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l’intervista agli autori

“SCUSA94”: il tempo di Baggio, la Calabria e una generazione cresciuta tra analogico e digitale

Andrea Belcastro e Fabio Gaudio raccontano al Corriere della Calabria la graphic novel ambientata nell’estate dei Mondiali del 1994. Un viaggio tra infanzia e memoria familiare

Pubblicato il: 30/08/2026 – 10:35
di Francesco Veltri
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COSENZA La memoria non è soltanto nostalgia ma può diventare uno strumento per capire il presente. È da questa idea che nasce SCUSA94, graphic novel firmata da Andrea Belcastro e Fabio Gaudio, pubblicata da Le Pecore Nere Editore nella collana Linee vive. Al centro del racconto c’è l’estate del 1994 in Calabria: Antonio e i suoi amici, una partita, un pallone rubato a Paola e una piccola avventura destinata a trasformarsi in un viaggio molto più grande, tra ricordi d’infanzia, racconti di famiglia e generazioni diverse.
In 264 pagine, SCUSA94 intreccia amicizia, crescita e memoria, mettendo in dialogo l’estate di un gruppo di ragazzi con il presente e con il racconto della Seconda guerra mondiale affidato alla voce della nonna. Un passato che non diventa un rifugio, ma – nelle intenzioni degli autori – una «spinta propulsiva» per guardare il presente.
Ne abbiamo parlato proprio con l’architetto e illustratore Fabio Gaudio e con Andrea Belcastro, coautore dell’opera e regista calabrese pluripremiato, per capire da dove nasce questa storia e cosa resta, oggi, di quell’estate del ’94.

SCUSA94 nasce da un’estate precisa, quella del 1994, ma il racconto finisce per attraversare epoche e generazioni diverse. Quanto c’è di autobiografico in Antonio e nei suoi amici?

Andrea Belcastro: «SCUSA94 nasce raccontando quell’estate in particolare perché in qualche modo ho sempre percepito il momento del calcio di rigore di Roberto Baggio come uno spartiacque per la nostra generazione. Che poi, a ben vedere, non è stato l’unico momento importante di quella stagione. La morte di Senna, quella di Kurt Cobain, la discesa in campo di Silvio Berlusconi. Tanti piccoli tasselli che hanno segnato gli anni successivi che poi si sono sommati ad altri eventi epocali come l’11 settembre 2001, il G8 di Genova, la crisi del 2008 fino ad arrivare al Covid. Se dovessi fare un calcolo direi che c’è un buon 70-80% di autobiografico nelle vicende raccontate nel fumetto».

Nel libro la nostalgia non viene presentata come un rifugio nel passato, ma come una «spinta propulsiva». Cosa può insegnarci oggi il modo in cui eravamo bambini, e perché ha sentito il bisogno di tornare proprio a quell’età e a quegli anni?

Andrea Belcastro: «Come dicevo questo libro racconta della nostra generazione, una generazione molto larga a dire il vero, che coinvolge occhio e croce tutti i nati tra la metà degli anni ‘70 e i primi anni ‘90. Una generazione che in qualche modo si ritrova bloccata nel tempo. Come se fosse impossibilitata a trovare una strada verso cui andare, un futuro sicuro verso cui dirigersi. E allora, come spesso capita nei momenti di crisi, il porto sicuro è sempre il passato. Il luogo dove sono custoditi i nostri ricordi felici, dove si è formata la nostra identità, i nostri sogni e desideri. Quel posto però rischia di diventare anche una prigione pericolosa. Io, invece, sono convinto che riscoprire chi eravamo può essere il propellente giusto per affrontare meglio il presente, di godersi le cose buone che la quotidianità ci regala mentre progettiamo il futuro. Anche se cercano in ogni modo di tarparci le ali. La nostra forza, dopo tutti questi anni di mazzate, è che sappiamo sempre rialzarci. Sappiamo reinventarci e trovare nuove strade».

La Calabria è molto presente nell’ambientazione, ma la storia dell’estate del ’94 potrebbe in qualche modo appartenere a qualsiasi località italiana di quegli anni. Che cosa c’è, invece, di specificamente calabrese in SCUSA94?

Fabio Gaudio: «La scelta l’abbiamo fatta insieme fin dall’inizio, cioè raccontare quel periodo e quel posto in maniera autobiografica, perché è la Calabria che abbiamo vissuto tutti e due: quella medio borghese degli anni Novanta, Cosenza più i sobborghi intorno. All’epoca Cosenza era una città medio piccola ma abbastanza contemporanea, borghese, con uno scenario urbano che poteva tranquillamente essere quello di un quartiere di una grande città italiana. Noi in quegli anni il centro storico non lo vivevamo, così come non vivevamo gli altri posti più caratteristici. Poi c’era una cosa particolare nel rapporto tra la città e le campagne intorno, perché dopo il boom economico e dopo che negli anni Sessanta e Settanta era stata tirata su la città di cemento, era diventata prassi spostarsi dagli appartamenti in città alle villette dei sobborghi di campagna, una cosa che nel libro si vede bene. Per noi due quindi il racconto è verace e coerente, però siamo consapevoli di non aver raccontato la Calabria dei paesini, delle campagne sperdute, delle villette abusive mai finite, delle sagre paesane, della religiosità, dei fori di proiettile sui cartelloni delle indicazioni stradali».

Il racconto dei ragazzi si intreccia con quello della nonna e con la memoria della Seconda guerra mondiale. Quanto è importante per lei il passaggio della memoria familiare tra generazioni?

Andrea Belcastro: «Sono cresciuto ascoltando i racconti di mia nonna. Lei apparteneva a una generazione cresciuta prima dell’avvento della televisione e in un ambiente poco istruito, una generazione che faceva della trasmissione orale ancora uno strumento potentissimo. I suoi racconti sono sempre stati potentissimi e per ricca fonte di immagini e immaginazione ed è stato naturale cercare un modo per riportarli su carta, soprattutto in una storia fortemente autobiografica. La sua è stata una generazione testimone di un cambiamento epocale, ma lo è stata anche la nostra. Noi siamo quelli che abbiamo vissuto a pieno il passaggio dal mondo analogico a quello digitale. Siamo stati quelli che ci sbucciavamo le ginocchia nei campetti di terra battuta immaginando di essere Roby Baggio, ma siamo anche i primi ad aver immaginato di giocare una finale mondiale con un gamepad della PlayStation tra le mani. Questo parallelismo secondo me è fondamentale per capire quanto siano importanti entrambi i racconti e questo continuo intrecciarsi di linee temporali nella struttura di SCUSA94, perché noi, in fondo, viviamo nel tempo e attraverso il tempo. Viviamo il presente, il futuro che immaginiamo ma anche il passato attraverso le testimonianze che abbiamo ascoltato o letto».

SCUSA94 arriva nel 2026, ma racconta l’estate del 1994, quella dei Mondiali negli Stati Uniti, e parla anche di un mondo dell’infanzia molto diverso da quello di oggi. Se Antonio e i suoi amici vivessero quella stessa estate nel 2026 (guarda caso anno in cui i Mondiali sono tornati in America), cosa cambierebbe? E cosa, invece, resterebbe esattamente uguale?

Fabio Gaudio: «Il libro racconta con tenerezza una cosa semplice, cioè che se metti a confronto l’infanzia con l’età adulta ti accorgi che certe cose non cambiano mai mentre altre sono cambiate del tutto. Quella che è cambiata radicalmente è ovviamente la tecnologia, che di per sé modifica i rapporti tra le persone ma probabilmente anche le aspettative. I bambini degli anni Novanta avevano sogni che sembravano più lontani, quindi forse ci provavano con più forza a realizzarli, a inseguirli davvero. I ragazzi di oggi invece tramite internet possono vedere tutto in tempo reale, per cui i loro sogni sembrano più a portata di mano, e magari c’è meno fame nel perseguirli. Poi è cambiato tantissimo il discorso della popolarità del calcio in Italia. Trent’anni fa il calcio era una religione, e al centro del mondo c’era il calcio italiano, mentre oggi sappiamo tutti che non andiamo al Mondiale da tre edizioni. Anche se magari questo non cambia il sogno di un bambino che oggi sogna Lamine Yamal o Haaland e che magari sogna di riportarci lui, in futuro, al Mondiale». (f.veltri@corrierecal.it)

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