Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 7:17
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 6 minuti
Cambia colore:
 

L’INCHIESTA SAMBA

’Ndrangheta, il rifugio a Torino per il latitante della cosca Gallico assicurato da Pasquino. «Era uno serio»

I giudici ricostruiscono l’assistenza a Filippo Morgante, esponente apicale della cosca di Palmi: ospitato in diversi immobili e accompagnato almeno una volta a Milano

Pubblicato il: 05/09/2026 – 6:55
di Giorgio Curcio
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo

TORINO Un uomo da nascondere, appartamenti sicuri, un viaggio verso Milano e una rete pronta a muoversi per sottrarre alle ricerche uno dei latitanti della ’ndrangheta calabrese. Nelle conversazioni criptate Vincenzo Pasquino e Christian Sambati ne parlano come di uno «serio», un riferimento alla sua caratura criminale. Dietro quel termine, secondo la ricostruzione accolta dal gup di Torino Giovanna Di Maria nelle motivazioni della sentenza del rito abbreviato dell’operazione “Samba”, si nascondeva Filippo Morgante, indicato negli atti come esponente apicale della cosca Gallico di Palmi.
Morgante doveva scontare una condanna definitiva a 16 anni e 9 mesi di reclusione per associazione mafiosa e reati in materia di armi. Durante la latitanza sarebbe passato anche dal Piemonte e dalla Lombardia, trovando assistenza proprio nell’ambiente che ruotava attorno a Pasquino. Il giudice ritiene provato che quest’ultimo gli abbia assicurato ospitalità in immobili nella propria disponibilità a Torino e che Sambati lo abbia accompagnato, almeno in un’occasione, da Torino a Milano.
Nel processo “Samba”, Pasquino è stato condannato complessivamente a 10 anni di reclusione, mentre Sambati a 12 anni. Per quest’ultimo il giudice indica espressamente un aumento di otto mesi, prima della riduzione per il rito, proprio per il reato di favoreggiamento della latitanza contestato al capo 15. Pasquino, invece, è stato ritenuto responsabile di tutti i reati a lui ascritti.

Il latitante della cosca Gallico

La contestazione formulata nel procedimento è molto precisa. Pasquino e Sambati avrebbero aiutato Morgante a sottrarsi alle ricerche delle autorità, assicurandogli «assistenza ed ospitalità». Per Pasquino, la condotta individuata consiste nell’avere ospitato il latitante in diversi immobili nella sua disponibilità a Torino, compresa l’abitazione di una donna alla quale all’epoca era legato. A Sambati viene invece attribuito l’accompagnamento di Morgante, almeno una volta, dal capoluogo piemontese a Milano. Il favoreggiamento viene contestato con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa: per l’accusa, e poi per il gup che ritiene provato il fatto, l’assistenza avrebbe consentito a un «esponente di punta» della cosca Gallico di continuare a sottrarsi all’esecuzione della pena.

Pasquino Vincenzo 'ndrangheta

«Un latitante serio»

A fare riemergere la vicenda, anni dopo, sono soprattutto le conversazioni sulla piattaforma Sky Ecc. Pasquino e Sambati parlano di un latitante «serio», termine che il giudice interpreta come un riferimento alla sua elevata caratura criminale. Dalle conversazioni emergono alcuni elementi identificativi: l’uomo era parente di un soggetto legato alla famiglia Gallico, era stato aiutato durante la clandestinità ed era stato successivamente catturato a Roma. Per il gup, il profilo descritto nelle chat è «perfettamente compatibile» con Filippo Morgante. Il giudice valorizza anche un particolare riferito da Sambati: il giovane racconta di avere accompagnato il latitante a Milano almeno una volta. Una circostanza che trova riscontro, secondo le motivazioni, nelle precedenti indagini dalle quali era emerso che Morgante durante la clandestinità era effettivamente transitato prima da Milano e successivamente da Bergamo.

Il passaggio a Milano e il documento falso

Il viaggio in Lombardia non sarebbe stato casuale. Gli atti richiamati nella sentenza “Samba” ricostruiscono infatti come Morgante, durante la latitanza, fosse passato da Milano per ritirare un documento falso e avesse poi trovato un altro nascondiglio a Bergamo. È proprio questo spostamento a fornire uno dei riscontri più significativi al racconto emerso nelle chat tra Pasquino e Sambati. Quest’ultimo ricorda di avere accompagnato personalmente il latitante verso Milano, guadagnandosi, secondo quanto riportato nelle motivazioni, persino il suo apprezzamento per l’affidabilità dimostrata nonostante la giovane età. Un dettaglio che il gup utilizza anche più avanti per descrivere il ruolo di Sambati all’interno del gruppo: quando ripercorre la sua posizione, ricorda proprio il «plauso ottenuto dal ricercato» e sottolinea come, nonostante fosse appena ventunenne, Sambati avesse già dato prova di essere pienamente inserito in dinamiche criminali di rilievo.

Il rifugio a Torino

Nelle conversazioni, Pasquino e Sambati ricordano anche il momento in cui il latitante sarebbe stato portato nell’abitazione della donna legata sentimentalmente a Pasquino. «Ricordi quando l’abbiamo lasciato da Melania?», dice Sambati in una delle chat, ricordando anche il malumore del latitante, che si sarebbe sentito «abbandonato». C’è poi un elemento investigativo particolare sul quale il giudice si sofferma. L’abitazione di Pasquino in via Spontini 28 a Torino era stata sottoposta per lunghi periodi a videosorveglianza da parte degli investigatori. Esiste tuttavia un intervallo, tra il 6 ottobre e il 29 dicembre 2017, nel quale l’immobile non era monitorato. È proprio in quel periodo che, secondo la ricostruzione delle motivazioni, Morgante avrebbe raggiunto «in prima battuta» Pasquino durante la latitanza. Il giudice considera questa coincidenza compatibile con quanto successivamente emerso dalle conversazioni criptate.

Da Torino alla Calabria e ritorno

Il periodo coincide anche con una fase di grande mobilità di Pasquino e Sambati tra Piemonte e Calabria. Le motivazioni di “Samba” ricordano che nell’ottobre 2017 i due erano stati controllati insieme a Bova Marina e successivamente a Natile di Careri. Gli investigatori documentarono inoltre la loro presenza a Platì, prima del rientro in Piemonte. Non significa che questi spostamenti siano automaticamente collegati alla latitanza di Morgante. Servono però al giudice per ricostruire cronologicamente la presenza di Pasquino e Sambati nei luoghi e nei periodi in cui sarebbe stata garantita l’assistenza al ricercato. La latitanza di Morgante proseguì fino alla cattura, avvenuta a Roma il 20 ottobre 2018 ad opera dei carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria.

«Se devo farmi la latitanza così…»

Nelle chat riaffiora persino l’umore del ricercato durante quel periodo. Sambati racconta a Pasquino che il latitante era arrabbiato con un proprio parente perché si sentiva lasciato solo. La frase riportata nelle motivazioni restituisce il clima della clandestinità: l’uomo avrebbe detto che, se avesse dovuto continuare la latitanza in quel modo, sarebbe tornato «giù» per commettere altri fatti e poi finire volontariamente in carcere. È in quella stessa conversazione che Sambati ricorda, ridendo, quando lo avevano lasciato nell’abitazione utilizzata come rifugio.

Il giudizio del gup

Su questo episodio la conclusione della sentenza è netta. Il gup osserva che le caratteristiche del latitante descritto nelle conversazioni coincidono con quelle di Morgante, che il viaggio a Milano ricordato da Sambati trova riscontro negli spostamenti del ricercato e che le chat collocano il latitante anche nell’abitazione collegata a Pasquino. La ricostruzione, sottolinea ancora il giudice, è stata inoltre ammessa dallo stesso Pasquino, mentre Sambati non avrebbe fornito una diversa versione plausibile dei fatti. Da qui la conclusione: «si ritiene provata la penale responsabilità» dei due imputati per il favoreggiamento contestato al capo 15. (g.curcio@corrierecal.it)

Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato  

Argomenti
Categorie collegate

x

x