Il Paese dei successi. Poi arriva lo scontrino!
In cinque anni il carrello della spesa è diventato più caro di quasi il 30%
Il 31 agosto, quasi simbolicamente alla fine delle ferie per milioni di italiani, Il Sole 24 Ore ci riporta alla normalità con un numero che vale forse più di molti discorsi sull’economia: in cinque anni il carrello della spesa è diventato più caro di quasi il 30%. La simulazione prende in considerazione 31 prodotti acquistati abitualmente da una famiglia. Ciò che nel luglio 2021 costava 100 euro, nel luglio 2026 ne costa quasi 130. Non parliamo di beni voluttuari, ma della vita di tutti i giorni: olio, caffè, ortaggi, alimentari. Solo per fare alcuni esempi, ma la lista è lunga e facilmente reperibile sul quotidiano, il caffè segna aumenti superiori al 50%, l’olio extravergine si avvicina al 50%, pomodori e patate superano il 40%. Poi ci sono il bar, la pizzeria, il parrucchiere, i piccoli servizi quotidiani. Presi singolarmente sembrano pochi euro, sommando tutto diventano il costo reale della vita. Ed è proprio qui che termina la statistica e comincia la politica. Da anni ascoltiamo una successione pressoché quotidiana di dati positivi: cresce l’occupazione, aumenta il PIL, il turismo registra record, migliorano questo e quell’indicatore. Non abbiamo mai sostenuto che questi numeri vadano ignorati quando sono veri. Poniamo una domanda diversa: che cosa hanno prodotto nella vita delle persone? Perché esiste un indicatore economico molto rudimentale, che non necessita di economisti per essere interpretato ossia quanto si riesce a comprare con il proprio stipendio. Se il costo di beni acquistati quotidianamente cresce di circa il 30% in cinque anni e le retribuzioni non aumentano nella stessa misura, significa semplicemente che con lo stesso lavoro si possono acquistare meno cose, ed è esattamente qui che la narrazione dei grandi risultati deve necessariamente confrontarsi con la realtà. Non si tratta di stabilire se ogni aumento di prezzo sia responsabilità di questo o di quel governo. Sarebbe una lettura semplicistica dell’economia: inflazione, energia, guerre, materie prime e dinamiche internazionali hanno sempre un peso, come del resto ce l’hanno con segno opposto altri fattori come i fondi straordinari del PNRR ed il maggiore gettito fiscale generato dagli aumenti stessi dei prezzi.
La questione politica è un’altra
Di fronte a fenomeni che impoveriscono, in maniera documentata e non sulla base di interpretazioni, il reddito reale delle famiglie, la funzione della politica dovrebbe essere quella di costruire strumenti capaci di proteggere il potere d’acquisto: salari più alti, maggiore produttività, fiscalità sul lavoro più favorevole, servizi pubblici efficienti, welfare e politiche industriali capaci di trasformare la crescita economica in reddito diffuso. Ed è sui risultati ottenuti rispetto a questi obiettivi che dovrebbe essere misurato il successo di una politica economica, che oggi si scontra con dei dati che mettono a nudo lo stato dell’arte raggiunto. Il problema non riguarda soltanto chi è povero o chi non ha un lavoro, riguarda sempre più spesso chi lavora, riceve regolarmente uno stipendio e scopre comunque che una quota crescente di quel reddito serve semplicemente a mantenere lo stesso livello di vita di qualche anno prima. È il filo che abbiamo incontrato più volte nelle analisi di queste settimane: salari, carburanti, spese obbligate delle famiglie, prezzi turistici, costo della vita. Indicatori apparentemente differenti che finiscono tutti nello stesso posto: il reddito disponibile delle persone. Ed allora, alla fine di agosto, forse possiamo aggiungere un criterio molto semplice alle tante statistiche che quotidianamente ci vengono raccontate e cioè che una politica di sviluppo non dovrebbe essere giudicata soltanto da quanto cresce il PIL, dal numero degli occupati o dal fatturato prodotto, bensì da una domanda molto più elementare: dopo cinque anni, una famiglia che lavora vive meglio, uguale o peggio? Perché alla fine si può discutere a lungo di percentuali, record e primati, poi si entra in un supermercato e lì, per la gente comune, la comunicazione istituzionale non passa alla cassa.
*Osservatorio per il Socialismo Riformista “Anna Kulischioff”
