«Le donne devono essere amate». Leonida Repaci raccontato dal nipote
A “Parole erranti” il ricordo privato nelle parole di Roberto Repaci. Gli amori, Albertina, la politica, l’arresto e la Pietrosa. Poi l’omaggio a Francesco Cilea
LAMEZIA TERME È nel segno di Leonida Repaci, della sua vita inquieta, dei suoi amori e del suo rapporto tormentato con la Calabria, la seconda serata di «Parole erranti. Voci e visioni dalla Calabria», la rassegna promossa dal Corriere della Calabria a Lamezia Terme. Nel suggestivo cortile monumentale di Palazzo Nicotera, il pubblico ha incontrato il volto più intimo e meno conosciuto di uno dei grandi protagonisti della letteratura calabrese, attraverso le pagine dei suoi libri e soprattutto i ricordi del nipote Roberto Repaci. Dopo il primo appuntamento dedicato a Saverio Strati e all’eredità dello scrittore riletta dalla comunità di Sant’Agata del Bianco, «Parole erranti» ha scelto un altro gigante della cultura calabrese. Leonida Repaci, nato a Palmi nel 1898, è riemerso così dalle pagine della letteratura per tornare uomo, con le sue passioni, le contraddizioni, gli amori, l’impegno politico e quel legame mai semplice con la sua città.



Una vita inquieta, una Calabria sempre presente
Prolifico nella scrittura e profondo nei pensieri, descriverlo, o ancor peggio “catalogarlo”, è cimento assai difficile. Visse con l’inquietudine propria dei grandi e con una bramosia di vita e di amori che non lo abbandonò mai. Per Repaci, come era accaduto con Strati, il racconto scelto dal Corriere della Calabria ha seguito un doppio registro. C’è stato – ed era doveroso – l’approfondimento della personalità e del percorso letterario, affidato a Santino Salerno con il suo libro «A Leonida Repaci, dediche dal ’900». E poi, emozionante, coinvolgente e a tratti divertente, il ricordo più intimo, personale, familiare e poco conosciuto dello scrittore, affidato alle parole del nipote Roberto Repaci.
«Non c’è nemmeno una palla»
«Il mio rapporto con lui, sin da bambino, è stato sempre stretto. Ricordo il primo simpatico soprannome che mi diede». Roberto Repaci comincia da un ricordo semplice, quasi infantile, capace però di restituire immediatamente la personalità dello zio. «Aveva una bellissima casa a Roma, in via del Babuino. Ci andai con mia mamma che, dopo un po’, mi chiese: “Ti piace la casa dello zio Leonida?”. Risposi di sì, ma aggiunsi che non c’era neppure una palla con cui giocare. Il giorno dopo zio me la comprò, ma per anni cambiò il mio nome da Roberto a “non c’è nemmeno una palla”». Il racconto continua sul filo dei ricordi e delle emozioni. «Era una persona decisamente particolare, ti metteva in soggezione».
«Le donne devono essere amate»
Sollecitato dalle domande di Arcangelo Badolati, Repaci svela i dettagli di quelle conversazioni con uno zio tanto ingombrante quanto affascinante. «Per la verità, il più delle volte parlavamo di donne. Io ero un po’ donnaiolo, lui non ne parliamo. Mi ha dato grandi insegnamenti. Lui aveva una grande stima delle donne e ripeteva sempre, le donne devono essere amate». È forse questo uno dei tratti più sorprendenti del ritratto privato di Leonida Repaci restituito dal nipote: l’idea dell’amore come esperienza totalizzante, non necessariamente destinata a durare, ma da vivere con intensità.
«Lanterne Rosse» e gli amori senza tempo
Il racconto di Roberto Repaci sullo zio, donnaiolo impenitente, prosegue citando una delle opere meno conosciute dello scrittore palmese, «Lanterne Rosse a Monte Venere». Nel testo, la storia singolare di un paese svuotato dai maschi, partiti per cercare fortuna o andati in guerra, e delle donne che esponevano sull’uscio di casa lanterne rosse, segnali della disponibilità ad accogliere gli uomini. Ma nel testo, sottolinea Repaci, non c’è mai la visione di un amore “mercenario”. Quelle donne accoglievano gli uomini con il fervore della moglie che ritrova il marito lontano. Non incontri fuggevoli e aridi, ma episodi d’amore stupendi e non scontati. Continuando sul filo del racconto, Roberto Repaci richiama alla memoria le parole non scritte, ma dette a lui dallo zio. «Diceva che le donne vanno amate, ma che l’amore può durare anche un giorno. Si può vivere una bellissima e brevissima storia d’amore».
Albertina, l’amore che tornava sempre
«Lui – aggiunge Roberto Repaci – era convinto di poter tradire la zia, ma aveva con lei un rapporto profondissimo. E zia Albertina ha anche scritto un bellissimo libro su questa relazione, “L’amore difficile”». Tornava sempre da lei, pur avendo avuto storie con donne importanti come Anna Magnani. D’altro canto, la vitalità dello zio Leonida era così forte da essere incontenibile. Un uomo capace di vivere gli amori senza rinunciare a quello che considerava il legame fondamentale. Una contraddizione solo apparente, dentro una personalità che delle contraddizioni aveva fatto una parte della propria cifra umana.
Quando Repaci salì sul palco e conquistò la piazza
Roberto Repaci prosegue con gli aneddoti e i ricordi. «Una sera, siamo negli anni Ottanta, era a casa mia a Gioia Tauro. Dopo cena siamo usciti perché in piazza c’era una manifestazione organizzata dal Comune. Per strada incontrammo il sindaco di allora, Nino Pedà, che poco dopo, di sua iniziativa, dal palco della manifestazione invitò zio Leonida a fare un saluto». Repaci era sensibile alla riconoscenza. Salì sul palco e il saluto si trasformò in altro. «Iniziò a parlare, tenne il pubblico nel pugno, raccontò di viaggi, esperienze, narrò la sua vita e la serata finì senza che facessero altro». Il seguito dell’aneddoto dice molto di chi fosse Repaci. «Per farsi perdonare – racconta Roberto – zio, che aveva un appartamento a Gioia Tauro, lo donò al Comune. Mi fece la delega, andai dal notaio e formalizzammo la donazione, con la sua costante idea di farne una biblioteca, un centro culturale». Poi aggiunge, con un sorriso: «Aveva di questi atteggiamenti, gli piaceva che gli altri lo cercassero».
La politica e l’idea del socialismo
Il ricordo di Roberto e del legame di Repaci con Palmi torna indietro nel tempo, fino al 1948, quando lo scrittore si presentò alle elezioni per il Senato nelle liste del Partito Comunista. Non fu eletto e poi abbandonò definitivamente la vita politica. «Un peccato perché sarebbe stato un grande politico, un po’ come Mancini, con cui lui aveva un grande legame. Zio Leonida era un socialista puro. E qualche volta lui mi diceva che il socialismo è come la religione di Cristo».
L’arresto e quella pagina dolorosa
Il racconto si fa più duro quando Roberto rievoca una delle vicende che maggiormente segnarono lo scrittore. Nell’agosto del 1925 Repaci venne infatti arrestato a Palmi come presunto assassino di Rocco Gerocarni, gerarca fascista del luogo, durante la festa della Varia. Nel processo che si tenne in Corte d’Assise a Catanzaro fu assolto dopo sette mesi di carcere per insufficienza di prove. Con lui furono scagionati anche i fratelli Francesco, Gaetano e Giuseppe e i cognati Mancuso e Parisi. «Quello è stato un momento difficile della sua vita, lo ha segnato. Loro, i Repaci, erano tutti innocenti, li hanno arrestati tutti ed era chiaro che c’era un complotto contro di loro». «La madre cercò a tutti i costi di tirarli fuori dal carcere. Intervenne un suo fratello che faceva il pediatra e curava i figli del fratello di Benito Mussolini. Mussolini era anche amico di Mariano Repaci, erano stati insieme tra i fondatori del Partito Socialista. Quindi Benito Mussolini sapeva benissimo chi era Leonida Repaci». Roberto aggiunge: «È chiaro che ci fu un intervento, ma cosa dovevano fare, avendo figli e nipoti in carcere da innocenti? Lui doveva sposarsi, si frequentava con Albertina. Ma quell’episodio fu una pagina complicata, con Gramsci che gli si rivoltò contro». Qualche settimana dopo la sua liberazione, Repaci si dimise dal PCI.
La Pietrosa, il luogo dell’anima
Il racconto torna di nuovo a Palmi e a quello che Roberto considera il luogo dell’anima dello zio Leonida. «La Pietrosa è un luogo particolare. Non so cosa ha, anche ora quando ci vado e oltrepasso il cancello sento un’atmosfera diversa. La magia dello zio Leonida è ancora là». È forse il passaggio nel quale il racconto familiare incontra più direttamente il paesaggio e la memoria. La Pietrosa diventa così qualcosa di più di un luogo, uno spazio nel quale, secondo Roberto, la presenza dello scrittore sembra essere ancora percepibile.
Il peso di un cognome importante
Infine, il peso del cognome Repaci. «È sempre stato importante. Io mi sono laureato nel ’65, a ottobre, e lo zio mi fece fare subito, tramite un suo amico, un corso di specializzazione per dirigenti d’azienda. Trovai subito lavoro alla Xerox». Poi un episodio che racconta quanto potesse contare quel cognome. «Mi occupavo anche di sollecitare i pagamenti da parte delle aziende. Una volta andai a Viareggio perché l’ospedale aveva un grosso debito con la mia azienda. Incontrai il segretario che, al sentire il nome Repaci, mi chiese di dove fossi. Saputo che Leonida era mio zio, oltre alle feste che mi fece, saldò subito il debito». E ancora: «Ma potrei dire di molte vicende dove il mio cognome e la fama di zio hanno avuto un peso». Il racconto di Roberto passa poi da Capri, dove un incontro casuale riporta ancora una volta alla figura dello zio e lex vicesindaco di Napoli, un grande estimatore di Repaci. «Lo aveva conosciuto in un contesto nel quale c’era anche Giacomo Mancini. Per tramite di zio diventa amico di Mancini, che poi fa realizzare da ministro l’acquedotto da Napoli a Capri».
«Avere questo cognome è stato un orgoglio»
Tanti gli episodi restituiti da Roberto, capaci di alternare memoria, affetto e ironia «Il nome di zio e il cognome Repaci portano bene. Per me avere questo cognome è stato un orgoglio, una responsabilità, essere uomo di sinistra». E via con l’ultimo ricordo: «Zio Leonida chiamava il marito di mia sorella Cettina, Ben, perché non voleva pronunciare il nome Benito».
Cilea e Repaci, due storie che tornano a Palmi
La seconda serata di «Parole erranti» si è chiusa con un omaggio di Beatrice Zoccali al musicista e compositore palmese Francesco Cilea. Non solo brani musicali, ma anche il racconto da parte di un’interprete che ha dedicato la sua vita alla scoperta, all’approfondimento e alla divulgazione di Cilea. Una chiusura, d’altro canto, inevitabile. I percorsi di Repaci e Cilea si incrociano, da vivi entrambi prima, poi nel 1962, quando le spoglie di Cilea furono trasferite da Varazze a Palmi. Repaci fu protagonista della commemorazione ufficiale. «Il Maestro – disse Repaci – è ritornato a Palmi coi fari accesi, ed è bastata la coltre gialla della luce stesa sulla sua bara ad accendere i fari di duemila macchine andate ad incontrarla a Rosarno». La città, insomma, si era mossa per accogliere Cilea. E chissà se, con quelle parole, Repaci non vaticinasse anche per sé un abbraccio e una riconoscenza simili da parte di Palmi. (redazione@corrierecal.it)


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