«Una volta le cose tornavano indietro»: Costa e la ’ndrangheta dei favori
Da Gioia Tauro a Rosarno fino a Melicucco: nelle intercettazioni la rete dei rapporti tra Piromalli, Pesce e Costa
REGGIO CALABRIA Gioia Tauro, Rosarno, Melicucco passando da Limbadi. La rete passa da qui. Nelle intercettazioni dell’inchiesta sui Costa, le strade delle diverse ’ndrine si incrociano continuamente: si chiedono favori, si scambiano informazioni, si cercano persone capaci di intervenire. Piromalli, Pesce e Costa: territori diversi, ma un riconoscimento reciproco del potere e dei ruoli. Una rete di relazioni che, secondo gli investigatori, avrebbe permesso ai Costa di contare su contatti e appoggi anche al di fuori di Melicucco.
L’ordinanza di custodia cautelare del gip di Reggio Calabria Claudio Treglia, che nei giorni scorsi ha portato a 12 arresti, restituisce la fotografia della ‘ndrina Costa capace di muoversi dentro una rete di rapporti criminali costruiti e consolidati nel tempo. Secondo i magistrati della Dda di Reggio Calabria, i vertici del sodalizio avrebbero coltivato per decenni relazioni con alcune delle principali famiglie della ’ndrangheta: i Piromalli di Gioia Tauro, i Bellocco e i Pesce di Rosarno, ed ancora i Mancuso di Limbadi.
Il lavoro di un giovane parente dei Costa, per esempio, passa da Antonio Zito, «u Palisi», indicato dalla Dda come luogotenente di Giuseppe Piromalli, «Facciazza», il boss che dopo oltre vent’anni di carcere duro era stato liberato nel 2021. Rosario Costa gli porta il curriculum. «Sapete per cosa sono venuto a trovarvi? Per quel nipote mio che sembra che lo prendo in giro». Zito risponde: «Prendilo, prendilo». Costa torna poi a parlare del ragazzo e del nuovo centro Amazon. «Era meglio ancora». E rassicura il giovane: «Mi ha detto: “state tranquillo, statevene tranquillo!… passeranno un paio di giorni”». Il posto, alla fine, non arriverà. Ma per gli investigatori il passaggio è significativo: Costa sa a chi rivolgersi e Zito accetta di attivarsi. La stessa trama emerge nei rapporti con Martino Taverna, di Gioia Tauro. Nel novembre 2022, nella struttura di Costa, Taverna racconta dettagli sulle dinamiche interne ai Piromalli dopo il ritorno del boss Giuseppe «Facciazza». «Tutto vecchio sempre, c’è quello che va in giro come un animale». E ancora: «Ha un cervello, quando parla si ricorda tutte le cose, tutto».
Il quadriciclo e la mappa delle cosche
Il 1° febbraio 2023, davanti a una scuola di Gioia Tauro, spariscono due quadricicli Aixam. Sono di due adolescenti legati ai Piromalli: uno è figlio di un esponente di spicco del clan, detenuto; l’altro è nipote di un parente acquisito del boss. Per i carabinieri è un furto «ai danni di soggetti gravitanti nell’alveo» della cosca. E diventa un test: chi può far restituire un bene rubato, dove i ladri, scrive l’ordinanza, devono essere «parimenti autorizzati dalle cosche»? Il padre di uno dei due ragazzi chiama Taverna. Taverna contatta un commerciante di Rosarno, fratello di un uomo condannato nel 1994 come partecipe della cosca Pesce e, per l’indagine “Blu Notte”, ancora vicino al clan. Le telefonate sono criptiche («ti do un paio di cassette di arance»). Per gli inquirenti servono a risalire al ladro. Da Rosarno rispondono che i mezzi non sono lì e rimandano a Melicucco. La mattina del 2 febbraio Taverna si presenta con il padre del ragazzo da Rosario Costa. Per i carabinieri è la prova che gli riconoscono l’«autorità mafiosa» per cercare nel suo territorio. Costa si mette subito a disposizione: «Domandiamo dappertutto… e ci mancherebbe».
«Una volta arrivava un amico»
Ma il potere che Costa descrive è in declino. «Il problema è che stanno cambiando le cose, che fanno la negativa. Una volta invece arrivava un amico e le cose tornavano indietro». E ancora: «Nei paesi chi ci sta? Se sono tutti carcerati, dimmi tu, a chi vai a trovare?». Il padre del ragazzo rimpiange il boss Francesco Pesce, detto «Ciccio Testuni», oggi detenuto: «Se c’era Ciccio, di queste cose non succedeva niente». Costa sa come muoversi. In auto con i figli Pasquale e Salvatore avverte che a Rosarno non conviene bussare per un quadriciclo: «Le persone rovinate, con tanti anni di carcere alle spalle, se ne fregano della macchina». Meglio chiedere a titolo di «cortesia». I tre fanno tappa in una carrozzeria: Salvatore chiede notizie, l’interlocutore dice che altri sono già passati e che i mezzi sono a Rosarno. «Esce, esce». Per i carabinieri è la prova che il controllo del territorio resiste. Costa stesso racconta però che qualcosa è cambiato: «Il problema è che stanno cambiando le cose, che fanno la negativa. Una volta invece arrivava un amico e le cose tornavano indietro». E ancora: «Nei paesi chi ci sta? Se sono tutti carcerati, dimmi tu, a chi vai a trovare?». È dentro queste frasi che, secondo gli investigatori, prende forma la rete: non un sistema senza confini, ma una geografia di poteri. Ogni territorio ha i suoi uomini. E quando serve, gli altri sanno chi chiamare. Così come accade con i Mancuso di Limbadi, mentre sul fronte del narcotraffico gli inquirenti ricostruiscono contatti con una famiglia di Africo per fornire appoggio logistico in relazione a un carico di stupefacenti da far uscire dal porto di Gioia Tauro.
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