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Sanità calabrese, «la svolta passa dal governo del territorio»

«Dai dati Gimbe agli audit locali: trasformare la capacità disponibile in cure effettive può cambiare anche i punteggi Lea»

Pubblicato il: 08/10/2026 – 17:19
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«Il Rapporto GIMBE 2026 restituisce alla Calabria una domanda che non può essere elusa: perché l’assistenza territoriale continua a rimanere sotto la soglia minima di garanzia? Nel monitoraggio dei Livelli essenziali di assistenza riferito al 2024, la Regione ottiene 66 punti nella prevenzione, 71 nell’assistenza ospedaliera e soltanto 52 nell’area distrettuale, contro i 60 necessari per la sufficienza. È proprio il territorio a impedire alla Calabria di raggiungere l’adempienza complessiva». A sottolineare la criticità del quadro è il Dott. A. S. Capomolla, Direttore Sanitario di Villa delle Rose Srl – Don Mottola Medical Center, che richiamando gli ultimi dati di bilancio della sanità rileva: «Questa fotografia richiede una lettura che vada oltre la consueta richiesta di nuove risorse e nuove strutture. Il finanziamento, il personale e la distribuzione dell’offerta restano questioni essenziali. Ma quando esistono contemporaneamente capacità assistenziale inutilizzata e cittadini in attesa, emerge un problema ulteriore: la capacità di governare l’accesso, coordinare i servizi e trasformare l’offerta disponibile in assistenza effettivamente erogata. È su questo terreno che i due audit semestrali sulla rete riabilitativa provinciale e sui procedimenti di valutazione in RSA medicalizzata offrono elementi concreti di riflessione. Sono analisi locali, riferite ai casi e alla documentazione esaminati, e non rappresentano da sole l’intera realtà regionale. Tuttavia rendono visibili alcuni meccanismi organizzativi sui quali intervenire. Nell’audit della rete riabilitativa, il tempo medio autorizzativo per il ricovero in riabilitazione extraospedaliera a ciclo continuativo, RECC, è di 53 giorni, contro un obiettivo programmatorio proposto di 15. Il ritardo è di 38 giorni: il tempo osservato supera del 253% quello atteso. Per il centro diurno riabilitativo, RECD, la media è di 92 giorni contro un obiettivo di 30: 62 giorni in più, con uno scostamento del 207%. Il tasso di presa in carico autorizzata in RECC è del 25,4%, a fronte di un obiettivo proposto di almeno il 70%. La distanza è di 44,6 punti percentuali: viene raggiunto soltanto il 36% circa del livello atteso. Nel campione considerato, nessuna delle undici richieste di dimissione protetta risulta autorizzata, mentre il riferimento programmatorio proposto è almeno il 90%. La presenza di persone in attesa insieme a capacità assistenziale inutilizzata rende questo squilibrio particolarmente significativo. Gli obiettivi indicati dall’audit sono riferimenti organizzativi delle regioni meglio performanti, non soglie ministeriali. Il loro valore consiste nel rendere misurabile un problema: quanto tempo passa fra il bisogno e la risposta, quante richieste si traducono in una presa in carico e quanta capacità disponibile viene realmente utilizzata. Il secondo audit sposta l’attenzione sulla qualità del procedimento valutativo in RSA medicalizzata. Nella documentazione esaminata, la SVAMA risulta incompleta nel 42,9% dei casi, la CIRS nel 100%, mentre manca una scala di instabilità clinica nel 100%. Non risultano documentati verbali UVM e rivalutazioni multidisciplinari. Quest’ultimo dato riguarda la tracciabilità: l’assenza di documentazione non dimostra che ogni attività valutativa sia stata omessa, ma impedisce di verificarne contenuti, responsabilità e coerenza con il piano assistenziale. Accesso tardivo e valutazione non pienamente ricostruibile descrivono due aspetti della stessa questione di governance. Un servizio territoriale funziona quando il bisogno viene riconosciuto, il setting viene scelto con criteri clinici espliciti e la presa in carico avviene in un tempo compatibile con le condizioni del paziente. Per una persona dimessa dopo un ictus, un infarto o un intervento complesso, il tempo amministrativo entra nel percorso di cura. Possiamo rendere più concreta questa riflessione chiedendoci quanto  un miglioramento  degli obiettivi gestionali  potrebbe incidere sulla valutazione LEA. Per farlo occorre utilizzare gli indicatori ministeriali, senza convertire direttamente gli indicatori degli audit in punti regionali.
La relazione completa disponibile per il 2023 consente questo esercizio. In quell’anno la Calabria presenta un punteggio distrettuale ufficiale di 40. Assumendo come base i valori pubblicati, abbiamo simulato una riduzione relativa del 30% degli eventi cardiovascolari e cerebrovascolari maggiori o dei decessi entro dodici mesi dall’infarto e dall’ictus ischemico, un aumento della copertura residenziale degli anziani e prestazioni territoriali tempestive e correttamente rendicontate. Le funzioni e i pesi sono quelli ministeriali del 2023. Con questa ipotesi, l’indicatore dopo infarto scenderebbe dal 15,34% al 10,74%, raggiungendo 100 punti. Quello dopo ictus ischemico passerebbe dal 21,37% al 14,96%, con un punteggio di circa 94,2. Una copertura residenziale di 41 assistiti ogni mille residenti di almeno 75 anni, rispetto ai 26,13 osservati, porterebbe anche questo LEA al massimo della scala.
Per le liste d’attesa è necessario non solo assolvere all’esecuzione della prestazione ma anche al rispetto della tempistica di fruizione del LEA A queste condizioni, lasciando invariati gli altri indicatori e senza attribuire nuovi premi o penalità, il punteggio distrettuale ricostruito salirebbe da circa 40,5 a circa 55,5. In termini arrotondati, da 40 a 55: quindici punti in più, un miglioramento del 37,5% e tre quarti della distanza dalla sufficienza colmati. È una simulazione, non una previsione. Gli audit non dimostrano che un cambiamento organizzativo produrrà automaticamente il 30% di eventi in meno, e un intervento nella sola provincia di Vibo Valentia non può essere esteso matematicamente all’intera Calabria. Ma l’esercizio mostra che obiettivi di governance raggiunti e verificati possono incidere in misura rilevante sulla fruibilità del LEA e quindi sulla valutazione territoriale.
In questo quadro, continuare a ignorare il contributo della sanità privata accreditata, rappresentandola indistintamente come un problema da contrastare, significa condurre una battaglia di retroguardia. La distinzione che deve guidare la politica sanitaria riguarda la qualità, l’appropriatezza, l’accessibilità e la responsabilità nell’impiego delle risorse pubbliche. Sono criteri che devono valere per ogni erogatore. La capacità accreditata e contrattualizzata è parte della rete attraverso cui il servizio sanitario garantisce le cure: governarla significa utilizzarla secondo i bisogni della popolazione, verificarne i risultati e integrarla nei percorsi territoriali. Quando questa capacità resta inutilizzata mentre le richieste di assistenza rimangono inevase, si producono tre conseguenze. La prima è il mancato recupero delle prestazioni necessarie a migliorare gli indicatori LEA, ostacolando il consolidamento dei risultati assistenziali richiesti nel percorso di risanamento. La seconda è la compressione dell’accesso alle cure: il bisogno persiste, ma la risposta viene ritardata oppure acquistata privatamente dalle famiglie. La terza è il rischio di alimentare la mobilità passiva, trasferendo altrove pazienti e risorse, con un impoverimento delle competenze locali e oneri economici per il sistema sanitario regionale e, secondo i meccanismi di imputazione, per il bilancio dell’ASP. Il superamento del piano di rientro richiede condizioni più ampie del solo raggiungimento della sufficienza nei LEA; tuttavia, lasciare inutilizzata un’offerta appropriata già disponibile contraddice sia l’obiettivo assistenziale sia quello economico. Per la Calabria, oggi uscita dal commissariamento, la sfida è rendere stabile il recupero e colmare le insufficienze territoriali. Una governance capace di integrare gli erogatori pubblici e privati accreditati, con regole trasparenti e controlli rigorosi, può trattenere sul territorio cure, competenze e risorse. È questa la responsabilità da assumere, superando le contrapposizioni che lasciano irrisolti i bisogni dei cittadini.
Qui si colloca la grande opportunità del nuovo Commissario dell’ASP: imprimere una svolta al governo dei percorsi. Stabilire tempi autorizzativi misurabili, rendere operative le dimissioni protette, collegare disponibilità dei servizi e bisogni dei pazienti, documentare le valutazioni multidisciplinari e controllare la qualità dei flussi informativi sono azioni concrete, verificabili nel tempo.
Il primo banco di prova è utilizzare meglio ciò che è già disponibile, entro i limiti contrattuali, di personale e di budget, e individuare con precisione ciò che invece manca. La programmazione deve partire dai bisogni clinici e arrivare a una risposta assistenziale, con responsabilità riconoscibili lungo tutto il percorso. Portare il territorio da circa 40 a circa 55 punti non sarebbe il punto di arrivo. Resterebbero da affrontare le insufficienze nell’assistenza domiciliare, nelle cure palliative e nell’emergenza territoriale. Sarebbe però un cambiamento rilevante, capace di mostrare che la governance può produrre risultati misurabili. Il significato di quei punti si trova nella vita delle persone: una presa in carico tempestiva, una dimissione accompagnata, una valutazione clinica verificabile, un percorso che prosegue dopo l’ospedale. È su questi risultati che la nuova guida dell’ASP può costruire una discontinuità credibile rispetto alle criticità descritte dal Rapporto GIMBE».

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