aveva scelto di dimettersi parlando di una «incompatibilità progettuale e culturale». Una formula elegante, quasi diplomatica, per descrivere il fatto che tra le sue idee e quelle della società evidentemente non correva buon sangue.
Soprattutto, però, Lupo non aveva proceduto alla vendita dei pezzi migliori della squadra allenata da Buscè.
Oggi la musica è cambiata. Da circa un mese il nuovo direttore sportivo è Fabio Lucioni, alla sua prima esperienza dietro la scrivania dopo aver appeso le scarpette al chiodo appena un anno fa. E il progetto, quello che l’estate precedente era rimasto in parte sulla carta, adesso sta prendendo forma con una chiarezza che non lascia molto spazio all’interpretazione.
Una chiarezza che, peraltro, rischia di essere apprezzata più nei bilanci che sugli spalti.
Il Cosenza che non c’è più
Dopo l’ultimo addio, ieri, di Emmausso (nella foto in basso), la fotografia scattata oggi, 26 agosto 2026, a meno di una settimana dalla conclusione del calciomercato estivo, è nitida: il Cosenza ha una rosa quasi completamente diversa da quella che appena un anno fa veniva considerata, e a lungo aveva dimostrato sul campo di essere, una delle migliori dell’intera Serie C. Non soltanto del girone C.

Un anno dopo, di quella squadra restano appena sei giocatori: il portiere Pompei, i difensori Dametto e Ciotti, i centrocampisti Contiliano e Contiero e l’attaccante Achour (Palmieri e Zilli sono fuori rosa con la speranza di essere ceduti).
Di quei sei, soltanto Dametto e Ciotti erano, un anno fa, titolari inamovibili. Tradotto dal linguaggio delle conferenze stampa a quello del campo: quasi tutto è stato cancellato.
Il paradosso è evidente. Una squadra che aveva costruito sul terreno di gioco una credibilità tecnica importante è stata progressivamente privata dei suoi uomini migliori. Non è stata semplicemente corretta, migliorata o rinfrescata. È stata rifatta. E quando si rifà praticamente tutto, naturalmente, bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: non è una rifondazione se non c’è l’ambizione di costruire qualcosa di più grande. È un ridimensionamento, se va bene. Un annientamento, se si guarda alla continuità tecnica.
Naturalmente, sulla nuova rosa è ancora presto per emettere sentenze definitive. Da qui al primo settembre potrebbero arrivare altri calciatori e, con loro, ulteriori modifiche all’organico. Sarà il campo, come sempre, a stabilire chi avrà avuto ragione.
Il problema è che il campo, per ora, qualche indizio lo ha già fornito.
La prima sconfitta in campionato contro l’Audace Cerignola non rappresenta certamente una sentenza definitiva, ma nemmeno il tipo di segnale che una squadra profondamente rinnovata avrebbe voluto ricevere. Quando si sostituisce quasi per intero una rosa, servirebbe tempo per costruire identità, automatismi e gerarchie. Se contemporaneamente diminuisce il valore tecnico complessivo, però, il tempo rischia di diventare un lusso che il campionato non concede.
E proprio sul valore tecnico c’è poco da girarci intorno: quello dell’attuale Cosenza è nettamente inferiore rispetto al recente passato.
Poi, certo, il calcio ama smentire i pronostici. Una squadra può essere meno costosa e vincere, un gruppo giovane può sorprendere, un allenatore può trasformare una rosa apparentemente modesta in una macchina competitiva. Tutto possibile.
Ma per ora bisogna almeno riconoscere l’evidenza: si è passati da una squadra che sembrava avere le fondamenta per provare a tornare in Serie B a una formazione che deve prima di tutto dimostrare di poter essere all’altezza del campionato di competenza.

E intanto si gioca… dove capita
Intanto il Cosenza continua la preparazione verso la prossima partita di campionato contro il Potenza, la prima gara casalinga della stagione. Casalinga, si fa per dire. Come è ormai noto, si giocherà sabato prossimo sul campo del Crotone. Gli allenamenti, dopo lo sfratto dal Marulla, procedono ancora una volta on the road, con la squadra costretta a lavorare in Sila.
Un Cosenza itinerante, insomma. Rosa nuova, progetto nuovo, direttore sportivo nuovo, casa provvisoria e, soprattutto, una domanda vecchia quanto il calcio: dove si vuole andare?
Perché una cosa è ridimensionare, altra cosa è ricostruire. E un’altra ancora è semplicemente vendere ciò che si ha, incassare e sperare che ciò che arriva dopo sia sufficiente. Il confine tra le tre cose, a volte, è sottile. Nel caso del Cosenza, però, sta diventando sempre più difficile non vederlo.
Coppitelli aveva dunque ragione: chiamarlo smantellamento è forse persino troppo generoso. Qui, più che smontare una squadra, si è deciso di azzerare il contatore e ripartire da capo. Con una piccola differenza rispetto ai videogiochi: nel calcio non esiste il tasto “nuova partita”. E il campionato, purtroppo, è già cominciato. (fra.vel.)
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