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il dramma dei testimoni di giustizia

Oltre il coraggio: la sofferenza silenziosa di Denise Cosco e dei testimoni di giustizia

Don Ennio Stamile raccoglie la denuncia di don Marcello Cozzi: «I testimoni di giustizia sono persone, non numeri. Serve un’antimafia di prossimità»

Pubblicato il: 14/09/2026 – 14:05
di Ennio Stamile
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La tragica scomparsa di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, ha riaperto una ferita profonda nel mondo dei testimoni di giustizia. Una comunità invisibile, fatta di donne e uomini che hanno pagato il prezzo più alto per aver scelto la via tortuosa della denuncia o della collaborazione: la perdita del proprio passato, del proprio nome e, spesso, della propria serenità. Ho rivolto alcune domande a Don Marcello Cozzi, profondo conoscitore delle dinamiche del servizio di protezione, con il quale condivido da diverso tempo percorsi di accompagnamento dei testimoni di giustizia, di formazione nelle scuole e nelle università, su temi riguardanti la prevenzione all’usura, legalità e conoscenza del fenomeno mafioso.

Don Marcello, la notizia della morte di Denise Cosco ha scosso profondamente l’opinione pubblica, ma ha colpito al cuore soprattutto la rete dei testimoni di giustizia. Che cosa lascia questo dramma in chi, come te, condivide da anni i loro passi?

Un senso di impotenza. Non voglio dire “un senso di fallimento” come dappertutto sto sentendo in questi giorni perché penso che il fallimento sia di quelle istituzioni preposte all’accompagnamento di queste persone, che avevano promesso loro un futuro migliore e diverso ma di fatto queste persone si sono ritrovate sole. Quante volte in questi anni mi sono sentito dire: “ci hanno spremuto come limoni e poi ci hanno abbandonato”. Questo non è certamente uno sparare a zero sulle istituzioni, capisco che la cosa è molto più complessa, che certi meccanismi sono talmente farraginosi che non dipendono dal funzionario di turno – e in questi anni ne ho conosciuti davvero tanti che ci mettono l’anima nello stare a fianco a queste persone – ma il fallimento penso stia appunto nel fatto che spesso quei meccanismi sono rimasti farraginosi e nonostante i tentativi che pure abbiamo dato per portare un nostro contributo sono rimasti tali. Qua sta quel senso di impotenza a cui facevo riferimento prima. Raccogli le confidenze di questi testimoni, le loro pene, le fatiche che fanno a vivere in quelle condizioni e senti che oltre a questo non puoi fare niente.

Nelle ore successive alla notizia, quali sono state le reazioni all’interno della comunità dei testimoni e dei collaboratori di giustizia, in particolare tra coloro che vivono sotto protezione e hanno dovuto cambiare identità?

Ti ringrazio perché tiri in ballo anche i collaboratori di giustizia. Queste due “categorie” infatti sono accomunate dalle stesse condizioni di disagio, ma di solito dei collaboratori non se ne parla quasi come se in fondo per quello che hanno commesso a loro non spetti lamentarsi. Devo dirti che loro lo sanno bene, che molti di loro vivono in silenzio alcune situazioni di disagio derivanti dal programma di protezione come se dovessero continuare a scontare la colpa, aggiungo però che anche quando fra non pochi fra di loro – come per i testimoni – sento dire “chi me lo ha fatto fare” allora percepisco con preoccupazione che siamo davanti ad una specie di “bomba ad orologeria”. Non entro in tanti dettagli che differenziano certamente le condizioni dei programmi che vivono i testimoni da un lato e i collaboratori dall’altro, e neanche nelle conseguenze psicologiche in modo particolare dei collaboratori, voglio solo dire che a volte ho l’impressione che in questo Paese non si voglia più investire né politicamente né culturalmente sull’istituto della “collaborazione della giustizia”. Oltre a costituire uno schiaffo alla memoria di Giovanni Falcone che fu il padre della legge che istituiva i collaboratori, questo rappresenta una pericolosa minaccia alla lotta alla mafia considerando i tanti risultati che invece si sono ottenuti in questi anni grazie alla collaborazione di tanti ex mafiosi. Per dirti la complessità e la gravità di questo argomento fra i tanti messaggi che mi sono arrivati in questi giorni alla notizia della morte di Denise ti cito quello di un siciliano: “quando lo Stato ci abbandona finisce così per i più deboli… Io ho fatto i miei sbagli ma mi chiedo se si voglia davvero sradicare la mafia… L’Italia è solo il Paese delle commemorazioni, per il resto tutti nel dimenticatoio

Cambiare nome, recidere i legami con la propria terra, inventare una storia da raccontare ai vicini di casa per non tradirsi. Che cosa significa, psicologicamente, vivere con una nuova identità?

Un dramma senza fine. Non ho altre parole. Anche qui non voglio generalizzare, ma devo dire che anche quei testimoni e collaboratori che pian piano hanno ricostruito una vita lo hanno fatto dopo tante difficoltà e per puro senso di sopravvivenza. Non hai alternative. Chi è debole vive davvero un dramma. Come fai a dire al tuo bambino che a scuola deve dire che ha un altro nome e non quello vero? E come fai a dirgli che è preferibile non farsi mai fotografare nelle feste di compleanno per evitare che la foto circoli nei social? E quando poi vai dal pediatra e ti chiede la storia sanitaria di tuo figlio quali scuse trovare per non fargli capire da dove vieni? E se poi tuo figlio vuole iscriversi all’università all’estero perché si è inserito in un suo cammino di vita e ti viene detto che non può farlo ma se lo fa non solo esce dal programma di protezione (ed è giusto così) ma non potrà sapere dove vivono i genitori che nel frattempo per questo motivo dovranno anche cambiare nuovamente località? E quando invece tua figlia di quindici anni ha difficoltà ad adattarsi alla nuova vita perché ha lasciato le sue amiche e il suo fidanzatino, e te la ritrovi di notte sul davanzale della finestra intenzionata a buttarsi giù se non ritiri la denuncia che ha mandato in galera i mafiosi, cosa fai? È evidente che sto parlando di fatti reali con i quali ho avuto a che fare in questi anni e ti assicuro che questo stare a fianco a queste persone è come stare sulle montagne russe. Per non parlare dei collaboratori e soprattutto di quelli che hanno dovuto recidere anche legami familiari.. Uno di loro una volta mi ha detto senza mezzi termini: “lo stato mi da un contributo per stare qui senza essere nessuno e fare niente. Perché non mi fanno fare almeno piccoli lavoretti o anche volontariato? Almeno non mi sentirei in colpa non solo per quello che ho fatto ma anche per questi soldi che mi danno”.

Molti testimoni lamentano spesso una sensazione di abbandono da parte delle istituzioni, una volta che i riflettori dei grandi processi si spengono. È davvero così?

Purtroppo, quasi sempre è così. Quando ci si trova dinanzi a quelle situazioni al limite che poco fa ho accennato si è davvero soli. Quando chiedono un aiuto, come per esempio un sostegno psicologico si avvia un iter burocratico davvero complesso e lungo. Anche qui capisco la delicatezza dell’argomento e delle persone in questione, ma le fragilità, le debolezze, le solitudini hanno dei tempi che non coincidono con quelli di certa burocrazia anche legittima. Devo dire con piacere e senso di gratitudine che spesso in quelle situazioni di abbandono non pochi testimoni alzano la cornetta del telefono e trovano una forma di incoraggiamento negli stessi magistrati che li avevano seguiti e accompagnati. Ma noi capiamo bene che ai magistrati e agli stessi rappresentanti delle forze dell’ordine non possiamo chiedere di fare anche questo, non possiamo chiedere cioè di colmare vuoti che non dipendono da loro.

In memoria di Lea e ora anche di Denise, quale appello vorresti lanciare affinché il sacrificio di queste donne non venga depotenziato dall’indifferenza?

I testimoni, e ancora una volta mi permetto di aggiungere i collaboratori, sono prima di tutto persone. Non sono pratiche, numeri, casi giudiziari, bandiere. Sono persone che convivono con enormi sensi di colpa verso sé stessi e verso le proprie famiglie frantumate. La loro vita va oltre la vicenda giudiziaria e non finisce con i processi o con l’uscita dal programma di protezione, momento in cui spesso si ritrovano nel nulla. Coloro che hanno responsabilità politiche non devono solo commuoversi oggi per Denise, ma impegnarsi a costruire percorsi reali di accompagnamento per le tante “Denise” che in tutta Italia vivono in solitudine. Se vogliamo che l’antimafia, non solo quella giudiziaria ma anche quella sociale, sia davvero efficace, dobbiamo trasformarla in un’antimafia di prossimità, o saremo sempre perdenti. (redazione@corrierecal.it)

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