La ’ndrangheta, la cocaina e il porto di Livorno: una rotta lunga nove tonnellate
Dai 53 chili sequestrati nei giorni scorsi ai maxi-carichi degli ultimi anni: 8.703 chili di droga intercettati dal 2014 ad aprile 2025. L’uso dello scalo da parte di gruppi calabresi e stranieri
Un container di frutta arrivato dal Perù, 45 panetti nascosti nel vano motore, 53 chili di cocaina purissima. È il carico intercettato lo scorso 7 settembre nel porto di Livorno da Guardia di finanza e Agenzia delle Dogane. Un sequestro da circa 20 milioni di euro sul mercato, arrivato a pochi giorni da un altro recupero: 65 chili di cocaina nascosti in un container di banane. Due episodi ravvicinati che riportano al centro dell’attenzione uno dei principali snodi italiani delle rotte della cocaina sudamericana.
Il dato, però, non è soltanto quello degli ultimi giorni. Dietro i sequestri c’è una storia giudiziaria che racconta come il porto livornese sia diventato, negli anni, una delle porte attraverso cui i grandi traffici di stupefacenti hanno cercato di entrare nel mercato italiano ed europeo. E dentro questa storia compare più volte anche la ’ndrangheta.
Non significa che i 53 chili sequestrati nei giorni scorsi siano riconducibili alle cosche calabresi: al momento non è stato comunicato un collegamento di questo tipo. Il punto è un altro. Le inchieste hanno documentato che organizzazioni riconducibili alla ’ndrangheta hanno utilizzato Livorno come piattaforma logistica per l’importazione della cocaina dal Sud America.


Quasi nove tonnellate in poco più di dieci anni
A fotografare la dimensione del fenomeno è il rapporto IRPET sull’illegalità e la criminalità in Toscana. I dati elaborati dall’istituto indicano che dal 2014 all’aprile 2025 nel porto di Livorno sono stati sequestrati 8.703 chili di cocaina, quasi nove tonnellate.
La serie è segnata da due picchi. Nel 2020 furono sequestrati 3.371 chili, soprattutto per effetto del maxi-carico di oltre tre tonnellate. Nei primi quattro mesi del 2025 sono stati già intercettati 2.000 chili, grazie soprattutto al sequestro di aprile di oltre due tonnellate. Nel 2019 i chili sequestrati erano stati 1.113; 541 nel 2023 e 314 nel 2024.
Sono numeri che vanno letti con cautela: i sequestri non coincidono con il traffico effettivamente transitato. Rappresentano però un indicatore della centralità assunta dallo scalo nelle rotte del narcotraffico.
Lo stesso rapporto cita una definizione del procuratore generale di Firenze Marcello Viola, secondo cui Livorno è diventato una «alternativa privilegiata, di sempre crescente importanza» rispetto a porti come Gioia Tauro e Genova per l’importazione di stupefacenti dal Sud America, soprattutto cocaina.
E proprio il confronto con Gioia Tauro è significativo. La centralità del porto calabrese non è venuta meno, tutt’altro: i quantitativi sequestrati lì sono enormemente superiori. Ma per le organizzazioni criminali il sistema non è necessariamente fondato sulla scelta di un unico approdo. Le rotte possono cambiare, i porti possono diventare alternativi, i carichi possono essere spostati lungo una rete internazionale.
Quando le cosche hanno guardato a Livorno
Uno dei casi più chiari risale all’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Firenze sfociata nel 2021 in 14 misure cautelari e nel sequestro complessivo di 452 chili di cocaina.
Gli investigatori della Squadra mobile di Firenze e di Livorno avevano iniziato a seguire, già nei primi mesi del 2019, la presenza a Livorno di esponenti di vertice di ’ndrine calabresi e i loro contatti con persone collegate al porto. Secondo la ricostruzione investigativa, alcuni sequestri effettuati a Gioia Tauro avevano spinto le cosche a reindirizzare i traffici verso altri scali, tra cui proprio Livorno e Vado Ligure.
Il gruppo ricostruito dagli investigatori aveva una dimensione internazionale: due broker calabresi, contatti in Sud America e in Olanda, soggetti operativi sul territorio nazionale e persone incaricate di entrare in rapporto con le realtà locali di arrivo e di distribuire successivamente la droga.
Ma c’era anche un elemento che rende quell’indagine particolarmente importante per capire la vulnerabilità di uno scalo commerciale: la presenza di persone che lavoravano all’interno dell’area portuale.

Secondo gli investigatori, alcuni dipendenti di una compagnia portuale livornese sarebbero stati coinvolti nelle attività preparatorie e nelle operazioni materiali necessarie al recupero della droga, mentre altri soggetti garantivano il supporto logistico. Un broker aveva il compito di fare da raccordo tra gli esponenti delle ’ndrine e gli altri componenti della rete.
Nel novembre 2019 arrivò il carico che diede il riscontro più importante all’indagine: 430 chili di cocaina nascosti all’interno di colli di legname. Altri 22 chili furono poi sequestrati a Vado Ligure, portando il totale dell’operazione a 452 chili.
È uno dei casi che spiegano meglio perché parlare soltanto di «porto della droga» sia riduttivo. Il valore dello scalo, per un’organizzazione criminale, non è soltanto nella banchina dove arriva una nave. È nella possibilità di sfruttare una catena logistica complessa, inserirsi nei passaggi meno visibili e individuare persone capaci di facilitare il recupero del container.
Dai Molè alla collaborazione con gli albanesi
Il capitolo più recente e più esplicito sul rapporto tra ’ndrangheta e porto di Livorno arriva dall’inchiesta della Dda di Firenze che ha avuto tra i suoi protagonisti anche Errico D’Ambrosio, collaboratore di giustizia già legato alla cosca Molè.
Le sue dichiarazioni sono confluite nel procedimento che ha ricostruito un sistema internazionale di importazione della cocaina e hanno consentito agli investigatori di approfondire il ruolo di soggetti calabresi e albanesi nei recuperi della droga arrivata nello scalo toscano.
La caratteristica più interessante è proprio la composizione della rete. Non una filiera rigidamente affidata a un’unica organizzazione, ma una cooperazione tra gruppi con competenze diverse: la ’ndrangheta per i collegamenti, i capitali e l’approvvigionamento; altri gruppi criminali per alcune fasi operative, compreso il recupero dei container.
L’inchiesta ha contestato ad alcuni indagati anche l’aggravante dell’agevolazione della ’ndrangheta e ha ricostruito importazioni di cocaina proveniente dall’Ecuador e dalla Colombia. Il porto di Livorno emergeva come punto di passaggio dei carichi destinati poi ad altri mercati.
È un modello coerente con la trasformazione del narcotraffico internazionale: le organizzazioni criminali tendono a specializzarsi e a mettere in comune competenze, contatti e infrastrutture, senza che questo comporti necessariamente una fusione tra gruppi.
I numeri raccontano una continuità
Il maxi-sequestro del 2019 non è rimasto un episodio isolato. Nel 2020 furono sequestrate circa 3,3 tonnellate di cocaina nello scalo livornese. La Procura generale di Firenze ha poi ricordato, nella propria relazione, che nel solo biennio 2022-2023 furono effettuati 14 sequestri per complessivi 2.457,676 chili di cocaina nel porto.
Nel febbraio 2024 furono sequestrati 55 chili di cocaina proveniente dal Sud America e tre cittadini albanesi furono arrestati mentre, secondo l’accusa, stavano recuperando i panetti da un container. In quell’occasione il comandante provinciale della Guardia di finanza di Livorno parlò della probabile presenza della ’ndrangheta dietro il traffico: un elemento investigativo da distinguere, naturalmente, da un accertamento giudiziario definitivo.

Poi il 2025 ha segnato una nuova accelerazione. A gennaio furono sequestrati 217 chili nascosti in un container di legname proveniente dal Cile e diretto in Calabria.
Ad aprile arrivò il carico più impressionante degli ultimi anni: oltre due tonnellate, circa 1.800 panetti, occultati in un container contenente polvere di cacao proveniente da Guayaquil, in Ecuador. L’operazione fu coordinata dalla Dda di Firenze e dalla Procura di Livorno.
Nel novembre dello stesso anno, un’inchiesta della Dda di Milano aggiunse un altro tassello: secondo gli investigatori, una rete riconducibile alla ’ndrangheta della Locride avrebbe utilizzato, insieme ad altri scali europei e italiani, anche Livorno per far arrivare la cocaina dal Sud America verso la Lombardia. L’indagine portò a 28 misure cautelari e ricostruì traffici per oltre tre tonnellate e mezzo.
Il porto come infrastruttura criminale
È proprio questa successione a spiegare l’interesse della ’ndrangheta. Il rapporto dell’Osservatorio regionale della legalità della Toscana, presentato nel giugno 2025, definisce Livorno uno «snodo strategico» dei traffici illeciti a livello internazionale. Nel documento vengono indicati gruppi riconducibili alla camorra, alla ’ndrangheta, a clan siciliani e ad altre organizzazioni, oltre alla presenza di gruppi stranieri, in particolare albanesi. Il rapporto segnala inoltre i collegamenti dello scalo con i porti del Centro e Sud America e con Genova e Gioia Tauro.
È una fotografia che aiuta a leggere anche le modalità dei sequestri.
Legname, cacao, frutta, banane, derrate alimentari: la cocaina viaggia dentro merci legittime e catene commerciali perfettamente legali. I trafficanti cercano di confondere il carico criminale nella massa dei traffici internazionali. Gli investigatori rispondono con l’analisi dei rischi, gli scanner, i controlli mirati e l’attività sul campo.
Il sequestro di ieri è esattamente dentro questa dinamica: un container di frutta proveniente dal Perù, selezionato sulla base di elementi di rischio, sottoposto a scansione e poi smontato fino a raggiungere il vano nel quale erano stati nascosti i 45 panetti.
La rotta non si è fermata
C’è dunque un filo che unisce il carico di ieri alle grandi operazioni degli anni passati, pur senza stabilire automaticamente un’identità tra tutti i gruppi criminali coinvolti.
Livorno è una porta d’ingresso. Lo dicono i quantitativi sequestrati, lo confermano i rapporti istituzionali e lo dimostrano le indagini giudiziarie che, in casi diversi, hanno documentato il coinvolgimento di organizzazioni riconducibili alla ’ndrangheta.
Il dato forse più significativo è proprio la capacità di adattamento delle rotte. Quando aumentano i controlli in uno scalo, il traffico cerca alternative. Quando un’organizzazione viene colpita, altre reti possono prendere il suo posto. E quando la droga arriva, non è detto che il mercato finale sia quello toscano: Livorno può essere soltanto una tappa verso la Lombardia, il Nord Italia o altri Paesi europei.
I 53 chili sequestrati il 7 settembre non sono quindi soltanto l’ennesimo bilancio di un’operazione antidroga. Sono l’ultimo tassello, per ora, di una storia che dura da anni. Una storia nella quale il porto di Livorno è diventato sempre più importante nella geografia europea della cocaina e nella quale la ’ndrangheta, insieme ad altre organizzazioni criminali, ha dimostrato di saper utilizzare le infrastrutture della grande economia legale per muovere una delle merci più redditizie del mercato criminale. (f.v.)
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