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“ovunque è il centro”

«Dissi no ad Andreotti. Il treno passa una volta, ma prima dovevo sistemarmi»

Il libro dell’ex ministro Giuseppe Fioroni

Pubblicato il: 07/09/2026 – 10:43
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«”Il treno passa una volta sola”. Me lo disse Giulio Andreotti, con quel tono asciutto che non ammetteva repliche, nel 1984, al congresso dei giovani democristiani di Maiori: mi aveva convocato per propormi un impegno politico a tempo pieno, uno di quelli che ti cambiano la biografia. Io, giovane dirigente con la febbre della politica ma ancora saldamente ancorato alla mia professione di medico, risposi con un principio che allora suonava quasi come un’eresia: “Prima devo sistemarmi sul piano professionale“». Quella frase, oggi raccontata nel libro Ovunque è il centro (Rubbettino, pp. 200, € 18), di Giuseppe Fioroni non è un semplice aneddoto da memoir: è la chiave per leggere l’intera traiettoria di un uomo che è stato sindaco di Viterbo a 26 anni, ministro dell’Istruzione, presidente della Commissione Moro – e che oggi rifiuta l’etichetta dell’ennesimo ex ministro in cerca di una memoria consolatoria.

Un atto d’accusa contro la politica contemporanea

Costruito come un dialogo serrato, senza sconti, con il sociologo e saggista Angelo Palmieri, il libro è in realtà un atto d’accusa contro la politica contemporanea e un manifesto per ricostruire un «centro» che non è una rendita di posizione, ma un luogo morale: «Il centro è ovunque ci sia una persona da custodire», scrive Fioroni. Per arrivarci, però, bisogna attraversare il fango della storia repubblicana. Nelle pagine del libro la storia ha spesso il sapore di gesti che dicono più di mille protocolli. Come al G20 di Johannesburg del 2002, quando – con le valigie smarrite in aeroporto – si presentò all’incontro con Nelson Mandela in tuta della Red Bull Racing. Lui se ne accorse, sorrise, e rispose con una battuta cordiale invece che con il rigore istituzionale. Quel dettaglio racconta un modo di abitare le istituzioni senza teatralità e senza la posa del ruolo, con quella che chiamo «la schiettezza di chi non ha bisogno di essere riconosciuto per riconoscersi».

La salute nella cosa pubblica

Medico di formazione, non ha mai smesso di pensare che la salute non sia un capitolo a sé della cosa pubblica, ma il metro con cui si misura la dignità di una comunità. «La medicina mi aveva insegnato che non si arriva mai a una persona per astrazione», racconta a Palmieri. «Ci si arriva sostando, osservando, accogliendo sintomi che spesso non gridano». Da qui nacque, negli anni della sua sindacatura, l’intuizione di Federsanità ANCI: la salute come fenomeno sociale e territoriale. Non basta avere un ospedale sotto casa, ripete ancora oggi, se non offre garanzie reali a chi vi si cura: «In quel caso si finisce per tutelare più chi ci lavora e teme di essere trasferito che il malato» — una frase che, detta da un ex ministro, suona come una frustata al costume politico che difende le rendite di posizione e dimentica i volti.

La scuola vandalizzata a Caserta

I volti, nel libro, tornano continuamente. Come quelli dei ragazzi di una scuola in provincia di Caserta, terra segnata dal potere criminale, la cui struttura appena ristrutturata fu vandalizzata il giorno stesso dell’inaugurazione. «Fu un gesto chiaramente intimidatorio», racconta a Palmieri, «un modo per dire che quel territorio restava sotto un altro controllo». Decise comunque di inaugurarla: «Dare un segnale forte a tutta la comunità, far capire che lo Stato c’era». C’è tutta la sua idea di politica in quel gesto — lo Stato che non arretra davanti alla paura, la scuola come presidio di legalità: «Mi tornava alla mente ciò che Giovanni Falcone amava ripetere: la mafia sarà vinta da un esercito di maestri».

L’occupazione studentesca a Roma

«I giovani sono la mia ossessione — non come categoria sociologica, ma come ferita aperta della democrazia italiana. Li ho incontrati in carne e ossa, spesso nei momenti più tesi della mia esperienza ministeriale». Come durante un’occupazione studentesca in un liceo di Roma: «Andai personalmente, senza scorta e senza preavviso. Bussai alla porta, i ragazzi chiesero chi fosse, e io risposi semplicemente: ‘Sono il Ministro della Pubblica Istruzione, vorrei parlarvi’». Restammo insieme per ore, in un’assemblea lunga e vera, senza schermi. L’occupazione si chiuse il giorno dopo.

Il viaggio a Bologna

Poi c’è Bologna, in una fase molto tesa sui precari: «il prefetto mi mandò la scorta per raggiungere il convegno in piazza, e io rifiutai». «Mi feci lasciare lungo la via principale, in una giornata caldissima, e attraversai la piazza parlando con le persone che avrei dovuto trovare ostili. Arrivai al convegno e ricevetti anche la delegazione di chi avrebbe dovuto contestarmi più duramente: Il confronto fu vero. E i ragazzi di Azione Giovani, che avevano affisso manifesti con la sua immagine colpita da proiettili: «Tutti erano spaventati, ma io li convocai e discutemmo apertamente». Oggi alcuni di loro siedono nelle istituzioni. «Ho sempre pensato che il conflitto non vada né esaltato né temuto, ma ricondotto dentro una trama educativa e democratica».

Da questa esperienza diretta, non da una cattedra, «nasce la mia critica più dura alla politica contemporanea». I giovani non sono apolitici: «I giovani, al contrario, amano la politica, avvertono il bisogno della politica, ne cercano persino il senso». Il problema è che la politica ha smesso di essere credibile ai loro occhi: «I giovani non parlano anzitutto con il portafoglio. Parlano con l’anima, con il cuore». E quando incontrano adulti che non si vergognano di credere in qualcosa di grande, «tornano ad ascoltare, tornano a fidarsi, tornano anche a mettersi in cammino». La precarietà — che toccai con mano al G7 dell’istruzione di San Pietroburgo, scoprendo che la parola «precario» non esisteva in nessuna lingua straniera — è diventata nel frattempo una condizione permanente, una «sospensione esistenziale» che impedisce ai giovani di progettare il futuro. «Una democrazia che mette in panchina i suoi giovani, in realtà mette in panchina il proprio futuro», dice riprendendo un’espressione di Leone XIV. E la salute, in questo quadro, non è un capitolo separato: è il primo diritto negato a una generazione costretta all’incertezza cronica, senza poter costruire una famiglia né progettare un domani.

Il libro si chiude con una formula secca, quasi spoglia: «non servirsene» — non servirsi della politica, delle istituzioni, del popolo, della fede. «Un criterio che ho cercato di applicare nella mia vita, dalla scelta di restare medico al rifiuto di trasferire la famiglia a Roma, fino alla rinuncia alla vicepresidenza del Consiglio e al Viminale offertimi da Berlusconi nel 2011 in cambio di un cambio di casacca. «La coerenza non si misura nelle direzioni nazionali», sorride. «Si misura la mattina, davanti allo specchio, mentre ti lavi la faccia. Se provi vergogna, hai perso». Lo si legga come testimonianza o come programma, resta il fatto che questo dialogo con Palmieri interpella l’intero arco della politica italiana. Da una sponda che definisce «culturalmente minoritaria», pone domande che in pochi hanno il coraggio di porsi: ha ancora senso una politica incapace di ricostruire il noi? È possibile una democrazia che lasci i suoi giovani in panchina e i suoi malati in balia delle rendite di posizione? Esiste ancora, in Italia, uno spazio per una politica che non sia occupazione ma cura? La risposta, come il titolo del libro, è ovunque — ma solo per chi avrà il coraggio di cercarla. (redazione@corrierecal.it)

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