“Occhi”, motori e container frigo: così il clan Alvaro pianificava i narco-traffici dal Brasile a Gioia Tauro
La ricerca del nascondiglio perfetto e le tecniche dei portuali. La regia dal carcere, la trattativa coi serbi e la “squadra di fiducia”. Il blitz in Brasile e il sequestro
REGGIO CALABRIA Cavità strategiche ricavate nella struttura delle navi cargo – i cosiddetti “occhi” -, vani motore, container frigo adibiti al trasporto di carne congelata o partite di merci “in transito” dotate di falso sigillo per evitare le ispezione veterinarie. Era una vera e propria ingegneria dell’occultamento quella messa in piedi dalla cosca Alvaro per far viaggiare la cocaina dal Sudamerica alla Calabria. È questo il modus operandi altamente specializzato che emerge tra le pagine dell’ordinanza emessa dal gip di Reggio Calabria su richiesta della Dda: un sistema collaudato che puntava a trasformare lo scalo portuale di Gioia Tauro nel punto d’approdo sicuro per quintali di droga gestiti in sinergia con i cartelli internazionali.
La ricerca del nascondiglio perfetto e le tecniche dei portuali
Dalle ricostruzioni degli investigatori, la mappa dei nascondigli a bordo dei cargo emerge nitidamente fin dai primi dialoghi intercettati sulla piattaforma criptata Sky Ecc il 14 novembre 2020. Vincenzo Sainato contattava Francesco Alvaro per sollecitare la sua “squadra di portuali” di fiducia e ricevere istruzioni dettagliate su come stivare la droga prima dell’imbarco dal porto brasiliano di Santos. L’inchiesta evidenzia lo scontro tecnico tra le preferenze dei fornitori sudamericani e le raccomandazioni tattiche dei portuali intranei al clan – Filippo Gallo e Antonio Reitano. Se dai penitenziari dove erano reclusi i vertici della rete arrivava l’indicazione che i narcos in Brasile spingevano per i container frigo («Hanno la mano per metterla facile nella carne perciò insistono così»), la squadra di Gioia Tauro sconsigliava vivamente questa soluzione a causa dell’alto tasso di controlli allo sbarco («173 rifer in ispezione», «X che amico mio vedi che cm arrivano i rifer vanno in ispezione»).
Gallo e Reitano suggerivano invece di sfruttare le nicchie strutturali della nave o di nascondere la sostanza in borse facilmente accessibili: «Nei rifer se nn metti nell’occhio al 99% la trovano», precisando l’ulteriore escamotage per ingannare gli scanner e le verifiche sanitarie sulla merce in arrivo. Il container doveva transitare come carico non finale («Compare se e finale gioia va il medico ma se e transito non va») e arrivare con il bollino di sdoganamento alla partenza («se un container non arriva rosso nel senso che appena arriva non lo prende la finanz… certo in quel modo lo prendiamo noi e lo facciamo prima che va allo scanner»). Per chiudere il cerchio, la squadra chiedeva persino la fornitura di un sigillo duplicato: «Se lo apriamo a bordo dobbiamo rimettere il sigillo in modo che quando scente non vedono il sigillo rotto e scattano i controlli».
La regia dal carcere, la trattativa coi serbi e la “squadra di fiducia”
L’inchiesta della Dda dimostra come la pianificazione logistica viaggiasse di pari passo con un’articolata regia. L’acquisto della cocaina faceva capo a fornitori di origine serba incontrati in passato da Francesco Alvaro durante la detenzione domiciliare a Roma. La gestione economica dell’affare e la percentuale da riconoscere alla squadra per l’esfiltrazione venivano dettate direttamente dal capoclan Vincenzo Alvaro che, dalla cella del carcere di Siracusa condivisa con Francesco Riitano, interagiva con l’alias “Nico”. Attraverso un solo cellulare criptato condiviso tra i detenuti, arrivavano le disposizioni per fissare i costi delle operazioni in banchina attorno al 20-25%. Un’operatività resa possibile dall’assoluta fedeltà degli uomini nello scalo calabrese, rivendicata da Reitano («Compare voi vedete se mandano che tra noi di famiglia tutto ciò che si fa e per entrambi lo sapete noi e voi siamo la stessa cosa da sempre e per sempre») e confermata da Alvaro («No amico questa è la squadra sono testati tranquillo.. hanno già lavorato per noi»).
Il blitz in Brasile e il sequestro da 298 chili
Nonostante l’estrema accuratezza delle modalità di trasporto, l’operazione pianificata crolla a un passo dalla partenza. Un contatto registrato con il nickname “Zidane” avvisava gli indagati che il carico era stato intercettato dalle autorità sudamericane prima dell’imbarco: «E caduto il lavoro porca puttana… dopo 3 ore che lo detto a lui mi anno chiamato che lavori la preso la legge».
Dalle chat emerge lo sconcerto tra i membri del gruppo e il concitato passaggio di informazioni fino alla cella di Siracusa: «Mo devo vedere come dirlo qua mah», si legge nei messaggi inviati prima di inoltrare direttamente le foto dei quotidiani brasiliani che riportavano la notizia del blitz. I 233 chili di cocaina pura previsti dal clan sono risultati pari a 298 chili lordi negli atti di sequestro, per via del peso degli imballaggi («Peso lordo Cellofan imballaggi Erano grossi i pakk»). Ed è proprio Filippo Gallo, appresa la notizia del fermo della merce allo scanner, a ribadire come il fallimento fosse dovuto all’inosservanza delle loro precise regole di occultamento: «Te l’ho detto Si dv puntare nel secco». (m.r.)
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