Narcotraffico al porto di Gioia Tauro, la Dda chiede 153 anni di carcere: due pene da 20 anni – NOMI
Le vecchie indagini sulla macchina per esfiltrare la cocaina dai container e il successivo filone sui doganieri. Chiesta anche la confisca della PG Multiservizi
REGGIO CALABRIA Centocinquantatré anni e sei mesi di carcere. È il conto complessivo presentato dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria al termine della requisitoria nel processo “Tre Croci”, uno dei procedimenti nati dalle indagini sulla gigantesca macchina del narcotraffico che aveva nel porto di Gioia Tauro uno dei suoi snodi fondamentali. Sono dodici le richieste di condanna, accompagnate da multe che raggiungono complessivamente 542mila euro. Le pene più alte – 20 anni di reclusione – sono state sollecitate nei confronti di Mario Giuseppe Italo Solano e Francesco Giovinazzo. La Procura chiede inoltre la confisca della PG Multiservizi di Giuseppe Papalia e di quanto altro sottoposto a sequestro.
La macchina della cocaina nel porto
Per capire il peso della requisitoria bisogna tornare all’ottobre del 2022. L’inchiesta della Dda aveva portato all’esecuzione di misure cautelari nei confronti di 36 persone e alla ricostruzione di una struttura che, secondo gli investigatori, era in grado di gestire l’arrivo e soprattutto l’esfiltrazione di enormi quantitativi di cocaina dal porto di Gioia Tauro. Durante le indagini erano state sequestrate oltre quattro tonnellate di droga, per un valore al dettaglio stimato allora in circa 800 milioni di euro. Un sistema che nelle carte veniva descritto come organizzato fin nei dettagli: container individuati in anticipo, informazioni sui piani di arrivo delle navi, squadre operative all’interno dello scalo, turnazioni dei portuali e comunicazioni attraverso telefoni criptati. In uno degli episodi ricostruiti dagli investigatori, proprio i turni sarebbero stati adattati alla necessità di intervenire sui container nei momenti ritenuti più favorevoli. Tra gli imputati per i quali oggi arrivano le richieste della Dda ci sono diversi nomi già presenti in quel primo filone investigativo: Domenico Cutrì, Francesco Giovinazzo, Michele Silvano Mazzeo, Giuseppe Papalia, Renato Papalia, Damiano Rosarno, Pasquale Sergio e Filippo Strano, oltre a Giuseppe Vincenzo Albanese e Francesco Gullace, i cui nominativi nell’atto depositato oggi consentono anche di correggere alcuni refusi presenti nelle prime cronache del 2022.
I doganieri e il secondo filone
Le indagini avrebbero poi aperto un altro fronte. Nel febbraio 2024 la Guardia di finanza eseguì nuove misure cautelari nell’inchiesta sui presunti favori garantiti all’interno dell’Agenzia delle Dogane. In carcere finirono Antonio Pititto, addetto al controllo scanner, e Mario Giuseppe Italo Solano, in servizio all’ufficio antifrode e in precedenza impiegato proprio al controllo scanner. Entrambi figurano adesso tra gli imputati destinatari delle richieste di condanna. Particolarmente delicata era la posizione attribuita nelle carte a Solano. Secondo la ricostruzione investigativa riportata dal Corriere, il funzionario avrebbe messo a disposizione dell’organizzazione le proprie conoscenze tecniche sui controlli e sulle modalità con cui la cocaina poteva essere occultata nei container. Nelle conversazioni intercettate avrebbe discusso con Domenico Cutrì della sistemazione della droga e dei rischi legati agli scanner. Cutrì, secondo gli investigatori, avrebbe avuto il ruolo di tramite tra gli “esfiltratori” e alcuni doganieri, facendo arrivare le informazioni a Giuseppe Papalia e, attraverso quest’ultimo, ai referenti dei traffici sudamericani. È uno dei punti che mostra come le due fasi investigative siano finite per incrociarsi nel percorso giudiziario oggi arrivato alla requisitoria.
Le richieste di pena
La richiesta più alta è di 20 anni di reclusione e 80mila euro di multa per Mario Giuseppe Italo Solano (assistito dall’avvocato Francesco Capria). Stessa pena richiesta per Francesco Giovinazzo: 20 anni e 80mila euro. Per Giovinazzo la Procura chiede inoltre, relativamente a uno dei capi, la riqualificazione nella fattispecie prevista dall’articolo 74, comma 2, del Testo unico sugli stupefacenti. Per Pasquale Sergio la richiesta è di 16 anni e 50mila euro di multa. Identica pena detentiva e pecuniaria per Giuseppe Papalia. Nei confronti di Domenico Cutrì sono stati chiesti 15 anni e 50mila euro, mentre per Antonio Pititto (assistito dall’avvocato Franco Muzzopappa) la Procura ha sollecitato 13 anni di carcere e 42mila euro di multa. Seguono Renato Papalia, per il quale sono stati chiesti 12 anni e 50mila euro, e Giuseppe Vincenzo Albanese, destinatario di una richiesta a 10 anni e 40mila euro. Per Filippo Strano la Dda ha chiesto 9 anni e 30mila euro di multa; per Francesco Gullace e Damiano Rosarno la richiesta è di 8 anni e 25mila euro ciascuno. Chiude l’elenco Michele Silvano Mazzeo, con una richiesta di 6 anni e 6 mesi e 20mila euro di multa.
Le due richieste di assoluzione
Nelle conclusioni dell’accusa ci sono anche due richieste di assoluzione su singole contestazioni. La Dda ha chiesto che Michele Serra venga assolto dal capo 21 perché la prova che abbia commesso il fatto viene ritenuta insufficiente. Analoga conclusione per Filippo Strano, ma limitatamente al capo 1. Per gli altri reati contestati a Strano resta invece la richiesta complessiva di nove anni di carcere.
La confisca
La requisitoria si chiude infine sul fronte patrimoniale. La Procura ha chiesto la confisca della PG Multiservizi di Giuseppe Papalia e di quanto altro risulta ancora sottoposto a sequestro. Dopo le tonnellate di cocaina sequestrate, le chat criptate, i container e le indagini sugli uomini che avrebbero dovuto conoscere dall’interno i meccanismi dei controlli, la lunga storia giudiziaria di “Tre Croci” arriva dunque a uno dei suoi passaggi decisivi. Adesso la parola passa al giudice. (g.curcio@corrierecal.it)
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