Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 11:10
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 4 minuti
Cambia colore:
 

l’azione dei caporali

Il mercimonio dei braccianti nella Sibaritide, «non voglio che i ragazzi rimangano senza lavoro»

È quanto emerge dall’inchiesta “Master” che ha fatto luce sulle attività di intermediazione e sfruttamento lavorativo nel territorio cassanese

Pubblicato il: 05/09/2026 – 10:33
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo

CASSANO ALLO IONIO Un sistema collaudato e capillare, in grado di soffocare e drogare il lavoro agricolo nella Piana di Sibari. È quanto emerge dai dettagli dell’inchiesta nome in codice “Master” coordinata dalla Dda di Catanzaro che ha fatto luce sulle attività di intermediazione illecita e sfruttamento lavorativo nel territorio cassanese. Un’organizzazione che vedeva al vertice figure di spicco capaci – secondo l’accusa – di gestire il reclutamento, il trasporto e persino la rendicontazione economica della forza lavoro extracomunitaria, riducendo al minimo i costi per gli imprenditori locali e soffocando i diritti dei lavoratori.

Il “servizio” per gli imprenditori e i compensi imposti

Le indagini descrivono un’attività d’intermediazione incessante e quotidiana. I caporali e i capi squadra organizzavano ogni giorno le uscite nei campi e il rientro al termine della raccolta dei frutti, mantenendosi in costante contatto per gestire i recuperi dei lavoratori nelle varie località della Piana. Gli imprenditori della zona si rivolgevano direttamente ai vertici dell’organizzazione – come l’indagato Qadeer Afzal – sapendo di poter ottenere, giorno per giorno, il numero di braccianti necessario alle esigenze produttive aziendali. Un sistema conveniente per gli imprenditori, che beneficiavano di costi estremamente contenuti e “sottocosto“, preventivamente concordati con i caporali. In questo quadro, la forza contrattuale era interamente coordinata dai caporali: sarebbero stati loro ad imporre la tariffa per la giornata lavorativa di 8 ore, potendo persino decidere a quali aziende inviare o negare la manodopera in base alle richieste ricevute.

L’estorsione sulle paghe

Anche la gestione delle retribuzioni sarebbe avvenuta sotto il totale controllo dei caporali. Quando gli imprenditori pagavano in contanti, il denaro veniva consegnato direttamente a chi provvedeva successivamente a trattenere gran parte delle somme prima di girare il residuo agli operai. Anche i pagamenti tracciabili non riuscivano a garantire alcuna tutela: nei casi in cui le aziende effettutavano le retribuzioni tramite bonifico bancario direttamente sui conti dei lavoratori, questi ultimi venivano costretti a restituire parte dell’importo incassato.

«I neri hanno preso 1.000 euro in più»

A chiarire le dinamiche interne e il peso operativo della rete è un’intercettazione tra i fratelli Qadeer Afzal e Adnan Afzal. Dalla conversazione emerge uno scontro relativo al calcolo delle giornate lavorative per un gruppo di operai di origine africana. Qadeer racconta al fratello dell’incontro avuto con il padre di un uomo, sfociato in una discussione a causa dell’assenza di chi era coinvolto nel conteggio delle paghe. Non avendo i registri aggiornati, gli Afzal avevano distribuito ai lavoratori somme superiori a quelle previste. «I neri hanno preso 1000/1200 euro di più da noi». La conversazioni prosegue e i due fratelli fanno il punto sulla disponibilità della manodopera sotto il loro diretto controllo e su come si fossero evolute le gerarchie interne. Dai dialoghi si evince come singoli capi squadra o collaboratori, come Zeeshan Ahmad (detto “Shani”) o Amir Shahzad, arrivassero a gestire direttamente tra le 20 e le 35 persone. Una capillarità confermata anche dalle parole di Adnan Afzal, che si vantava di aver raggiunto una posizione di rilievo arrivando a coordinare personalmente gruppi di circa dieci operai per volta.

Il mercimonio dei lavoratori

Il quadro indiziario si arricchisce di ulteriori dettagli analizzando i flussi di conversazioni captate dagli inquirenti, che svelano la gestione quotidiana della forza lavoro e il coordinamento tra le varie “squadre” della zona. E’ il 18 ottobre 2020 e chi indaga segnala un episodio emblematico. Otto braccianti restano fermi a causa del terreno bagnato nel fondo in cui stavano operando e qualcuno si mostra preoccupato: «Non voglio che i ragazzi rimangano senza lavoro e per questo ti chiedo…». (f.benincasa@corrierecal.it)

Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato  


LEGGI ANCHE

L’ombra della ‘ndrangheta sullo sfruttamento dei braccianti nella Sibaritide. «Ci dissero che ci avrebbero uccisi»

Sibari, due associazioni per delinquere finalizzate alla riduzione in schiavitù e traffico di migranti. Eseguito il fermo per 20 persone – NOMI


Argomenti
Categorie collegate

x

x