Legge elettorale, il governo blinda il voto. E spunta maggio 2027
Doppia fiducia alla Camera sui primi articoli della riforma, domani il terzo passaggio
ROMA Prima mettere in sicurezza la legge elettorale. Poi affrontare l’ostacolo che nessuna disciplina di partito può neutralizzare completamente: il voto segreto. La riforma del sistema con cui gli italiani sceglieranno il prossimo Parlamento entra nelle sue ore decisive e, mentre il governo blinda il percorso alla Camera attraverso tre questioni di fiducia, sullo sfondo comincia a prendere forma un’altra domanda: non soltanto come si voterà, ma anche quando. La giornata di oggi ha consegnato alla maggioranza i primi due risultati. Montecitorio ha approvato la fiducia sull’articolo 1 con 226 voti favorevoli e 147 contrari, mentre sull’articolo 2 i sì sono saliti a 227, contro 149 no. Tre gli astenuti in entrambe le votazioni. Domani mattina sarà la volta dell’articolo 3, l’ultimo sul quale il governo ha posto la fiducia. Poi l’esame dell’articolo 8 e degli ordini del giorno, prima di arrivare all’appuntamento politicamente più delicato: giovedì 8 ottobre il voto finale sull’intera legge, a scrutinio segreto. È lì che la riforma dovrà superare l’ultimo vero test.
La fiducia per ridurre i rischi
La scelta del governo è chiara. Porre la questione di fiducia sui tre articoli modificati dal Senato significa ridurre drasticamente gli spazi per modifiche dell’ultimo minuto e obbligare la maggioranza a mostrarsi compatta con votazioni nominali. Una strategia che ha provocato le proteste delle opposizioni, che contestano l’utilizzo della fiducia su una materia direttamente collegata alle regole della rappresentanza parlamentare. Ma il passaggio più insidioso resta fuori dal perimetro della fiducia. Sul voto finale Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno chiesto lo scrutinio segreto. E quando il voto diventa anonimo, almeno teoricamente, aumenta lo spazio per eventuali dissensi interni. Finora, però, i numeri hanno mostrato una maggioranza sostanzialmente compatta. Ed è anche per questo che il voto di giovedì assume un significato che va oltre il contenuto della legge: sarà inevitabilmente letto come un test sulla tenuta politica della coalizione che sostiene Giorgia Meloni.
Come cambia la legge elettorale
Quello arrivato nuovamente alla Camera dopo le modifiche del Senato è un sistema profondamente diverso dall’attuale. Il primo cambiamento riguarda i collegi uninominali, destinati sostanzialmente a scomparire salvo alcune eccezioni territoriali. Il cuore del sistema diventa proporzionale, corretto però da un meccanismo premiale destinato alla lista o alla coalizione capace di raggiungere una soglia particolarmente significativa. La quota decisiva è il 42% dei voti validi. Per ottenere il premio, però, non basta raggiungere quella percentuale in uno solo dei due rami del Parlamento: lo stesso soggetto politico deve risultare destinatario del premio sia alla Camera sia al Senato e raggiungere la soglia richiesta in entrambe le consultazioni. Il premio è fisso: 70 deputati alla Camera e 35 senatori. Non c’è invece un secondo turno. Se nessuna lista o coalizione raggiunge la soglia prevista, la distribuzione dei seggi resta sostanzialmente proporzionale. Ed è proprio questo uno degli elementi politicamente più rilevanti della riforma: raggiungere o meno il 42% potrebbe determinare due scenari molto differenti nella composizione del prossimo Parlamento.
Tornano le preferenze
Il passaggio al Senato ha introdotto un’altra modifica destinata ad avere conseguenze dirette sulla campagna elettorale: il ritorno delle preferenze. L’elettore potrà indicare fino a tre candidati della lista prescelta, con le regole previste per garantire l’equilibrio di genere. Rimane invece sottratto alla scelta attraverso la preferenza il capolista, che conserva una posizione predeterminata. Si crea quindi un sistema ibrido: da una parte il capolista bloccato, dall’altra la possibilità per gli elettori di incidere sull’ordine degli altri candidati. Una modifica tutt’altro che secondaria. Le Politiche tornerebbero infatti a conoscere una competizione non soltanto tra i partiti, ma anche dentro i partiti, con candidati della stessa lista impegnati nella ricerca del consenso personale.
Cosa significa per i territori
È uno degli aspetti che potrebbe incidere maggiormente anche in una regione come la Calabria. Con la riduzione del peso dei collegi uninominali viene meno gran parte della sfida diretta tra un candidato del centrodestra e uno del centrosinistra nello stesso territorio. Al suo posto acquista maggiore importanza la forza complessiva delle liste e, soprattutto, la capacità dei singoli candidati di raccogliere preferenze. La geografia della competizione cambierebbe inevitabilmente. Per parlamentari, aspiranti candidati e strutture territoriali dei partiti tornerebbe centrale il consenso personale: reti amministrative, presenza nei territori, rapporti con sindaci e amministratori locali e capacità di mobilitare elettori potrebbero acquisire un peso maggiore nella selezione degli eletti. In altre parole, la nuova legge non cambierebbe soltanto il modo di trasformare i voti in seggi. Cambierebbe anche il modo di costruire le candidature e di fare campagna elettorale.
L’indicazione del premier
Nel nuovo impianto compare inoltre l’indicazione, da parte delle forze politiche, della persona proposta per la guida del governo. Un’indicazione politica che non modifica le prerogative costituzionali del presidente della Repubblica nella nomina del presidente del Consiglio, ma che accentua la personalizzazione della competizione tra le coalizioni. Legge elettorale e leadership finiscono così per intrecciarsi ancora più strettamente. E proprio mentre il Parlamento completa il percorso della riforma, nella maggioranza è iniziato a circolare sempre più apertamente un altro tema.
L’ipotesi maggio 2027
A riaprire il dossier sulla data delle prossime Politiche è stato il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato Lucio Malan. Il ragionamento parte dal calendario. La legislatura arriverebbe naturalmente fino all’autunno del 2027, ma andare alle urne a settembre significherebbe affrontare subito dopo il voto una delle scadenze più delicate dell’anno: la preparazione e l’approvazione della legge di Bilancio. Da qui l’ipotesi di anticipare il voto alla primavera e realizzare un election day insieme alle elezioni Comunali di maggio. Malan ha successivamente precisato che l’obiettivo di Fratelli d’Italia rimane quello di portare la legislatura alla sua scadenza e ha richiamato le prerogative del presidente della Repubblica sullo scioglimento delle Camere. Dunque, nessuna data è stata decisa. Ma il fatto politico rimane: l’ipotesi maggio 2027 è entrata esplicitamente nel dibattito della maggioranza.
Prima la legge, poi il calendario
Ed è probabilmente qui che i due piani finiscono per incontrarsi. Prima bisogna sapere con quali regole si voterà. Solo dopo potrà aprirsi davvero la partita sul momento in cui utilizzare quelle regole. La nuova legge elettorale rappresenta quindi qualcosa di più di una modifica tecnica. È il passaggio che può segnare l’ingresso della legislatura nella sua fase finale. Giovedì si capirà se il nuovo sistema supererà anche l’ultimo ostacolo parlamentare. Poi la domanda inevitabilmente cambierà.
