Scarichi, veleni e depuratori fuorilegge: le coste calabresi tra inchieste e disastri ambientali
Dal Crotonese allo Stretto, le vicende giudiziarie collegate alla mala depurazione. Nel report di Legambiente, uno scenario che solleva interrogativi urgenti e non rinviabili sul futuro del mare cala…
Una aggressione sistematica e pervasiva del mare calabrese che continua a consumarsi inesorabilmente. A tracciare i contorni dettagliati di questo prolungato assedio è la ventottesima edizione del report Mare Monstrum di Legambiente, elaborato incrociando i dati forniti dalle forze dell’ordine e dalle Capitanerie di porto lungo le quindici regioni e le sessantuno province costiere del Paese. Un’analisi rigorosa che colloca la Calabria nei gradini più alti delle classifiche nazionali per illeciti commessi a danno degli ecosistemi marini, evidenziando una gravissima emergenza legata in primo luogo alla gestione della depurazione dei reflui e al traffico illegale dei rifiuti.
A livello nazionale, la fotografia scattata dall’associazione ambientalista rivela un quadro complessivo di profonda sofferenza per i bacini marittimi italiani. Nel corso del 2025 sono stati accertati ben 7.317 reati in materia di gestione illegale di rifiuti e di mala depurazione, quasi il 36% del totale contestato dalle forze dell’ordine tra mare e costa. Numeri che spingono questa particolare tipologia di reati ambientali, sebbene registri in termini assoluti un flebile calo (-7,7%) rispetto all’anno precedente, a diventare la principale forma di aggressione agli habitat marini e costieri. Nel corso delle attività di controllo sono state così denunciate, nello stesso arco temporale, 8.397 soggetti, mentre 86 sono state sottoposte a misure cautelari, per un totale monstre di sequestri penali pari a 2.452. Oltre agli illeciti penali sono stati contestati ben 4.624 illeciti amministrativi che hanno portato a 4.548 sanzioni amministrative, per un valore economico del totale dei sequestri (penali e amministrativi) di quasi 146 milioni di euro (per l’esattezza 145.840.067 euro).
La Calabria sul podio dei reati
La graduatoria per Regioni vede in testa la Campania, che da sola totalizza 1.655 reati, seguita dalla Puglia con 884 illeciti e dal primato per le sanzioni pecuniarie liquidate. La Calabria conquista un triste terzo posto nazionale con 731 reati, coprendo da sola il 10% del totale dei crimini ambientali censiti nel Paese. Seguono poi il Lazio, la Sardegna e la Sicilia, mentre Toscana e Liguria risultano le aree più colpite rispettivamente al Centro e al Nord.
Nel contesto calabrese, i dati evidenziano un bilancio drammatico: 731 reati accertati, pari al 10% del totale nazionale, 782 persone denunciate, un arresto, 262 sequestri e un valore complessivo delle sanzioni irrogate pari a 9.300.936 euro. Un elemento di estrema gravità risiede nel ruolo che il crimine organizzato continua a rivestire nella devastazione delle coste meridionali. Nel report si evidenzia come nelle quattro regioni del Sud a tradizionale presenza mafiosa l’incidenza dell’illegalità abbia quasi raggiunto il 52% del dato nazionale, alimentata dal ruolo che le ‘ndrine esercitano «in combutta con il nutrito e agguerrito esercito di faccendieri, pirati di nuova generazione e trafficanti, spalleggiati dall’immancabile schiera di corrotti e corruttibili in forza alla pubblica amministrazione».
Inchieste e disastri ambientali: dal Crotonese allo Stretto
La Calabria appare dunque come la maglia nera per le vicende giudiziarie collegate alla mala depurazione. Lo dimostrano le continue inchieste della magistratura ordinaria, scattate a margine dei ritardi strutturali e delle sanzioni europee. Tra i casi più eclatanti spicca l’indagine conclusa a metà marzo dalla Procura di Crotone, diretta dal procuratore Domenico Guarascio, focalizzata sui due impianti del comune di Belvedere Spinello. L’inchiesta ipotizza condotte omissive prolungate nella conduzione delle strutture, ritenute causa del continuo sversamento «di reflui fognari non trattati, con deflusso lungo le linee di drenaggio naturale fino al fiume Neto e conseguente compromissione delle matrici ambientali», con impatti disastrosi su un’area naturale protetta inserita nella rete europea per la tutela della biodiversità e classificata come Zona di Protezione Speciale «Foce del Neto». Quattro persone sono state iscritte nel registro degli indagati con le accuse di inquinamento ambientale, falso ideologico, omissione d’atti d’ufficio e abbandono di rifiuti pericolosi. Secondo il castello accusatorio, l’amministrazione avrebbe omesso la fatturazione e la riscossione del servizio idrico pur avendone approvato i costi, privando la rete delle risorse necessarie per le riparazioni essenziali. Inoltre, le richieste di finanziamento presentate alla Regione per ammodernare la rete sarebbero state sprovviste del supporto tecnico necessario. A fronte di questo dissesto, non sono stati adottati neppure «i provvedimenti contingibili e urgenti previsti dalla normativa», finendo per iscrivere nei bilanci comunali dal 2021 al 2025 entrate virtuali mai riscosse per fingere un finto equilibrio economico, provocando l’inquinamento tangibile del suolo e del bacino del Neto.
Spostando lo sguardo sullo Stretto, a fine gennaio 2026 i Carabinieri del Noe di Reggio Calabria hanno notificato i sigilli dell’operazione “Panta Rei”, nata per far luce sul pessimo funzionamento dei depuratori di Ravagnese e Catona. Gli investigatori hanno riscontrato lo sversamento in mare e il deposito abusivo dei fanghi residui del ciclo di depurazione, con valori chimici e microbiologici fuori norma. Il provvedimento si è tradotto nel sequestro preventivo della società di gestione e dei sette impianti comunali, affidati ad amministrazione giudiziaria per un valore stimato di circa dieci milioni di euro.
Di fronte a queste evidenze, Legambiente ha annunciato la costituzione di parte civile per il futuro processo, ricordando attraverso le dichiarazioni di Anna Parretta e Daniele Cartisano, presidente di Legambiente Calabria e presidente del circolo di Legambiente Reggio Calabria, come l’associazione denunci da tempo «la mala gestione dei depuratori calabresi, che continuano a riversare reflui non adeguatamente trattati in mare, compromettendo l’ambiente, la salute pubblica e l’economia dei territori costieri».
Il quadro si chiude nel Vibonese, dove Guardia Costiera e Carabinieri Forestali hanno posto sotto sequestro i depuratori di Maierato, Vallelonga e Capistrano per condotte che avrebbero rovinato lo specchio d’acqua di Pizzo Calabro. A Capistrano i fanghi venivano abbandonati nei fossi; a Maierato la struttura scaricava in una fossa con reflui destinati a terminare nel lago dell’Angitola e poi a mare; a Vallelonga, infine, l’impianto comunale immetteva i liquami non trattati nella sede di un torrente locale.
Uno scenario che solleva interrogativi urgenti e non rinviabili sul futuro del mare calabrese.
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