Saverio Strati, la Calabria che diventò letteratura
La nipote Pina Comandè racconta in “Prima di tutto un uomo” il ragazzo di Sant’Agata del Bianco, lo scrittore e l’uomo dietro i libri. Venerdì 25 settembre sarà a Palazzo Nicotera per Parole erranti…
A Scandicci c’era una casa piena di libri. Saverio Strati ci viveva con Hildegard, sua moglie, e con una vecchia Olivetti che continuava a usare anche quando ormai i suoi romanzi avevano smesso di trovare posto nelle grandi case editrici. Il Campiello era lontano, Mondadori anche, restavano i libri, quelli pubblicati e quelli che nessuno aveva ancora letto. È una delle immagini meno conosciute di Strati e forse una delle più rivelatrici. Non lo scrittore sul palco del premio, non il giovane autore accolto nell’orbita di Debenedetti e poi avvicinato a Vittorini e Alvaro, non il narratore calabrese tradotto all’estero. Un uomo nella propria casa, accanto alla donna con cui aveva condiviso una vita e con le migliaia di pagine del diario alle quali, nonostante tutto, continuava a lavorare.
La storia era cominciata molto lontano da lì, a Sant’Agata del Bianco. Il padre faceva il muratore, la madre la sarta. Strati aveva lasciato presto la scuola e aveva imparato il mestiere del padre, ma nei ritagli di tempo leggeva Dumas, Hugo, Tolstoj, Dostoevskij, libri arrivati in un paese della Locride quando la letteratura sembrava appartenere a un altro mondo. A ventuno anni tornò sui banchi di scuola, recuperò gli studi, arrivò alla maturità classica e approdò all’Università di Messina. Debenedetti lesse i suoi primi racconti e lo prese sul serio. Poi vennero Mondadori, Vittorini, Alvaro. Vennero i primi romanzi, da «La teda» a «Tibi e Tascia», poi «Noi lazzaroni», le traduzioni e infine il Campiello.
Eppure la Calabria rimase, una presenza costante nella sua memoria e nella sua scrittura. Nei suoi libri il Sud è il luogo del lavoro e della povertà, delle famiglie e delle partenze, degli uomini costretti a emigrare e delle donne che aspettano o partono a loro volta, dei giovani che cercano una strada diversa da quella che il paese sembra offrire loro. Strati quella necessità l’aveva conosciuta prima ancora di raccontarla come qualcosa di più della semplice ricerca di un luogo diverso in cui vivere, una perdita, certo, ma anche il tentativo ostinato di cercare altrove la possibilità di una vita diversa.
Anche la Svizzera, dove visse con Hildegard, entrò in questa geografia. Gli emigrati italiani erano quelli incontrati dall’altra parte del confine e la partenza non era più soltanto fuga, era anche perdita. Quando tornò in Italia e si stabilì a Scandicci, aveva già alle spalle una parte importante della sua vita, ma la letteratura avrebbe avuto con lui un rapporto meno generoso di quanto il successo lasciasse immaginare.
Il Campiello arrivò nel 1977 con «Il selvaggio di Santa Venere», il romanzo che lo impose definitivamente all’attenzione del grande pubblico. Poi il rapporto con la grande editoria finì, alcuni manoscritti rimasero nei cassetti, i libri trovarono sempre meno spazio. Tutta una vita, scritto nel 1991, sarebbe rimasto inedito fino al 2021, quando Rubbettino lo avrebbe pubblicato sette anni dopo la morte dello scrittore.
Nel 2009 Strati dovette chiedere la Legge Bacchelli. I soldi erano finiti e la vecchiaia rendeva difficile anche uscire di casa, ma aveva ancora migliaia di pagine inedite e continuava il diario iniziato nel 1956.
È da queste due prospettive, quella della memoria familiare e quella della lettura dei suoi libri, che si tornerà a guardare Strati venerdì 25 settembre a Palazzo Nicotera. Pina Comandè, sua nipote e autrice di «Prima di tutto un uomo», dialogherà con Attilio Sabato nell’ambito di «Parole erranti. Voci e visioni dalla Calabria», la tre giorni promossa dal Gruppo Corriere della Calabria che accosta le storie di Strati, Corrado Alvaro e Leonida Répaci. Ci sarà anche Domenico Stranieri, con un recital tra letture e canzoni, mentre Eugenio Attanasio proporrà un estratto di «Terra rossa», il film di Giorgio Molteni tratto da «La teda». E sullo schermo riapparirà Terrarossa, il paese dell’Aspromonte dove quattro muratori arrivano per costruire case popolari, uno dei luoghi attraverso cui Strati ha raccontato il lavoro, la povertà e il desiderio di cambiare vita. (redazione@corrierecal.it)
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