’Ndrangheta, il «Padrino» Gallace da Michele Senese per risolvere un contrasto. «Aveva la fila di gente che aspettava»
Nella nuova ordinanza il gip ricostruisce l’incontro nella clinica Sant’Alessandro: per il giudice la richiesta di intervento di una figura apicale della ’ndrangheta certificava il peso criminale del…
ROMA Una visita per risolvere un problema. Da una parte Bruno Gallace, indicato dagli investigatori come esponente apicale dell’omonima famiglia di ’ndrangheta originaria di Guardavalle e radicata da decenni nell’area di Anzio e Nettuno. Dall’altra Michele Senese, storico boss della criminalità romana. In mezzo un contrasto con Giuseppe Molisso, detto “Barba”, che secondo la ricostruzione giudiziaria sarebbe stato ricomposto proprio grazie all’intervento di Senese. È uno degli episodi che il gip di Roma Livio Sabatini considera «eclatante» ed emblematico della caratura criminale attribuita a Michele Senese nella nuova ordinanza dell’inchiesta “Roma Diabolika”. Il giudice sottolinea soprattutto un aspetto: a chiedere l’intervento di Senese sarebbe stato un personaggio del calibro di Gallace, descritto nell’atto come soggetto apicale del clan ’ndranghetista e titolare della dote di «Padrino», indicata come il più alto grado della società maggiore. Una circostanza che, scrive il gip, avrebbe significato riconoscere a Senese «un ruolo criminale di assoluto valore».
«Aveva la fila di gente che aspettava»
L’episodio risale al periodo in cui Michele Senese era ristretto nella comunità Sant’Alessandro, tra il luglio 2011 e il febbraio 2012. A ricostruirlo, anni dopo, è una cripto-chat nella disponibilità di Tiziano Romagnoli, fratello di Francesca Romagnoli, all’epoca convivente di Bruno Gallace. Romagnoli racconta di avere avuto un contrasto con Giuseppe Molisso. Sarebbe stato allora Gallace a prenderlo con sé e a portarlo direttamente da Michele Senese. Il particolare che restituisce meglio la scena è contenuto proprio nella chat: «Siamo arrivati, ti giuro sui miei figli, aveva la fila di gente che aspetta per parlare con Michele». Ma quando Senese avrebbe visto Gallace, secondo il racconto, lo avrebbe ricevuto immediatamente: «Ha visto a noi ed è venuto subito da mio cognato a parlare». Gallace avrebbe quindi chiesto a Senese di metterlo in contatto con Molisso. Nella stessa struttura si trovava Damaso Grassi, suocero di “Barba”, e Senese gli avrebbe affidato il compito di favorire il contatto. Successivamente, racconta ancora Romagnoli, Molisso avrebbe incontrato Gallace: «Poi è venuto Barba, hanno parlato loro». Da quel momento i problemi sarebbero cessati. Nella stessa ricostruzione compare anche un’altra frase attribuita a Senese davanti a Romagnoli: «Qualcuno problemi avete con sto ragazzo lo avete con me». Per il gip, il valore dell’episodio non starebbe soltanto nella capacità attribuita a Senese di intervenire e ricomporre il contrasto, ma soprattutto nel fatto che fosse stato Gallace a rivolgersi a lui.
La dote di «Padrino»
Nell’ordinanza Gallace viene descritto, richiamando gli atti dell’inchiesta “Tritone”, come soggetto «formalmente organico» alla ’ndrangheta, con una dote di altissimo livello della cosiddetta società maggiore e come figura di spicco di una famiglia criminale storicamente presente tra Anzio e Nettuno. Bruno Gallace è nato a Guardavalle, nel Catanzarese, il 14 febbraio 1972. Il provvedimento ripercorre anche la storia criminale della famiglia Gallace, originaria di Guardavalle e trasferitasi nell’area laziale, richiamando le numerose inchieste e sentenze succedutesi negli anni. È però nel passaggio dedicato all’incontro con Senese che il gip usa la definizione più netta. Gallace viene indicato come soggetto apicale con la dote di «Padrino». Proprio il fatto che una figura a cui viene attribuito un rango così elevato nell’organizzazione calabrese avesse cercato l’intermediazione di Senese viene valorizzato dal giudice come elemento indicativo del prestigio criminale riconosciuto al boss romano.
Anche Diabolik si sarebbe rivolto a Gallace
Il nome di Bruno Gallace compare nella nuova ordinanza anche in un altro passaggio importante, direttamente legato a Fabrizio Piscitelli, il “Diabolik” ucciso a Roma il 7 agosto 2019. Il gip recupera infatti le risultanze dell’inchiesta “Tritone” sulla richiesta di protezione avanzata da Alessandro Marrone, titolare del “Marron Five” di Anzio, e dallo stesso Piscitelli. Secondo la ricostruzione riportata nel provvedimento, Marrone sarebbe stato vittima di un’estorsione e si sarebbe rivolto a Bruno Gallace e a Gregorio Spanò, entrambi indicati come figure di primo piano nell’ambiente ’ndranghetista di Anzio e Nettuno. Una conversazione dell’11 luglio 2019 viene considerata dagli investigatori una conferma ulteriore. Vincenzo Italiano, indicato come stretto collaboratore di Gallace, raccontava che Piscitelli si fosse rivolto a un suo «paesano» per ottenere aiuto. Secondo il racconto riportato nell’ordinanza, Gallace avrebbe consentito a Diabolik di spendere il proprio nome: «Tu vai là e vai a nome mio». E l’effetto sarebbe stato immediato: «Quando è arrivato là questi hanno sentito il nome de questo e vabbè, a posto così». I rapporti, però, sarebbero diventati rapidamente difficili. Le intercettazioni dei giorni successivi registrano infatti l’irritazione di Gallace per il comportamento attribuito a Marrone e Piscitelli nell’area di Anzio. Secondo la ricostruzione investigativa, Gallace avrebbe rimproverato loro di avere coinvolto altre persone e creato nuovi problemi sul territorio dopo avere già fatto ricorso al suo intervento.
Gli equilibri tra Roma e la ’ndrangheta
Il quadro tratteggiato nella nuova ordinanza mette insieme episodi lontani nel tempo ma accomunati da un elemento: i rapporti tra esponenti di primo piano della criminalità romana e figure riconducibili alla ’ndrangheta calabrese. Da una parte Gallace che, secondo la ricostruzione contenuta nell’atto, si sarebbe rivolto a Michele Senese per chiudere una questione con Molisso. Dall’altra Piscitelli che avrebbe cercato la protezione dello stesso Gallace quando i suoi interessi si erano spinti verso Anzio. Vicende diverse che, nella lettura del gip, contribuiscono a descrivere la rete di relazioni all’interno della quale si muovevano alcuni dei protagonisti del narcotraffico romano e degli ambienti criminali della Capitale. Le risultanze relative all’area di Anzio e Nettuno richiamate nel provvedimento provengono dall’inchiesta “Tritone”. Lo stesso giudice ricorda che il percorso processuale relativo a quel procedimento non è ancora definitivamente concluso, richiamando gli annullamenti con rinvio intervenuti in Cassazione e la pendenza di ulteriori giudizi. (g.curcio@corrierecal.it)
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